Categoria: Prosa

  • Curial i Guelfa

    Curial i Guelfa

    Traduzione italiana

    Proemi:

    Quanto è grande il pericolo, quanto sono le preoccupazioni e le angosce per coloro che si affannano in amore.
    Poiché, posto che alcuni amati dalla fortuna, dopo di infiniti infortuni, ammesso che alcuni siano arrivati al porto desiderato, tanti tuttavia sono coloro che ragionevolmente se ne dolgono che a malapena posso credere, che tra mille sventurati se ne trovi uno che abbia condotto la sua causa alla fine gloriosa.
    E se per dritto giudizio sarà guardato il caso seguente, benché saranno molti coloro che diranno di volere che così con lo stesso modo fossero presi dai loro amori, tuttavia sapendo la certezza delle pene delle quali quella dolcezza amara è tutta piena, e non avendo certezza della fine se sarà prospera o avversa, si dovrebbero guardare di mettersi in questo amoroso anzi doloroso cammino.
    Perciò vi voglio recitare quanto costò a un gentile cavaliere e a una nobile donna amarsi l’uno con l’altro, e come con grande fatica e a seguito di molti infortuni, dopo molto tempo conseguirono il guiderdone (italiano antico, parola che indica “il premio”: il cavaliere corteggia la dama e conquista dopo molto tempo il premio) delle loro fatiche.Llibre primer:

    1

    Molto tempo fa, secondo ciò che io ho letto, in Catalogna, un gentil uomo … chiamato (non sappiamo come era chiamato a causa di alcune lacune del libro), al quale fu dato più senno e grazia dalla gente, che non di quanto non gli sia stato donato di quei beni che agli uomini la fortuna comanda all’uso comune, perché era signore solamente di una casa (casa intesa come “casato”) bassa. E avendo una bellissima donna per moglie, chiamata Honorada, allontanatisi dai traffici della mondanità, poveramente e onestamente vivevano; tutto il tempo tuttavia si affannavano per acquistare la grazia del pio signor redentore, della cui cosa più di qualche altra avevano cura continua. E benché nella loro gioventù non avessero avuto figli, nostro signore Dio li volle consolare nella loro vecchiaia, e gli donò un figlio che chiamarono Curial, creatura per la sua troppa tenera età più bella che altre; e con lui il padre e la madre vivevano tanto contenti così come coloro che molto lo avevano desiderato. Il piccolo dopo pochi anni dalla sua nascita, morendo il padre, rimase orfano. La buona donna, la quale per il grande amore che portava a suo figlio non degnava di lasciar partirlo, anzi voleva che di quella povertà che da suo padre gli era rimasta si ritenesse contento, con se lo teneva. Nobile cuore tuttavia che si mette in molti uomini poveri, si mise in questo, e subito nella sua stessa infanzia gli fece annoiare di quella vita; poiché vedendo che sua madre non gli dava nessuna via di uscita, poveramente e a piedi fuggì. E se ne andò a casa del marchese di Monferrato il quale a quel tempo era giovane ragazzo e da poco tempo per la morte di suo padre gli era pervenuto il governo e la signoria della sua terra, e aveva una sorella più piccola di poca età chiamata Guelfa. Entrato dunque alla casa del marchese, il quale quel tempo stava in un suo castello chiamato “Pont de Stura”, si mise davanti fra cavalieri e nobili uomini e li guardava con attenzione, sperando che qualcuno di loro parlasse con lui; per la qual cosa, il Marchese uscito dalla messa trovandosi il ragazzino di fronte gli disse: “Di chi sei?”. Il bambino rispose “Signore, sono vostro”. Il marchese si fermò e lo guardò, e benché fosse costituito in tenera età, non di meno gli vide gli occhi molto splendenti e tanta bellezza nel suo volto che natura di più non poteva dare; per cui rispose subito: “E a me piace che tu sia mio. E rigirandosi ai suoi disse: “Per la mia fede non ho mai visto tal gentil creatura che mi piacesse cosi tanto.” E risponde: “ E tu sarai mio poiché a me ti sei donato, e lo saresti anche qualora ti fossi donato ad altri”. E domandandogli il suo nome, gli rispose di chiamarsi Curial. Lo fece vestire e mettere a puntino, e nella sua camera, al servizio della sua persona, lo tenne come cameriere. Curial crebbe in giorni e in assennatezza e in bellezza della persona in tanta singolarità che, nel comune proverbio della corte era caduto, che quando volevano parlare di una grandissima bellezza corporale, lo nominavano. E così, allo stesso modo, così come signore Dio gli aveva dato una bellezza corporale, insieme a quella gli donò la grazia di quanti occhi lo vedessero. Così nessuno lo guardava senza innamorarsi di lui.

    2

    In quello stesso tempo, il signore di Milano, il quale era un cavaliere giovane e gentile, aveva una sorella molto bella, chiamata Andrea. E sentendo la fama della bellezza della Guelfa, la quale senza alcuna comparazione superava in quei tempi la bellezza di tutte le donzelle d’Italia, nonostante fosse bambina che appena aveva compiuto 13 anni, si innamorò di lei e fece trattare che se fosse una cosa accettabile dal marchese di Monferrato, volentieri avrebbe dato al marchese la Andrea per moglie, caso che in cambio lui gli avrebbe donato la Guelfa. La qual cosa dopo lunghe trattative ebbe compimento. Perché il signore di Milano inviando la Andrea ricevette la Guelfa con grande piacere e gli apparve molto più bella di quanto non gli avessero detto. Perché cosi tanto si innamorò di lei e sinceramente, che nessun altra cosa non sentiva né vedeva, né aveva bene né riposo se non quando stava con la Guelfa. Questa donna era molto saggia, e soave, e temperata nei movimenti. E amando il suo marito oltre misura, lei si impossessò e si insignorì di lui, tanto che lui non faceva né ordinava alcuna cosa che prima la Guelfa non avesse saputo, e lei si comportava con tanta discrezione che era amata dal marito. Non era passato il secondo anno dal loro matrimonio che al signore sopraggiunse una grande febbre, la quale successivamente lo combatté cosi forte che tutti i medici gli pronosticarono la morte, fece un testamento, il quale ordinò in presenza di tutti i baroni. E volle che la Guelfa con marito o senza marito, fosse signora di Milano e dopo giorni, qualunque cosa avvenisse, fosse di colui o di coloro presso i quali a lei sarebbe piaciuto che pervenisse (cioè, concede la signoria a lei e ordina che dopo un tot di giorni, siccome una donna non può governare una signoria, possa passare a chiunque lei voglia), e così lui ancora vivente lo fece giurare ai propri vassalli e morì. Della qual cosa la Guelfa sentì un dolore immenso. Tuttavia donando luogo alla lunghezza del tempo le lacrime iniziarono a diminuire. Per la qual cosa suo fratello il marchese vedendo la giovane, tenera, ricca, desiderata da molti, temendo di qualche sinistro, la cominciò a sollecitare con lettere che le piacesse di venirsene in Monferrato colorando con maniere differenti la vera ragiona della sua venuta. La Guelfa che era obbediente e amava suo fratello sopra la sua stessa felicità, si mise in cammino e se ne andò a Monferrato in una città chiamata Alba dove era il suo fratello.

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    Benchè Curial fosse amato molto dal marchese lo serviva, tuttavia il marchese si era innamorato della moglie Andrea che non si curava di nessuno, anzi dimenticava tutte le cose. Perchè il detto ragazzo che aveva avuto una notevole entrata in casa di quel signore, per il medesimo detto signore che pensava solo a sua moglie era messo in oblio e non andava cosi favorito, ornato ne a punto come faceva prima che venisse l’Andrea => ci viene detto che il marchese era così innamorato della moglie, che trascura la servitù e, quindi, anche Curial. Perché trovandosi abbattuto e sfavorito non si metteva avanti come voleva fare, ma se ne stava appartato, di cui alcuni invidiosi delle quali tutte le case dei grandi signori sono iene, avevano molto grande piacere. Perchè il ragazzo così come quelle persone alla quali non mancava il senno, durante il tempo della sfortuna (cioè il tempo in cui era sfavorito dal signore) per non perdere tempo, apprese la grammatica, la logica, la retorica e la filosofia, e fu un uomo valido in queste scienze e ugualmente poeta molto grande, tanto che in molte gare poetiche si venne a sapere la sua scienza, divenne molto famoso e venne tenuto in grande stima.

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    La Guelfa, che era una giovane e alla quale non mancava nessun altra cosa se non un marito, trovandosi molto bella e molto lodata, ricca, favorita e ricca di ozio, richiesta da molti uomini e per molti sollecitata, vedendo che suo padre non si curava di darle marito, ne a lei sembrava cosa onesta chiederlo, non potendo resistere ai naturali appetiti della carne che con continue punture incessantemente la combattevano, pensò che se per fortuna amasse segretamente qualche valoroso giovane, finche nessuno se ne accorgesse, non sarebbe disonestà, e che questa cosa già era successa a più di mille altre persone; e ammesso che qualcuno attraverso gli indizi, volendo indovinare ciò che non hanno, se qualcuno se ne fosse accorto, non avrebbero osato parlare di una donna tanto grande come lei. E così dona licenza ai suoi occhi che guardassero bene tutti quelli che erano in casa di suo padre. E non avendo riguardo alla chiarezza del sangue né alla moltitudine di ricchezze, tra gli altri molto le piacque Curial, poiché vedendolo molto gentile della persona e gentile di cuore e molto saggio e assennato per la sua età, pensò che sarebbe stato un uomo valente se avesse il conchè (= soldi). Perché pensò di portarlo avanti e da qui in poi cominciò ad avvicinarsi e a gridargli e a parlare con lui molto volentieri.

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    Questa nobile donna aveva un procuratore il quale teneva e riceveva per lei tutte le rendite di Milano, uomo molto saggio, discreto e valoroso, di 50anni, chiamato Melchiorre di Pandone. La Guelfa amava molto questo Melchiorre e affidava a lui non solamente le ricchezze ma anche tutti i suoi segreti. Per cui un giorno parlando lei con il detto Melchiorre di tutte le persone della casa del marchese, venne a loro a memoria di Curial, il quale Curial Melchiorre lodò molto, e maledì la povertà del giovane e la poca riconoscenza del marchese. Poiché gli sembrava che se quel ragazzo avesse un po di beni senza dubbio sarebbe divenuto valoroso; della qual cosa la Guelfa facendo mostra di avere compassione prese in carico di aiutarlo, e a dispetto della povertà farlo uomo. E subito ordinò al detto Melchiorre che se lo portasse a casa sua e senza rivelargli da dove venisse, lo mettesse in buono stato, e gli donasse dei soldi tanto quanto il detto Curiale avesse voluto o saputo spendere. Il detto Melchiorre che non aveva figlio né figlia e amava Curiale poco meno della Guelfa, lo prese per mano e avendolo portato a casa sua, gli parlò nel seguente modo:

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    Curial io conobbi molto bene tuo padre il quale fu un uomo gentile e molto nobile e grande amico mio. Ho visto l’entrata che hai fatto in casa del marchese alla quale entrata il tempo non è succeduto secondo il modo che gli aveva dato il principio (la storia non è continuata come era iniziata, cioè allo stesso modo in cui ci si aspettava all’inizio), ne mi pare che si disponga a farlo, poichè il marchese non solamente ha dimenticato te, ma se stesso e tutti quelli della sua casa. E io vedendo che non ho figlio né figlia né parenti che aiutino a spendere ciò che Dio mi ha dato, ho deliberato se possibile, che le mie fortune nella mia vita, e io vedendolo, servano a qualcuno, ho deliberato comunicarti ora qualche parte dei miei beni, e qualora io veda che questi ossequi non si perde, ti farò signore, dopo i miei giorni, di un bene di gran lunga maggiore. E non lasciando rispondere Curial prendendolo per mano lo mise in una camera, e aprì una cassa grande piena del tesoro della Guelfa e gli disse: “Figlio mio vedi qui, una parte di beni; prendine a tuo piacere tanto quanto ti sembrerà che tu abbia bisogno per metterti in buono stato, e non pensare che siccome ora non puoi portarne via tanti quanti ne vorresti, che mai perciò questa cassa ti sarà vietata nel prenderlo un’altra volta; anzi tutto il tempo sarà pronta ai tuoi ordini e non prenderai oggi tanto, che domani non siano tornati, in maniera che non termineranno. Però, figlio mio sii saggio e guarda che gli stati vogliono essere graduali e bisogna salire per questa scala sociale poco a poco”. Il giovane turbato oltre misura di questa grande novità, non aveva coraggio di farsi avanti né osava prendere i soldi. Però il povero uomo prese di quella moneta e gliela donò tanta quanta poteva portarne e comandandolo a Dio, lo licenziò.

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    Curial tutto impacciato che appena trovava la porta per andarsene alla sua casa, tornò e iniziò a metter in atto ciò che l’uomo gli aveva comandato, e si vestiva molto bene, si comprò un cavallo (elemento distintivo tra persona di bassa condizione e persona di condizione elevata), e prese alcuni servitori in casa sua. E nonostante fosse già ben educato, non appena si vide crescere di stato, crebbe anche in virtù, e lasciata da parte l’altra maniera che soleva tenere, che pure era buona, diventò molto più prudente e atto (cioè capace di tutto), perché subito divenne molto bello cantatore e imparò a suonare strumenti, della qual cosa divenne anche molto famoso; e ugualmente cavalcare, trovare (=comporre poesia in musica), danzare, giostrare (=fare tornei) e tutte quelle altre capacità atte alle altezze che pertenevano a un giovane nobile valoroso. E poiché era molto bello nella persona e si comportava educatamente con grande delicatezza, fu tanto gentile che quasi tutta la corte del marchese che di altri non si faceva menzioni se non di lui, della qual cosa il marchese ebbe molto piacere. E penò che Melchiorre lo avesse adottato come figlio e gli avesse dato tutto ciò che spendeva. E la Guelfa vedendo il suo Curial crescere in bellezza e in virtù, sempre di più di giorno in giorno li si avvicinava e lo confortava a divenire migliore e maggiore, raccontandogli attraverso diverse novelle come gli uomini attraverso diversi accidenti, molte volte da povero stato vengono ad essere grandi uomini: e che a questa cosa li ha condotti il vivere virtuosamente, la qual cosa è nelle mani gestita, e maggiormente nelle mani di coloro ai quali Dio fa la grazia che la povertà non gli sia sotto i piedi. Melchiorre per ordine della Guelfa comunicava tutto il tempo con Curial e lo confortava nell’operare bene, donandogli ogni giorno denaro con grande generosità. E tanto quello si avanza, che tutti quelli della corte abbandonate le altre cose non parlavano di altro. E mentre che queste cose andavano cosi, i cavalieri anziani che la Guelfa aveva nella sua compagnia, vendendo curiale comunicare molto spesso con Guelfa e vedendolo crescere di stato e di maniera, ritenendo che ciò fece la Guelfa, presi per l’invidia parlano tra i denti:

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    “Certo che questa signora ha molto cambiato maniera di vivere da qualche tempo a questa parte. Poichè questa era una delle donne più oneste del mondo e ora è tutta cambiata e non gli piacciono i consigli che le diamo né le piace la nostra compagnia, anzi fa del male e dona i suoi beni a quel taccagno di Curial, che le farà perdere l’onore ma anche la fama. E se questa cosa non è avvenuta dall’inizio fino a questo momento, questa malattia (= amore) prenderà grande crescita e noi che non ne sappiamo niente potremmo averne una punizione, punizione della quale saremo degni se non rendiamo conto al marchese di questa cosa”. E benché sopra questa cosa si soffermassero molto, tuttavia alla fine conclusero che prima di farne parola al marchese, guardassero attentamente se potevano vedere indizio di qualche disonestà e in quel caso lo avrebbero manifestato subito al marchese. Il quale marchese si avvicinava molto a Curial e a lui comunicava tutti i suoi consigli e i piaceri che aveva. E vedendo che sua sorella aveva piacere a chiacchierare con lui e della sua compagnia, ce lo mandava molto spesso, della qual cosa lei aveva consolazione. E quanto più glielo mandava, tanto più lei si scaldava del suo amore e si accendeva e viveva molto angosciosa purché lui non se ne accorgeva. E cosi lei diceva a Melchiorre che dubitava che questo giovane non fosse per caso un codardo. E ciò durò molto tempo, perché Curial che non sapeva né pensava che era la Guelfa a donargli tutto ciò che spendeva, teneva le sue attenzioni molto appartate rispetto a quelle della Guelfa e per altre via la sollazzava, attraverso parole piacevoli e burle. Ma che lui l’amasse mai glielo dava a intendere né mostrava nessun segnale che capisse che lei lo amava. Della qual cosa la donna innamorata portava una pena insostenibile. E cosi, penso un giorno che solamente la vergogna le toglieva i suoi piaceri; e che poiché non c’era nessuno / altro impedimento, lei lo pensava vincere e pensava di venire alla fine del suo desiderio. E stando immaginando in ciò cercando la strada di togliersi davanti quella crudele vergogna priva di avviso, il marchese inviò Curial alla Guelfa pregandola che andasse a mangiare da lui. La quale senza più deliberare si levò in piedi e facendo passare davanti a se tutti gli altri, lei e Curiale che la teneva sotto braccio, rimasero dietro, e vedendo l’opportunità, gli parlò in questo modo: “A povera me e com’è messo male il mio amore in te! Io meschina tanto tempo ti ho amato e ti ho donato io quello che hai ricevuto da Melchiorre e nel mio pensiero io ti ho fatto signore di me, dei miei beni e tu, più crudele di Erode, cosi come un ingrato disprezzi i doni che amore, più pietoso di te che tu medesimo, ti ha offerto. A carne da macello mai sentirai le parole pungenti che io tante volte davanti a te ho tratto dalla mia bocca! A vergogna, vieni, vieni da me e fuggi da questo insensato che sembra che mai abbia comunicato con qualcuno”. E dette queste parole a malapena riuscì a trattenere le lacrime. E già erano giunti alla camera del marchese il quale la ricevette molto allegramente e si misero a tavolo e cominciarono a mangiare. Tuttavia la donna pensando a ciò che aveva detto e pensando ancora come sarebbe stata intesa, a malapena mangiava, anzi diceva che si era appena alzata dal letto e che l’appetito di mangiare non le era ancora venuto. D’altra parte Curial comincio a pensare molto alle parole che aveva sentito, e avendo saputo che la Guelfa gli aveva dato e continuava a dare ciò di cui aveva bisogno, stette molto pensieroso. E desideroso di rispondere gli sembrava che quel pranzo durasse un anno. E nonostante stesse molto appartato, tuttavia guardava la signora, quando quelli che servivano la tavola e gli altri che stavano davanti si appartavano un pochino, e malediva tutti quelli che tra lui e lei si frapponevano. E quando quelli, per muovere la testa o in altro modo, facevano finestra , subito gli occhi di entrambi gli innamorati occupavano quel luogo e appena la finestra si chiudeva ogni piacere fuggiva via. E quindi stettero entrambi durante questo pasto che né lei mangiava né lui riposava. E nel petto gentile nel quale nessuna impressione di amoroso piacere era ancora entrata, subitamente si accese una fiamma infuocata la quale finche la morte lo prese non si potè spegnere. Il pranzo finì e sparecchiarono le tavole della qual cosa entrambe le parti furono contente. E dopo che la donna si fermò un po’, prese commiato da suo fratello, e alla sua camera, accompagnata da molte persone importanti, tornò angosciata. La quale disse a Melchiorre: “Dite a Curial che vi risponda alle parole che io gli dissi oggi” e girandosi verso Curial gli disse: “Parlerai con Melchiorre cosi come faresti con me”. Per cui Curial andò a casa di Melchiorre e parola per parola ciò che la Guelfa gli aveva detto gli rivelò; aggiustandosi a ciò che il tempo aveva che pensava che le cose stessero cosi e sperava in un momento in cui questa sua passione la potesse fare certa: e poiché nostro signore lo aveva portato a questo punto che il comandare era a lei. E che li supplicava che a ciò volesse accondiscendere e che potessero dare un ordine discreto a questo fatto; poiché mentre lui pensava che lei non fosse disposta a compiacerlo, sopportava la pena in una certa maniera, ma ora che tra i due mediante parole la cosa si era palesata, sarebbe stata molto più difficile sopportarla. Il nobile che erano già vari giorni a cui erano state dette queste cose capiva che quella entrata doveva avere questa uscita. ammonì pregandolo che fosse discreto e pieno di cautela e che in questa cosa c’era più bisogno di assennatezza che di nessun altra cosa, perché ciascuno si guardava in quello specchio. E già era molto invidiato e ora lo sarebbe ancora molto di più. Melchiorre tornando dalla signora gli disse che Curial non era nato se non per servirla e che lei ordinò che non avesse altro da fare che non obbedirle. Per cui la donna gli disse: “Melchiorre io mi sono messa in testa di fare questo uomo, perché mi sembra che lo meriti. E ho pensato che ci sono molti uomini che tutte le ricchezze del mondo non li farebbero buoni e solamente l’amore è sufficiente a risollevarlo in un giorno. E’ vero che la mia intenzione è farlo uomo però non intendo donare a lui il mio amore subito ma lavorare nel farlo prode e valoroso donandogli intendere che lo amo. Perciò la sera portatelo qui perché davanti a voi gli voglio parlare mettendolo nella strada della bontà”. Venuto dunque la sera, Melchiorre prese Curial con se, se ne andarono alla camera della signora, e quando furono davanti la camera lei iniziò a parlare e gli disse: “Curial ho deliberato di trasmettere a te tutti i miei tesori e senza dirti nulla ho dato inizio al tuo onore. È vero che io ti amo, e cosi come ti ho concesso i beni ti donerò altre cose quando a me sarà evidente che dovrò farlo, perché ti prego che tu voglia lavorare nel cercare la via attraverso la quale il tuo onore possa accrescersi. E non dubitare che mai ti manchino ideali. Però voglio che questa legge rispetti per me che tu mai mi chiederai il mio amore prima che io deciderò di donartelo. E d’altra parte ti avviso, e ricordatelo bene, che se tu in qualche momento dirai pubblicamente che sei mio servitore, mi perderai per sempre e ti priverò del bene che tu speri di avere da me. E da questo momento in poi non dire che non te lo avevo detto”.E prendendolo per le guance lo baciò comandandogli che tornasse a casa sua. Curial allegro senza misura, se ne andò a cada sua e quella notte quasi non riuscì a dormire; fu occupato di un inestimabile piacere. Però appena venne il mattino se ne andò ad ascoltare messa, e dopo andandosene verso il marchese i piaceri, burle e sollazzi, con lui tutto quel mattino consumò. E appena potè andò a vedere la Guelfa, la quale desiderava lui più che la propria salute; e così stette con lei un pò di tempo, e prese commiato e se ne tornò a casa sua. Gli invidiosi turbati non sapevano cosa fare né riuscivano a vedere alcuna cosa che fosse da riprender, se non la frequentazione dell’andare e venire, e ugualmente la crescita dello stato / della ricchezza di Curial che gli sembrava che uscisse / venisse da lei.

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    Mentre queste cose procedevano per questa via, avvenne un giorno che Guelfa andando a pranzare con il marchese suo fratello, avendo messo davanti tutti gli uomini, avendo mantenuto solo Curial sotto braccio, lei muovendo il capo al detto Curial si avvicinò, e attesa a suo modo di vedere l’ora giusta che nessuno li avrebbe visti, gli dette un bacio: nel qual caso per sua sventura i due anziani girando gli occhi verso quella parte, videro solamente lo spostarsi delle teste di questi due che amore, senza rendersi conto di ciò che facevano, dolcemente li aveva fatti baciare. E non parlando ma mormorando, andarono fino alla camera del marchese. Però appena furono giunti se ne uscirono e pensando che avevano sufficiente occasione di mettere in opera ciò che avevano desiderato, deliberarono denunciarlo al marchese. E così tenuto un breve consiglio se ne andarono a mangiare e non tardando molto nel pranzo, tornati nella camera, stettero fin tanto le tavole furono sparecchiate e la Guelfa in compagnia di molti fu accompagnata alla sua camera. Perché immediatamente i due anziani presero il marchese da parte e uno di loro, detto Ansaldo, il quale era molo bravo a parlare e grande oratore, ottenuta licenzia dagli altri così parlò e disse:

    10

    Signore prima che la mia lingua dica qualsiasi cosa, ti supplico che tu mi voglia ascoltare con orecchio pacifico, e che le cose che io ti dirò, per quanto pesanti, non ti muovano repentinamente a fare qualche cosa, finchè deliberatamente e guardato il tuo onore, il quale deve esserti molto caro, potrai operare. Noi per nostra sventura, che già piacesse a Dio fosse ancora da fare , siamo stati al servizio di Guelfa tua sorella, la quale per un certo tempo mentre le è piaciuto avere consiglio ha vissuto assai onestamente e a tuo onore, tanto che noi eravamo molto contenti pensando di donarti buon conto del suo onore. E crediamo che se a casa tua non fosse venuta, il suo vivere sarebbe andato di bene in meglio. Tu, ritenendo, di operare giustamente la facesti venire qui, alla qual cosa avevi il nostro consiglio favorevole, dicendoci che la successione dei suoi principi ricevesse miglioramento. E certamente sarebbe stato così se un demonio, che già piacesse a dio che dovesse ancora nascere, non si fosse contrapposto. Così è vero che noi duramente abbiamo sostenuto la disonesta e continua frequentazione di Curial con Guelfa, dicendoci che era preferibile non rivelare ciò che avevamo visto, e siamo stati molte volte vicini a dirtelo, ma pensando al tuo dolore, fino a questo momento siamo stati zitti. Dei suoi beni, i quali Curial prodigamente consuma e spreca, non abbiamo grande ansia, pensando piuttosto che supplisce la tua magnificenza. Ma ciò che oggi abbiamo visto, e pronosticando che ragionevolmente ci sarà di più, questa cosa ci ha completamente turbati. E se non fosse che giudichiamo che per il nostro silenzio, crescendo il male, crescerebbe il nostro delitto, ancora non aprissimo la bocca per parlare. Dicendo che oggi venendo a cenare con te, fece mettere davanti a lei tutti gli uomini che l’accompagnavano e anche noi che eravamo soliti portarla sotto braccio, e rimasti solo lei e Curial, mentre noi ci giravamo, vedemmo che si baciavano; della qual cosa avemmo intollerabile dolore, pensando che nella nostra vecchiaia siamo giunti fino a questo punto per essere dei ruffiani, la qual cosa non piacerebbe a Dio che noi nella nostra gioventù abbiamo ritenuto di aver ben vissuto, ora venga proprio un, non sappiamo chi, a rubarci la nostra gloria di onore e fama. E così ti pregiamo, ammoniamo e richiediamo, che tu tolga l’occasione mettendo da parte Curiale nel modo che ti sembrerà giusto, o ci scuserai, perchè rimanendo i fatti in questo modo, noi non possiamo più stare qui.

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    Il marchese che era un uomo saggio, molto buono cavaliere, donando fede alle parole di Ansaldo, si mise a tremare e fu sul punto di muoversi immediatamente senza fare alcun altra deliberazione per fare qualcosa di strano a quei due amanti. Però l’altro anziano, il quale era chiamato Ambrosio, lo ritenne dicendo: “Signore non ti turbare per ciò che questo ti ha detto, ma ricordati che sei giovane e alcune volte, per quanto tu possa essere saggio, hai operato come una persona giovane. E se quei giovani sottomessi alle forze dell’amore, anzi follia hanno fatto o fanno ciò che non devono, in questo atto non fanno una cosa nuova; anzi molte volte persone molto più sagge di loro hanno fatto la stessa cosa. Perciò riposati e tempera i tuoi movimenti e pensaci bene, non lasciare la cosa senza una reazione, ma ti prego di fare tutte le cose con studio e consiglio, e che mille volte e più tu possa provvedere al tuo onore. E quelli che hanno alienato da se il loro onore non facciano perdere a te il senno, del quale il signore nostro Dio per la sua grazia tra gli altri giovani d’Italia copiosamente vi ha dato”. Il cui marchese non potendo più ascoltare i due anziani, mormorando e muovendo il capo, si partì da loro e entrando in una camera si chiuse dentro e si mise a pensare solamente a ciò che avrebbe fatto in questo caso. E cosi passò quel giorno che neanche quasi uscì dalla camera, anzi stava tutto turbato e pensoso dentro se stesso, varie cose pensando. Il giorno seguente, in compagnia di due cavalieri giovani forti e valenti e lo stesso Curial senza nessun altro, entrò in una chiesa e preso solamente da parte Curial gli parò nella seguente forma:

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    “Curial fin qui io ti ho amato molto e ti ho portato in alto / messo davanti a tutti quelli della mia casa, pensando che il mio onore fosse nelle tue mani e per questo ti sommettessi ad ogni pericolo. Ora mi è stato detto che tu ami molto più i tuoi piaceri che non il mio onore, del quale sono molto meravigliato. E devo pensare che la Guelfa è mia sorella e io devo avere sentimento di tutto ciò che viene fatto contro il mio onore nella persona di lei. E se io come uomo volessi operare in questa cosa, prima che ti allontanassi da me ti farei puzzare la sua bocca la quale ieri, venendo da me a pranzare, baciasti. E tanto come da m e hai ricevuto favore, onore e profitto, tanto più mi dovrei incrudelire con te. Però pensando che nella mia casa da piccolo infante fino a questa età ti ho nutrito, non voglio così d’un tratto disfare la fattura delle mie mani. Però preferendo tenerti più lontano che vicino, ti dico, che in questo momento da tutta la mia terra, tu debba allontanarti senza mai fare ritorno, e cercare in altre parti di condurre a un miglior porto la tua giovinezza più di quanto abbia fatto io con la tua infanzia.” Curial che in questo non pensava, sentì immediatamente nel suo cuore un dolore molto grande e in un momento gli vennero alla memoria diverse cose, e pensò che qui gli conveniva essere uomo. Perchè con la faccia sicura e per nulla turbata, subito rispose: “Signore, non sapendo chi di questo ti ha informato, appena so rispondere, ma per provvedere a la mia vera e semplice difesa, e poi se la qualità degli accusatori lo richiederà seguendo quella queste due mani, mi renderanno libero dall’accusa che a me con grande torto è stata falsamente imposta. E in questo tu potresti essere un vero giudice e se lo volessi, volendo conoscere quelli o quelle che te lo anno detto se fossero presi d’invidia o per ingraziarti a te, perchè io non sapendo chi sono non lo so pensare. La Guelfa, la quale è tua sorella, credo che sia una donna valorosa e in questo momento non la intendo scusare, perchè davanti a te non ce n’è necessità. Dico, che se sono cavalieri o uomini gentili o uomini tali ai quali pertenga la presente risposta, che mentono falsamente per le gole, e io li combatterò corpo a corpo, uno dopo l’altro, fin quando io da questo biasimo a tuo giudizio sia libero. Da qui in avanti se tu mi hai fatto avanzare, io penso che dal momento che mi so riconoscere, ti ho ben servito e intensivo servirti molto più da qui in avanti. Il mio allontanarmi dalla tua casa non mi duole, lo fa l’allontanarmi dalla tua persona, la quale ho amato e amo con tutto il mio cuore avendomene data ragione. Però vivo sicuro, che dove che io sarò tu potrai usare del mio servizio nel modo che fino ad adesso hai fatto e molto meglio”. Il marchese sentendo queste parole, gli cadde nel cuore che questo potesse essere l’invidia di quegli anziani, perché veramente non poteva credere che Curial facesse un tale errore e replicando disse: “ Ora vattene Curial, il grande amore che io porto, mi spinge, richiedendomi che io lasci andare queste parole e altre cose, e che sopra ciò più avanti non si faccia. Perchè ora sia vero oppure no, io lo voglio avere per non farlo. Ma ti prego che se con verità sei stato da me accusato, ti guardi da qui in avanti che tu non cada in tal follia. E se per fortuna non è vero, così ugualmente ti voglia guardare di donare modo di parlare di te in modo tale che io in difesa del mio onore e della mia vergogna, non abbia a fare cose che mi dispiacerebbero. E per tutte queste parole, non pensare di essere retrocesso in niente nel mio amore, anzi con quella stessa faccia, con quello stesso comportamento con cui fino ad adesso sei stato trattato, lo sarai da qui in avanti, così però quel andare e venire dalla camera di mia sorella lo abbia per scusato se non che ci andassi in mia compagnia”. E girando la schiena non volle più ascoltare, anzi insieme se ne andarono, e per nascondere la cosa e affinchè gli anziani capissero che lui teneva in poco quello che gli avevano detto, come arrivò l’ora di pranzare, ordinò a Curial che si mettesse la tavola, e lo fece pranzare con lui, della qual cosa gli anziani si turbarono molto, furono tristi e si ritennero abbattuti. Però come se fossero uomini di grande astuzia e non avessero smesso se non di tacere, dissimularono la cosa sperando quale uscita avessero questi fatti. La Guelfa per via di Melchiorre sentiva tutte le cose, e fu molto vicina a litigare con suo fratello e tornarsene a Milano. Però alla fine decise di tacere e di dissimulare, pensando che la cosa non sarebbe andata oltre, anzi si sarebbe messa a tacere e sarebbe stata messa nell’ oblio. Però sosteneva una terribile angoscia perchè il suo Curial non andava alla sua camera come era solito fare. Ma lui continuava a giostrare, la qual cosa lui faceva meglio che qualunque altra, e lei tutto il tempo lo guardava. E quanto più le veniva tolta la possibilità, tanto più il suo amore si accendeva e si riscaldava; e nei gironi in cui Curial non giostrava, passava tutto il giorno a giocare a palla davanti al palazzo ed era continuamente osservato e visto da lei.

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    Non passarono molti giorni che essendo il marchese, sua moglie e sua sorella in una villa detta Casalo, arrivò dalla Germania un araldo che cercava un cavaliere che in pellegrinaggio a San Giacomo di Galizia era andato e si trovava lì in una locanda dove giaceva gravemente malato, e gli donò una lettera della duchessa d’Austria che diceva de da quando lui era partito per fare il suo pellegrinaggio lei era stata accusata di adulterio, il quale dicevano che aveva commesso con lui, per la qual cosa il duca, suo signore e marito la aveva condannata a morte. Però le suppliche della regina d’Ungheria, che era sua cugina germana (cugina di primo grado) era, aveva ottenuto che se lui con il quale era accusata dell’adulterio, facesse una battaglia con il suo corpo e con un compagno, contro due cavalieri che L’accusavano avesse voluto difenderla, vincendo la battaglia sarebbe libera, in altro modo la sentenza sarebbe stata eseguita, secondo cui lei sarebbe stata bruciata e sarebbe morta con grande ingiustizia . Il cavaliere che era molto valoroso, ricevuta la lettera e trovandosi gravemente malato e sul punto di non poter soccorrere la duchessa, sentì della presente un dolore inestimabile nel suo cuore. E quasi fosse uscito di senno cominciò a gridare grandi urla e a fare il più grande e maggiore lamento del mondo. Finirono queste novità nelle orecchie del marchese, perché il marchese subito accompagnato da Curiale e da molti altri della sua casa andassero a vedere il cavaliere, il quale trovarono molto triste e sconsolato, e dopo che lo ebbero salutato gli chiesero da quanto tempo era malato e come si sentiva, e se avesse bisogno di qualcosa. Il cavaliere malato sentendo ciò cominciò a lamentarsi gravemente e rispondendo disse: “Il male che io ho è questo che oggi mi è venuto, al quale per mia sventura non posso supplire. E subito fece leggere la lettera che quell’araldo gli aveva portato. Il Marchese sentendo ciò cominciò a consolarlo, però la consolazione che gli offriva non era nulla rispetto al dolore ce lui sentiva, e dopo molto tempo, il marchese se ne andò parlando tutto il tempo di quel caso e dolendosi molto della duchessa, la quale era una donna molto valorosa. Il cavaliere non appena il marchese se ne andò da lui chiese ad alcuni che erano andati a visitarlo, chi fosse quell’uomo che stava vicino al Marchese, e gli fu risposto che era un gentil uomo molto valoroso chiamato Curial, e in gran segreto gli fu detto come pochi giorni prima era stato accusato di un fatto come il suo, con tutte le circostanze che eran accadute su quel fatto. Il cavaliere rimase in silenzio maledicendo in cuor suo tutti coloro che in queste cose si intromettono.

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    Poichè Curial aveva accompagnato il Marchese, tornò segretamente dal cavaliere malato, e parlando con lui di molte cose, l’araldo si mescolò nella conversazione e disse: “Ahi, che grande danno sarà che una tanto nobile signora come quella, due uomini malvagi per invidia facciano morire. Il cavaliere sentendo ciò cominciò a piangere amaramente, e si lamentò tanto gravemente che Curial essendo presente, commosso dalle lacrime del cavaliere, pianse similmente, e disse: “cavaliere, io non vi conosco, nè conosco questa signora la quale dite essere ingiustamente accusata, però se così è come voi dite e se gradite la mia compagnia, volentieri sarei vostro compagno in una tale impresa come questa: del quale cavaliere li fece molte grazie, e accettandolo per compagnia, giurò che quell’infamia era stata imposta contro Dio, la giustizia e buona verità, e che Dio sapeva ce lui ne lei avevano colpa. Allora Curial replicò. “Cavaliere, sforzatevi bene e recuperate la vostra salute, perchè poichè le cose stanno cosi, io presto con voi e senza voi, come il caso lo richiederà, difenderò l’onore di questa signora e il vostro. E preso commiato tornò alla sua dimora, e tramite Melchiorre fece sapere tutto alla Guelfa, lei ne ebbe grande piacere, e subito ordinò a Milano armaioli e fece preparare arnesi per Curial e per il cavaliere

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    Il cavaliere malato si sforzò e in pochi giorni recuperò la salute. E Curial fece fare livree, paramenti molto ricchi e altre cose per la giornata, e prima che arrivasse il momento della partenza tutto fu pronto. Il Marchese lo confortò molto a operare bene e gli donò dell’argento e Curial lo prese anche se non ne aveva bisogno. La notte seguente, la Guelfa ordinò a Melchiorre che, segretamente e di nascosto, le conducesse Curial: arrivata l’ora, Melchiorre con Curial andò in camera della Guelfa, i quali la Guelfa allegramente accolse, e domandò a Curial in che modo si fosse preparato, e Curial le raccontò tutto per filo e per segno, lei quasi perso tutto il colore così gli cominciò a dire: “ Curial, poco bisogno hai tu degli ammonimenti di una donna debole e di poco valore come sono io. Solamente voglio ricordarti che sei mio, e che io altra cosa in questo mondo non desidero se non il tuo avanzamento e la crescita del tuo onore, perchè io non vedendo altra via per la quale tu possa meglio avanzare se non questa delle armi alla quale nostro Signore Dio ti ha portato, ho sostenuto con pazienza, non però senza grande dolore del mio cuore, che tu ti sia offerto liberamente a fare questa battaglia. E tanto come è maggiore il pericolo e la paura tanto è maggiore l’onore che ne seguirà Hai intrapreso una giusta causa, e la fortuna ti è stata favorevole, che combatterai per una delle più nobili donne del mondo e più valorosa, secondo quello che ho sentito, la quale con quel cavaliere è stata accusata con ingiustizia. Mi venga meno il cuore che se da ciò, come io ho speranza in Dio, non uscirai con la tale reputazione che d’ora in poi nessuno oserà parlare male di te o di me, considerando vero che chi l’onore altrui difende con doppio cuore difenderà il proprio. Pensa che sarai davanti a molti re e principi e che le più nobili del mondo ti guarderanno. Scrivimi spesso e fa che io sappia ogni cosa tramite uomini fidati. Non mi fare morire dal desiderio di sapere notizie da te: non temere che ti manchi qualcosa, perchè io dubito che tu osi spendere quanto Melchiorre ti darà”. Mettendogli un molto ricco diamante alla mano e con le labbra già bagnate di lacrime lo baciò, e raccomandandolo a Dio gli disse che se ne andasse. Curial voleva rispondere ed era già con la bocca aperta per parlare, lei disse: “Va, non dirmi nulla: ricordati di me”. E così come lui sospirando girò la faccia e se ne andò, lei stava a guardarlo tutta ferma: però come lui si allontanò il cuore le venne meno e cadde quasi priva di vita a terra, al soccorso della quale tutte le sue donne vennero e con molti rimedi la rianimarono, e a forza di braccia la misero nel suo letto. Curial molto addolorato e triste, tornò alla sua dimora piangendo. Pensi ciascuno quanti pensieri e quante varie preoccupazioni abbracciarono quella dolorosa notte i due amanti. La quale dopo che fu passata e venuto il giorno, il cavaliere tedesco, chiamato Jacob di Claves, si alzò di buon mattino, e preparò tutta la sua gente, montò a cavallo e se ne andò alla dimora di Curial, il quale era già a cavallo, e non aspettava altro che il Marchese che gli fatto dire di attenderlo perchè voleva uscire con lui: il quale arrivato, si misero in cammino. La guelfa che sentì suonare le trombe domandò che rumore fosse quello e le fu detto che Curial partiva accompagnato dal marchese e da molta gente nobile e che già erano fuori dalla villa, pero che bene poteva vedere da quelle finestre. “Ah triste io”, gridò la guelfa “e chi potrebbe guardarli senza scoppiare”. E benché fosse donna di grande cuore e sapesse nascondere molto bene le sue passioni, in questa separazioni non seppe trattenersi, anzi molte parole scomposte disse. Però tanto senno ebbe che fece uscire tutte quelle che erano nella sua camera e tutta sola pianse a lungo il suo dolore: più nella virtù del suo valoroso Curial e della buona giustizia della Duchessa aveva grande speranza. Chi volesse raccontare / recitare tutte le cose della tristezza dei due amanti minuziosamente, renderebbe il libro molto grande, però per essere breve lo tralascerò: solamente reciterò ciò che mi sembra necessario volendo scrivere a vostra consolazione e piacere.

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    Non appena a Curial fu chiaro che il marchese si fosse allontanato abbastanza si girò verso di lui e disse: “Signore, tornate ci avete fatto abbastanza e molto onore”. Il marchese disse allora: “Curial, io prego Dio che ti lasci tornare con quell’onore che tu desideri”. Perchè preso commiato gli uni dagli altri si separarono. E così i cavalieri vennero continuando il loro cammino verso il regno d’Ungheria, e siccome avessero camminato per quello alcuni giorni, un giorno entrando per una città, venuti alla piazza videro molta gente radunata, e domandando che gente fosse quella, gli fu risposto che un vecchio cavaliere stava per essere decapitato, perchè lo accusavano di aver fatto uccidere malamente e falsamente in un cammino un cavaliere molto valoroso, il quale in quella stessa piazza era morto. Curial domandò: “Si può provare che sia stato lui a farlo uccidere?” Gli risposero di no: però prove che tra loro ci fosse un’inimicizia e quel cavaliere morto non avesse altri nemici, e che il vecchio molte volte aveva minacciato di farlo uccidere: ora lo accusava di un fratello morto il quale era un cavaliere molto valoroso. Era vero che il cavaliere accusato aveva due figli i quali, da poco tornati dalla Boemia, non osarono rispondere all’accusatore, il quale offrì di farsi conoscere per battaglia a tutti i cavalieri che contro di lui fossero voluti entrare in campo, e i figli, come codardi cavalieri, non osarono rispondere”. Allora, disse Curial al suo compagno, facciamoci avanti e vediamo se per fortuna possiamo mettere alcun rimedio alla vita di questo uomo. Rispose Jacob: “ Che cura abbiamo noi dei fatti degli altri? Abbiamo cura dei nostri e faremo abbastanza”. Disse Curial: “Se Dio mi da onore, volentieri mi intrometterei in questo fatto per vedere se potessi fare alcun bene, in modo che questo uomo indebolito la sua vecchiai non sia disonorata. E mettendosi avanti salutò il pretore che stava facendo eseguire la sentenza e non sperava altro che il pretore facesse la confessione. Il pretore vedendo gli stranieri, desiderando onorarli, si avvicinò e gli ricambiò il saluto. E Curial subito disse: “Che ha fatto quest’uomo perchè lo vogliate far morire cosi?” Poiché volendo rispondere il pretore, il cavaliere accusatore disse: “Ha fatto uccidere con tradimento mio fratello che giace qui davanti a voi. Rispose il vecchio “Menti per la gola perché io non ho fatto uccidere nessuno, né so nulla della sua morte, anche se lo avrebbe meritato. E se io fossi ancora quello che ero un tempo, ti farei rimangiare. Aperrin e Hans, non siete voi miei figli, io morirò dunque con la fama di assassino. I due cavalieri giovani suoi figli che qui erano, temendo la forza dell’accusatore che era molto potente e famoso nelle armi, tacevano, ma certo i loro occhi non erano asciutti, perchè Curial disse. “cavaliere, per amor di Dio, abbi pietà di questa vecchiaia. E che avrai fatto quando avrai fatto morire questo cavaliere che non si può difendere? Posto che sia mal meritevole, la qual cosa lui nega, maggiore vendetta è il tuo perdono che non ciò che fai fare, tenendo davanti a te i suoi figli, i quali per paura di te non osano difendere il loro padre. Il cavaliere rispose che lo dispensava dal parlare perchè non avrebbe cambiato nulla. “Se Dio mi aiuta disse Curial, voi avete poca parte con Dio e meno con l’onore della cavalleria, la quale vi insegna che giudiziariamente uomo che abbia offeso non sia perseguito, molto meno quelli che non abbiano offeso. L’altro rispose: “Cavaliere , sono molto meravigliato da voi e da ciò che dite, però più tanta cura avete dei fatti che non vi riguardano, e vedete i suoi figli che non vogliono difenderlo, prendetelo voi che io vi concedo del tempo per armarvi e combattere e e allora saprete che cosa significa combattere contro il diritto. Quanto a ciò che dite che per me non sia onorevole menare questo fatto per giustizia, io non posso fare altro: certo vorrei che egli fosse in età tale da potergli domandare conto in un altro modo; ma poichè questo mi è stato tolto, e i suoi figli non soddisfano; prendo la vendetta che posso non quello che vorrei. E certamente è maggior vergogna per una stirpe avere un parente moto per giustizia che cento morti per battaglia.

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    Il cavaliere vecchio che udì queste parole disse: “A uomo valoroso chiunque tu sia, abbi pietà della mia vecchiaia: sappi che nella mia giovinezza ho combattuto molte battaglie difendendo non la mia causa, bensì quella altrui: perchè se hai qualche debito con l’onore della cavalleria ti prego che ce lo mostri, perchè io giuro così come un cavaliere, che in ciò di cui sono accusato non sono consapevole”. E come Curial si volse già facendosi avanti per offrirsi alla attaglia, Jacob de Cleues il suo compagno lo sgridò dicendo: “Che è questo fratello mio? E sei nato nel mondo per emendare tutte le cose di armi che vedrai non essere ben fatte? Stai sicuro e lascia fare la giustizia, perchè la giustizia non vuole fare torto alcuno, e il pretore non lo condannerebbe se prima non fosse certo che questo lo abbia meritato”. Il cavaliere vecchio gridò: “A Jacob io ti conosco bene: e non puoi pensare che togliendomi l’aiuto di questo uomo gentile mi togli la vita? Possa nostro signore Dio aiutarti il giorno della battaglia che intendi fare, così come tu ora nella mia. E se tale cavaliere fosse come credi di essere, non dovresti sperare che questo si metta davanti a te per difendere la mia causa, perchè tu vi sei obbligato per molte ragioni le quali ora non ho tempo di dire, ma io prego Dio che ti punisca per la tua ingratitudine. E tu gentil uomo, avendo misericordia della mia vecchiaia io ti supplico che se mai desideri con onore tornare davanti gli occhi che desiderano vederti, voglio mostrarti qui la tua virtù, e con il valore della tua persona la quale vedo disposta a tale caso come questo, più che altra che io mai vedessi, tu voglia prepararti a difendere la mia giustizia, perchè quello che di ciò ti vuole rimproverare, io confido in Dio che non passeranno molti giorni che avrà bisogno dell’aiuto che io a te così chiedo, e desideroso del soccorso che a me vuole togliere si vedrà in terribile angosci”. Ribollì il sangue nel cuore di Curial sentendo queste parole, perchè guardando l’accusatore nella faccia disse: “Cavaliere, prego te per bene e per quell’onore che in te è che voglia lasciar vivere questo uomo cavaliere, il quale ancora che tu voglia, poichè è già di età di ottanta anni non può vivere lungo tempo. L’accusatore rispose che non farebbe nulla, perchè Curial cambiato dalle preghiere in collera gli disse “Vediamo d’un que che cosa gli domandi”. “Io gli domando la morte di mio fratello, il quale ingiustamente deve uccidere in una strada”. E girandosi Curial all’uomo gli disse: “E voi che rispondete?”. “Che mente per la gola e se avessi buoni figli essi mi difenderebbero. E così vi richiedo come un uomo gentile che siate voi a difendermi da questo grande torto che mi demandano”. Curial dunque rispose: “E io con l’aiuto del nostro signore Dio e della sua preziosa madre vi difenderò”. E girandosi verso l’accusatore disse: “Ora vedete che poichè Dio ne la Vergine Maria contro voi non hanno voluto pregare, la mia lancia e la mia spada vi pregheranno e vedremo se le obbedirete, e dunque mettetevi in armi, poichè io difenderò la verità di questo uomo”. Jacob de Cleues che udì che Curial aveva accettato la battaglia disse: “ Curial, percè prometti ciò che non puoi compiere? Poichè voi sapete che voi ed io tra poco tempo dobbiamo fare una battaglia all’ultimo sangue con due cavalieri e voi mi avete promesso così, e ora vedo che volete fare questa battaglia, e dico voi che se cento corpi aveste, volendo fare come avete cominciato, non ve ne resterebbe uno per la mia giornata, tanti potrebbero esserlo gli inconvenienti che ci darebbero assalto durante il cammino: perciò vi richiedo che lasciate ciò e veniate con me, e fatto ciò che dobbiamo fare potrete difendere questo uomo, il quale io medesimo difenderei se io non fossi già prima in un altro luogo obbligato”. Curial rispose: “Jacob io vedo chiamante che se in questo momento questo uomo non sia sostenuto lui è morto, e il suo fatto non sopporta dilatazione, e sono obbligato ora a difenderlo: e dovrei ora venir meno alla mia parola? Piuttosto muoia io. E’ vero che il diretto d’armi non lo permette, pero lo domanda la necessità e l’anima di questo uomo che ancora non vorrebbe uscire dal corpo, e finalmente ti dico che ciò che ho presente è a me primo. E così ti prego dunque di darmi luogo affinchè io liberi questo uomo e subito ti seguirò”. E continuando disse: “Pretore, prego voi che concediate a questo uomo tanto spazio di vita quanto durerà questa nostra battaglia, e se per fortuna nostro signore e il suo buon diritto lo aiuteranno, gli vogliate restituire il suo onore e fama, i quali quel cavaliere insieme con la vita li vuole togliere.” Rispose il pretore essendo contento. L’accusatore si andò ad armare, mormorando e dicendo che per fortuna varrebbe meglio tenere il suo cammino e fare il suo viaggio, che intraprendere una battaglia che non gli apparteneva.

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    Curial con maggiore angoscia di quanto dire non si possa, se ne andò correndo alla sua dimora e rapidamente e con forza dispiegata le sue armi, si fece armare, e avendo un forte e molto bello cavallo montò sopra per andare alla piazza. Curial sebbene fosse straniero fu molto bene accompagnato cosi dai suoi stessi uomini come dai parenti e amici dell’uomo. Era questo Curiale, secondo in altri luoghi e già detto, uno dei più bei gentili uomini del mondo: e dispiegò il suo stendardo, il quale era grigio e nero, mezzo diviso da un leone d’argento rampante, che attraversava con i due colori dello stendardo: e similmente portò un elmo molto bello e ricco con un leone che aveva nelle mani un uccello; alcuni dissero che era un’aquila, altri un nibbio. I cavalieri giovani, figli dell’uomo, furono pronti a prendere l’uno lo stendardo, l’altro l’elmo, ma Jacob gridò: “Lasciatelo cavalieri senza vergogna: io prego Dio che vi veda morire di mala morte, poichè la vostra malvagità e gran codardia mettono in pericolo tutte le mie imprese! Meglio vi starebbe prendere le armi e combattere per la liberazione di vostro padre!” E subito consegnati lo stendardo e l’elmo a due cavalieri della compagnia di Curial, accompagnati da menestrelli e trombe, mostrando grande allegria se ne andarono verso la piazza. Il pretore come vide venire Curial, lo guardò e fu molto meravigliato di come fosse venuto così prontamente e disse: “E io prometto a Dio che ancora mai vidi un cavaliere tanto ben seduto in sella come questo. O Dio! E perchè non mi avete fatto tale?” E seguendo disse al vecchio cavaliere: “Se Dio mi dà onore, di molto siete tenuto al signore Dio che in un caso tanto stretto vi ha soccorso in tal modo”. L’accusatore, che era chiamato Harrich Fonteynes, era già nel campo e con grande furore mostrava di prendere questo fatto grande dilatazione. E quando vollero partire. Jacob de Cleues si mise avanti e disse: “Harrich, tu vedi che quel gentile uomo ha Dio dalla sua parte, poichè la tua offerta di pace che tu hai disprezzato: io prego per nostro signore Gesù Cristo, che perdona la sua morte, che tu ti ritiri da questa contesa, maggiormente perchè non è vero che l’uomo abbia fatto morire tuo fratello. E se per Gesù Cristo non lo fai, avrai Dio per nemico, e quel cavaliere che hai davanti”. Harric mostrò molto maggiore furore che prima, e pensava che la paura li facesse parlare così. Gli araldi iniziarono a gridare. Ill pretore fece suonare la sua tromba, perchè tutti si allontanassero, e i cavalieri cominciarono a muoversi l’uno contro l’altro. Era quel Harrich Fontanyes un assai bravo cavaliere e molto forte, e si fidava molto della sua cavalleria, e donando speroni correva verso Curial, il quale contro lui andava ferendo con speroni con tutta la sua forza, perchè incontrato Harrich a Curial per lo scudo, in quello la sua lancia si ruppe, ma dalla sella non cadde. Curial, che era di molta più forza e virtù, avendo una grossa e molto forte lancia nella mano lo ferì di tal virtù, che dal cavallo lo fece cadere, e la caduta fu così grande, che Harrich si stordì tanto che non muoveva ne piede ne mano, tutti credevano fosse morto. Tuttavia nulla dissero, anzi speravano ciò che Curial avrebbe fatto: il quale come vide che il cavaliere non si muoveva, scese dal cavallo, e levandogli l’elmo dalla testa, lo vide come un morto, e osservò per una grande ferita, dentro la quale il cavaliere ricordò e si vide a terra e tra le mani del suo nemico. E nonostante facesse tutto il suo potere per rialzarsi, tuttavia vanamente si affaticava, poichè Curial gli stava sopra con la spada in mano, e se si rialzava lo minacciava di morte. Dunque disse Curial: “Harrich, sà Dio che io non desidero la tua morte, poichè non mi hai offeso in alcuna cosa, e ti prego che tu faccia libero quell’uomo che è nelle mani del boia a grande vergogna di quanti cavalieri e gentili uomini lo guardano, e maggiore per te stesso, se con giusto giudizio lo volessi guardare. E cosi ancora torno a pregarti, poiché le preghiere di un uomo che la vita o la morte può donarti devono essere ascoltate, che tu voglia ritirarti da questa contesta, e pensa che non è mancanza di cavalleria, ma la tua cattiva giustizia, che ti ha condotto f ino a questo punto. Harrich credendo di avere cattivo diritto e temendo la spada dell’altro che gli stava sopra il capo, rispose: “ Cavaliere, io per amore tuo voglio avere l’uomo per libero, poichè credo certamente che non sia tenuto a nulla, perchè se io avessi buon diritto, ne tu ne altri mi potreste vincere”. I fedeli, che avevano sentito queste cose corsero dal pretore, il quale subito venne e sollevò il cavaliere, che giaceva, e liberò l’uomo: e quindi trasse dal campo i cavalieri, andando prima Harrich de Fontanyes e poi Curial e il pretore. Grande fu l’onore che il pretore fece quel giorno a Curial, ma maggiore era il piacere che Jacob de Cleues ebbe, pensando che avendo tal compagno in difesa della duchessa, la battaglia si sarebbe conclusa a suo onore. Che vi dirò dell’uomo chiamato Messer Auger Bellian? Lui se ne andò da Curial e si mise in ginocchio davanti a lui per parlargli: ma Curial non lo sopportò anzi lo sollevò e disse: “Signore cavaliere, io prego Dio che benedetta sia l’ora che voi siete venuto qui, poichè certamente se non foste venuto, ora la mia testa non sarebbe sulle mie spalle. Io ho in questa regione abbastanza grande e molto buona eredità, della quale fin da ora e per sempre voglio che siate signore. E poiché questo è una cosa molto piccola rispetto a ciò che per me avete fatto, prego nostro signore che voglia ricompensarvi, poichè io non ne sono capace. Curial con una faccia molto allegra gli rispose: “Messer Auger, non ho cura della vostra eredità: sia in nome di Dio vostra e dei vostri figli, e io sono assai e molto contendo dell’onore che la vostra buona giustizia mi ha fatto in questa giornata; e così siate a Dio raccomandato, perchè non viglio che per questo mi siate in nulla obbligato.” E fatta piegare le sue armi il giorno seguenti se ne partì ma certo il pretore non fu negligente anzi si alzò di buon mattino, entrato nella sua compagnia gli disse: “Gentil uomo, io prego per quel bene e per quel onore che è in te, che tu voglia consentire che io vada nella tua compagnia in questo viaggio che fai. E se il caso lo dovesse richiedere mi voglia far partecipe dei tuoi onori, poichè io conosco certamente che un cavaliere che sia nella tua compagnia non può avere se non onore in qualcuno luogo vada”. Allo stesso modo Messer Auger lo pregò che lo ricevesse come servitore, poichè per nulla al mondo lo avrebbe lasciato. Curial molto contento della compagnia li prese e molti altri con lui andarono per vedere la battaglia, ai quali egli dava tutto ciò di cui avevano bisogno, così che quando giunsero dove era l’imperatore, erano gente grande e molto bella.

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    Tanto andarono per le loro giornate che finirono all’imperatore, il quale sapendo che Jacob de Cleues veniva per difendere la duchessa e conduceva nella sua compagnia il gentile uomo che aveva vinto la battaglia, ebbe molto grande piacere, e molti duchi e principi andavano da loro per rendere loro onore, ma per desiderio di vedere Curial che per altra cosa, dato che aveva fama del più bello e miglior uomo d’armi del mondo. Grande fu la festa che fu fatta quel giorno: ma l’imperatore era vicino a Curial e non poteva smettere di guardarlo, e domandò della sua battaglia, e per l’uomo fu tutto il caso recitato; della quale relazione mostrando Curial vergogna, quasi guardava … in faccia. Allora Jacob de Cleues in presenza di molti signori disse all’imperatore: “Signore, io ho saputo attraverso questo araldo che la duchessa d’Austria è stata accusata da due malvagi uomini di adulterio, e per questa ragione il duca, credendo troppo leggermente, la condannò a morte. Perchè io e questo compagnino mio che qui è con l’aiuto di nostro signore Dio, e confidando nel buon diritto della duchessa, siamo pronti a difenderla; perciò vi supplico, vi chiedo misericordia che la battaglia si faccia davanti a voi, perchè non è ragionevole che il duca ne possa essere giudice e parte”. L’imperatore rispose: “Jacob, la battaglia si farà davanti a me; e io farò venire qui la duchessa e gli accusatori e ancora il duca. E ora scriverò al duca che venga dal continente, conducendo in sua compagnia la duchessa, e similmente coloro che l’accusano, e siano davanti lui per il giorno di San Marco, che è a 25 giorni d’aprile, perchè qui c’erano due cavalieri che volevano difendere attraverso la battaglia l’onore della duchessa”. Il duca fu molto contento, e per il girono assegnato fu davanti l’imperatore, accompagnato da molti baroni e altra gente nobile. Dentro il quale tempo per Curial si mostrò molto, cosi nell’ornarsi, come in conviti e molto grandi feste, nei quali largamente spendeva, e similmente nel mantenere grande stato e nei molti doni che donava; in modo che era tenuto in stima molto grande. L’imperatore fece costruire la piazza dove la battaglia si doveva fare, molto bella e grande, circondata da luoghi per guardare, perchè i signori che per guardare la battaglia erano venuti, erano molti dalla Germania, e dalla Francia e dall’Italia e da molte altre regioni: e da un lato, fuori però dalla pista, vi era un catafalco, molto alto, circondato da molta legna, sopra il quale stava la duchessa accusata e il fuoco acceso in un angolo. Il Duca di Baviera, che vide montare la sua figlia sul catafalco, disse: “Figlia mia, se tu sei senza colpa da questo crimine che ti è stato imposto, abbi speranza nel nostro Signore Dio, che lui tirerà fuori con quell’onore che tu desideri, e vedrai la vendetta dei crudeli accusatori. La duchessa sua madre, sopraffatta di dolore, piange molto dolorosamente e così fanno molte altre donne che in sua compagnia erano venute, e non meno l’imperatrice che era sua cugina. Però, ordinato l’imperatore, ciascuno andò al suo posto, maldicendo quei due cattivi uomini che in tanto disonesto pericolo l’avevano portata.

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    Mentre queste cose accadevano, si videro i due cavalieri accusatori venire con uno stendardo bianco chiaro, tutto cosparso di volpi nere, e tali i paramenti dei cavalli: e ben accompagnati, scesero dai cavalli nella loro tenda. Non passò molto tempo che dall’altra parte vennero Jacob e Curial, con uno stendardo grigio e nero mezzo diviso con un leone rampante in mezzo, con grande rumore di trombe e menestrelli, accompagnai da infinti conti e baroni che in torno a piedi li seguivano. Tutta la gente delle logge si girò a guardare verso quella parte, e scesero dai cavalli nelle loro tende. Gli accusatori avevano sentito che Curial era molto valoroso uomo d’armi a cavallo, perchè pensando d’avere un miglior partito di lui a piedi, fecero in modo che a piedi si facesse; per cui gli altri ne furono molto contenti. Perchè uscendo dalle tende, ordinando l’imperatore, gli accusatori dei quali uno era nominato Otho de Cribaut, e l’altro Parrot de Sant Laydier, entrarono nel campo e fatta reverenza all’imperatore, al suo padiglione, che era blu chiaro cosparso di volpi, continuando se ne andarono. Subito e senza ritardo vennero Jacob e Curial, e così come furono dentro, Curial si fermò e guardò verso quella parte dove l’imperatore era e andò verso lui, e inginocchiandosi gli chiese che lo facesse cavaliere. L’imperatore scese in una delle scale della sua loggia, e accostandosi Curial lo fece cavaliere; e come fu compiuto disse ai principi e signori che gli stavano vicino: “Certamente io credo che ho fatto cavaliere il più bello gentile uomo che io abbia mai visto, e se lui è così prode come è bello, non vorrei essere uno degli accusatori”. Molte cose furono dette in quella piazza in lode di Curial, il quale dopo che ebbe fatto reverenza all’imperatrice e a tutti i duchi e duchesse che erano nella piazza, si alzò un pianto molto grande nel catafalco della duchessa di Baviera, che a tutte le donne e quasi gli uomini invitò a piangere: il quale sentendo Curial che alla porta della sua tenda si stava segnando con il ventaglietto, con un grande grido fece un salto tanto alto, che tutti coloro che lo guardavano fece meravigliare; e entrando dentro sulla sua sedia si sedette. La tenda era di velluto vellutato grigio e nero ricamato d’oro molto ricco, sopra la quale c’era uno stendardo mezzo diviso di grigio e nero con un leone rampante doro. L’imperatore ordinò il duca d’Olanda e di Lorena, i quali erano belli e molto saggi signori, che lavorassero tra questi cavalieri per vedere se per caso senza battaglia questo fatto si potesse risolvere e la duchessa potesse essere liberata. E incominciarono a trattare, e andando inizialmente dagli accusatori, gli dissero che ricordassero di essere cristiani e che Dio era giusto e mostrava la sua giustizia in tali momenti, e che si togliessero dall’accusa, dalla quale non ricavavano nulla, e che cessassero la battaglia, o se per caso qualche modo sapessero come la battaglia si sarebbe conclusa, lo dicessero, perchè loro ne avrebbero usato molto bene. I cavalieri risposero che loro non sapevano in che modo la battaglia potesse terminare, se non che gli altri cavalieri lasciassero la difesa della duchessa: perciò i duchi continuando andarono all’altro padiglione, e entrati dentro salutarono i cavalieri e gli dissero come erano stati nell’altro padiglione e avevano un certo sentimento verso quei due cavalieri, che la battaglia poteva concludersi se loro avessero voluto dare spazio, per cui pregavano di accordarsi su ciò e di cercare un modo perchè l’evento si risolvesse. Jacob rispose: “Signori, io non conosco altra via a questa: che quei due cavalieri cosi come hanno detto disdicano, e finirebbe la battaglia”. Quando i duchi risposero che loro non sarebbero tornati dagli altri con questa risposta, ne portato tale ambasciata, e che ci pensasse meglio poichè questa partito molto disonesto gli sembrava, e su ciò si scambiarono molte parole; finalmente Curial, che ancora non aveva detto niente, disse cosi: “Signori, vi chiedo pietà che vi ricordiate che siete cavalieri e figli di donne, e se per lo sguardo dovuto vi é alto questa battaglia non può essere fermata, né noi dobbiamo ne possiamo lasciarla senza grande disonore, perchè è interesse della duchessa, per la quale siamo entrati qui a difendere. Se solamente fosse interesse nostro, sarebbe cosa lieve trovare un modo perchè la battaglia cessasse; ma l’interesse della parte come l potremmo rilasciare essendo noi cosi avanti? Guardate ciò che io guardo, cioè quella triste e sventurata signora che guarda noi d’una parte e il fuoco dall’altra, e cosi donando fine alle parole facciamo ciò per cui siamo venuti, poichè non mi sembra che questo fatto, ne agli altri ne a noi, possa dare fine onorevole se non quello della battaglia: e di me vi certifico che posto che il mio compagno lo rilasciasse, cosa che non credo, io non uscirò da questa lizza (arena per tornei) senza battaglia e così mi troverete morto o vincitore”. Jacob confermò così, per la qual ragione i duchi non tornarono più agli altri padiglioni, anzi se ne andassero dall’imperatore, il quale sentita la relazione fece suonare una tromba, e subito i cavalieri uscirono fuori e gli furono donate le asce, e i padiglioni furono demoliti e tratti dalla lizza, e l’imperatore ordinò che tutti uscissero dal campo, salutando i cavalieri che dovevano fare la battaglia e i fedeli, e così fu fatto. E il re d’armi per ordine dell’imperatore urlò ai quattro angoli del campo che nessuno parlasse ne facesse segni sotto pena di morte, e fece giurare ai cavalieri di non avere cose scritte, scongiure / formule magiche ne altri artifici che li potessero aiutare, ma solo le armi, che erano asce, spade e daghe (spada corta). Ora potete dire che guardandosi gli uni agli altri ragionassero l’anima con il corpo, e la duchessa triste, sconsolata e sempre più afflitta, pregava Dio per i suoi, e cosi fecero tutte le donne e la maggior parte degli uomini che erano nelle logge.

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    Stando in ciò il trombettiere dell’imperatore fece un suono, perchè i fedeli prendessero i cavalieri, li mettessero nel luogo dove avevano diviso il suolo, e così come la trombetta fece altri suoni i cavalieri si mossero per ferire, al movimento dei quali la duchessa che stava sul catafalco svenne e cadde. Però nessuna ne ebbe cura ne guardava verso quella parte. Otho de Cribaut venne verso Jacob de Cleues, e all’inizio si diedero grandi colpi con le asce, e poi cominciarono a ingegnarsi per ingannasi l’un l’altro, e combatterono molto valorosamente cosi come quelli che erano cavalieri valenti e molto buoni. Parrot che in quei tempi era tenuto per uno dei migliori e più aspri cavalieri della Germania, e il quale molte volte si era trovato nella lizza a oltranza, e da cui sempre aveva riportato onore, corse contro Curial, con l’ascia bassa, per ferirlo di punta in faccia, ma Curial scostandosi un poco lo lasciò passare, e gli diede un così grande colpo d’ascia sull’elmo che il manico si ruppe: e quando Parrot si girò, Curial ebbe messo mano alla spada e si affrontarono molto brutalmente. Curial dopo molti colpi dati e ricevuti, si avvicinò tanto a Parrot, e preso con la mano sinistra sotto le giunture delle piastre, e con la punta della spada cominciò a dargli grandi colpi, e le spinte che gli dava erano tali che lo muoveva e lo conduceva ora qua, ora la. Così che Parrot vedendo che l’ascia non gli giovava, la lasciò, e mise mano alla spada cominciandosi a difendere valorosamente.

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    Stavano questi due cavalieri in questo punto quando gli altri due, già lasciate le asce, erano venuti ad abbracciarsi. Ma Otho che era molto più forte di Jacob, lo sopraffece, lo mise per terra, e si sforzava a togliergli la vita, quando Curial guardando verso quella parte prese la sua spada a due mani, diede con la punta ai fianchi di Otho, che era curvo sopra Jacob, che fece cadere di spalle tutto rovesciato, e girandosi verso Parrot che si affrettava già per ferirlo, e gli disse: “O falso cavaliere! E ti affretti che in te debba rimanere la piazza? Perciò lo assalì fortemente e li diede così grandi colpi, che certo Parrot capì che aveva molto da fare per difendersi da Curial; perciò Curial conoscendo che quell’altro più avanti non poteva, anzi gli mancavano fiato e forza, affrettandosi molto poderosamente, e lasciata la spada l’afferrò con le mani e dopo averlo sopraffatto un poco, con un giro lo mise per terra, e quando fu caduto fu così stanco che non aveva cura ne potere di rialzarsi. Curial, girandosi, vide gli altri due cavalieri già legati e che facevano aspra battaglia, ma Curial li fece finire subito, perchè afferrò Otho per le spalle e gli diede un così grande colpo che un’altra volta lo buttò a terra: perciò Jacob corse alla sua ascia e prima che Otho si rialzasse lo ferì per il capo con grandi colpi, in modo che Otho non avesse cura di alzarsi anzi fu tutto perso e disperato della sua vita. Curial già aveva sollevato a Parrot la faccia dall’elmo, come Parrot che aveva tutta la faccia bagnata di sudore ed era tanto stanco che non poteva riprendere fiato, ne quindi parlare, giaceva steso e non faceva cenno di alzarsi; perciò Curial gli disse: “ Parrot, di cosa ha spinto te e il tuo compagno ad alzare una tanto disonesto crimine alla duchessa”. Parrot rispose: “ Cavaliere, chiedilo al mio domando se è vivo, perchè te lo dirà lui, perchè io non so niente, se non che sono aiutante come lo sei tu stesso”. Allora Curial guardò verso Jacob, e vide che voleva uccidere Otho mettendogli la daga negli occhi, ma Curial gridò: “Non farlo, che altra fine deve fare questo cavaliere”. E continuando Curial disse a Otho: “Dimmi, cavaliere sleale, e che avrebbe fatto la duchessa perchè in questo modo l’avessi minacciata?” Rispose Otho: “Certo lei niente, ma Jacob mi aveva tolto dal mio onore, cacciandomi dall’intimità del Duca e io non sapendo come potessi vendicarmi, pensai che per quella via lo potessi sopraffare e confidando nella cavalleria di Parrot intrapresi questa battaglia, non pensando che arrivassi a questo punto. Disse Curial: “Dunque la duchessa non ha commesso il crimine del qual l’avete accusata”. “Certo non successe” rispose Otho. Ah malvagio cavaliere, disse Curial, e come hai poca parte in Dio e nell’onore della cavalleria! Perciò chiamati i fedeli, il detto Otho senza oppressione, confessò davanti a loro che ingiustamente e a grande torto aveva accusato la duchessa, pensando che il Duca avrebbe mandato alcune persone che uccidessero Jacob nel cammino, non credendo che si comportasse cosi crudelmente verso la duchessa. Perciò Curial disse ai fedeli: “Signori, Jacob e io abbiamo altro da fare in questa piazza?” I fedeli risposero: “No, basta ciò che avete fatto finora”. Sollevati i cavalieri che giacevano a terra, l’imperatore scese dal catafalco e venne a Curial e prendendolo per la mano, gli disse: “Ah valoroso cavaliere, piacesse a Dio che io fossi tale come te, e tu fossi imperatore. A onore e gloria di tutta la cavalleria del mondo e di quanto ti sono tenuti i cavalieri leali, certo il duca di Baviera non ti ripagherebbe di tanto onore come lo hai fatto con la metà del suo ducato, ne il duca d’Austria (lasciando stare la sua moglie), con tutto ciò che c’è nel mondo. E girandosi agli altri, disse: “E voi malvagi cavalieri, che pena sarà abbastanza a punirvi delle vostre colpe? Dica Curial che vuole che sia fatto di voi”. Rispose Curial: “Signore, non piaccia a Dio che io procuri la morte ad alcun cavaliere: così sono tutti e due; li è la duchessa di cui è interesse; fatene ciò che vi piaccia, poichè io non mi intendo intromettere oltre. Era già sera quando l’imperatore fece uscire i cavalieri dal campo, e quando uscirono prima i vinti, la duchessa di Baviera che alla porta della lizza stava aspettando l’uscita di quei uomini cattivi, li assalì con le unghie in faccia gridando grandi urla: “traditori!”. Ma i signori che stavano intorno la trattennero e l’allontanarono, e cosi con le facce basse, carichi di vergogna li portarono fuori dal campo. L’imperatore ordinò Jacob de Cleves ai re di Sicilia e di Boemia, e lo condussero in mezzo a loro f ino al palazzo dell’imperatore, il quale prese Curial per la mano, e mai si separò da lui finchè non l’avesse messo nel suo palazzo e nella sua camera. La duchessa fu fatta scendere dal catafalco, e vi montarono i due falsi cavalieri, e acceso il fuoco morirono di morte crudele e vergognosa.

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    La duchessa delirava, che per l’allegria non sapeva che si facesse, venne a casa dell’imperatore, e chiese dei suoi cavalieri, e li furono mostrati: e subito corse verso Curial e lasciandosi cadere ai piedi glieli volle baciare, ma Curial tutto vergognoso glieli allontanava e spostandola, si inginocchiò davanti a lei dicendo: “A signora, per pietà di Dio, non considerate una cosa importante questo poco che Jacob de Cleves per voi ha fatto, poichè vi è tenuto per debito della cavalleria, e io e tutti gli altri cavalieri eravamo e siamo obbligati per nostra dignità: ma vi chiedo la cortesia che vi serviate di me in tutte le cose nelle quali io vi possa servire, che io lo compirò per quanto posso. La duchessa e sua madre e molte altre signore piangevano di gioia, della qual cosa Curial aveva molta grande vergogna. Perchè l’imperatore prese i cavalieri, e per allontanarli dalla moltitudine della gente che li infastidiva, li mise in un cantuccio, e con poca gente si chiuse dento con loro. Il grande pranzo fu apparecchiato e le tavole messe: quei due cavalieri, e in particolare Curial, furono collocati onorevolmente a capo tavola; le vivande furono molte e furono servite splendidamente; perchè il Duca di Baviera, volendo davanti a tutti mostrare la sua magnificenza, avendo una figlia donzella molto bella di età per caso di 15 anni, ed era bella di fama e di fatto che in quel tempo nell’impero di Germania di trovava, presa quella per la mano, se ne andarono davanti Curial e disse: “Curial, caro amico mio non so in quale maniera ti possa retribuire l’onore che il giorno di oggi mi hai fatto, se non donandoti questa mia figlia per mogli e che prenda la metà della mia terra, e dopo la mia morte sii di tutta signore. Curial sentita queste parole e vista la donzella, che di bellezza era molto grande, diventò tutto rosso e infiammato, e prima di rispondere, però già quasi aperta la bocca per parlare, Melchiorre di Pandone, che era venuto da Monferrato ed era passato un bel pezzo che faticava per avvicinarsi a lui, con gran forte fatica e pena si mise tra la gene, e in presenza di tutti, gli donò una lettera scritta dalla Guelfa. Curial perse tutto il colore che aveva preso e anche la parola, poichè volendo parlare balbettò e gli tremarono le labbra in modo che non fu in grado di dire alcuna parola, ne fu in potere di rispondere. Ma il duca che era un signore molto signore, percepì che quella lettera lo avrebbe turbato, proseguendo ciò che aveva cominciato a dire disse: “Curial, non vi turbate dell’offerta che vi ho fatto; io me ne torno alla mia casa con la mia figlia, la quale condussi per vostra, ogni volta che a voi verrà in piacere di accettarla. Il rumore era molto grande di trombe e menestrelli, e della gente che gridava, parlava e mormorava, che se Giove avesse tuonato non lo avrebbero sentito. Però come il pranzo fu finito e le tavole sparecchiate, l’imperatore prese per la mano Curial e con loro allegro lo iniziò a festeggiare, e ordinando che danzassero, pregò Curial che danzasse. Il quale obbedendo all’ordine, fatta innanzitutto sgombrare la sala, volle iniziare una bassa danza, ma la duchessa liberata si presentò davanti a lui e gli disse: “Signore cavaliere, verità è che voi mi avete sottratta alla morte, per la qual cosa dopo nostro signore Dio sono a voi tenuta più di qualsiasi altra persona viva al mondo, e avendomi fatta scendere dal catafalco non mi avete restituita a mio marito, ne mi avete fatta avere la sua grazia, poichè vi supplico che ve ne liberiate.” Curial, tutto vergognoso per ciò che prima non aveva fatto, prese la duchessa e cominciò a condurla verso il Duca, il quale sentendo che verso di lui andava, subito si avvicinò a Curial lo salutò molto amichevolmente. Ma quando Curial e la duchessa si misero in ginocchio per parlare, il Duca, con la maggiore attenzione del mondo, sollevò Curial e similmente la duchessa. Curial allora disse: “Signore, a voi non è necessario spiegare il caso che è successo tra quei due cavalieri che presuntuosamente provarono a gettare una macchia sull’onore della signora duchessa vostra moglie, e come con grande vergogna e danno di loro la verità è venuta alla luce, la vittoria che nei loro confronti c’è stata non deve essere attribuita ne al mio compagno ne a me, ma solamente alla buona giustizia della duchessa, la quale i più fiacchi cavalieri del mondo in questo caso avrebbe reso vincitori; perchè supplico che la riceviate con quell’amore, e con quella grazia che in altri tempi usavate avere con lei. Il duca sentendo queste parole rispose: “Curial, vero è che mia moglie non è offesa più di niente, e come lo è stata, poichè mi prega un tale cavaliere come voi siete, non vi saprei dire di no”. E prendendola per la mano le disse: “Moglie, baciate Curial così come al migliore e più valoroso cavaliere del mondo, e al quale voi e io siamo tenuti di tanto, che io credo che nella nostra vita non saremmo ne potremmo essere liberi di tanto onore come ci ha fatto”. La duchessa baciò Curial e dopo il duca la baciò; la madre della duchessa, che era la duchessa di Baviera, vedendo ciò venne da Curial e abbracciandolo gli fece una festa smisurata, e fecero altrettanto altre principesse e signori. L’imperatore dunque venne verso quella parte e ordinò che tutti si mettessero da parte e che danzassero, e così fecero; perchè Curial ordinato dall’imperatore, pres al duchessa libera per la mano, e seguendolo molte signori e signore, fece una bassa danza, con tanta grazia e con tanta grande piacevolezza che ciò fu una grande meraviglia. L’imperatore, che stava guardando il comportamento di Curial, meravigliandosi molto di ciò che vedeva disse: “Certo io mai non vidi per arena e per camera se non questo, e per la mia fede e grande danno di tutto il mondo che questo non sia signore. A maledetta sia la fortuna che questo cavaliere non lo ha posto in uno stato nobile!”. E’ già un bel pezzo che stavano danzando e la notte se ne andava, quando Melchiorre di Pandone si avvicinò a Curial e gli disse: “E’ ora che ve ne andiate alla vostra casa; affinchè Curial si ricordi della Guelfa” e rigirandosi verso l’imperatore ottenuta licenza, non senza innumerevole compagnia e molta gente nobile se ne andò alla sua dimora. E essendo sceso dal cavallo, la colazione si fece molto grande. Qui vedrete spreco di infiniti confetti di zucchero e di preziosi vini. Ma era già passata la mezzanotte, quando suonando le campane nei monasteri cominciavano gli inni del mattino, e qualcuno ancora non poteva allontanarsi da Curial: perchè Melchiorre invitò ciascuno ad andarsene e ottenuta licenza, ciascuno parlando tutto il tempo di Curial, tornò alla sua dimora. La gente era appena uscita dalla camera, quando Curial tirata fuori la lettera della Guelfa e baciata quella infinite volte, si mise in ginocchio a terra e aprendo la lettera e guardando la sottoscrizione che diceva, “Guelfa la tua”, gli occhi si riempirono di acqua e vendendoli al cuore in un filo, gli si generò nel cuore un tale desiderio di vederla che tutto il sangue gli fuggì. E cessando i suoi polsi di muoversi, perse il colore non in altro modo che se l’anima lo avesse abbandonato, a terra cadde; della qual cosa vedendo Melchiorre e allo stesso modo Jacob de Cleves che da lui non si allontanava, lo presero e lo misero in un letto di riposo. Lo tirarono dai capelli e dal naso e lo gridavano per nome, ma certo questo non serviva a nulla: i suoi spiriti si erano allontanati di molto da lui; della qual cosa le persone intorno sopraffatte di compassione tutti piangevano, e con acqua fredda e altri argomenti si affaticavano di riportarlo alla salute, e così fecero, che dopo un molto tempo tornò in sè fece un sospiro molto grande, e senza che osasse dire nulla, cominciò a piangere molto amaramente e guardava a ciascuno in volto, e senza parlare faceva meravigliare tutti coloro che stavano qui, i quali con buone parole si sforzavano di consolarlo. E quando lui si fosse già riposato ordinò che tutti uscissero dalla sua camera, e solamente trattenuto in sua compagnia Melchiorre di Pandone, disse: “A Melchiorre, padre mio! E che ne è della dea del mondo, e lei si ricorda di me? A Cupido, le armi le quali porto conficcate nel mio cuore! Io guardo spesso i cieli e nel terzo cielo (cielo di Venere, la dea dell’amore) contemplo tua madre, la quale con i raggi luminosi del suo grande splendore è solita illuminare questo super tenebroso cuore promettendomi buona speranza; dimmi se alcuna cosa di quelle che avverranno è a te certa, se vedrò mai quella di cui sono schiavo, e senza la quale la signoria di tutto il mondo disprezzerei e considererei cosa da niente, se mi vuole bene e se mi tiene per suo, così come mi ha detto. A povero me, e quanto meriterò i beni che mi ha donato e gli onori che mi ha fatto e mi fa tutti i giorni! E quali buoni auguri avevo guadagnato, e quali fate mi hanno incantato per cui la regina della nobiltà a sue proprie spese mi ha sollevato dalla polvere!” Melchiorre di Pandone il quale tutto ciò aveva sentito, disse: “Curial, perchè ti comporti e dici parole di femmina? Asciugati le lacrime che troppo hai pronte, e non è opera di cavaliere, e il bene non vi faccia male; leggete la vostra lettera e non piangete prima di averne ragione.” Curial lesse la lettera e trovò in quella parole molto consolatrici, e promesse di sicura e ferma speranza, della qual cosa il cuore tutto si schiarì; e dopo che una e molte volte la lesse, e, con le labbra baciandola, bagnata, la piegò in un ripiego molto stretto e legata con fili di oro e di seta grigia e nera l’appese al collo. E da qui in avanti fattala incastonare in un leone d’oro con molte pietre preziose e perle grosse orientali, la portava tutto il tempo appesa davanti ai petti. In tale reliquiario fu messa la prima lettera che Curial ebbe dalla Guelfa. Ma appena passò il resto della notte, condotto da Melchiorre, si ritirò a dormire. Passò ben poco tempo che arrivò il giorno, e il sole chiaro e luminoso gettò fuori le tenebre dalla faccia della terra. Quando Melchiorre di Pandone alzandosi, sentì alla porta della dimora di Curial grande rumore di trombe e menestrelli e di molta gente nobile, e andando da Curial, lo svegliò e gli disse: “Curial alzati, ed esci dal letto; vedi la strada e anche la casa piena di infinita gente che viene per farti onore.” E così come lui si alzò, il duca d’Austria venne accompagnato da molta gente nobile, il quale alla porta della camera urlò con grandi grida: “Curial, che ne è di voi?” Perchè Curial uscendo subito dalla camera fece reverenza al duca, e con parole e detti piacevoli passarono un pò di tempo, dentro la quale Curial finì di sistemarsi.

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    Ma l’imperatore che non aveva passato tutta la notte dormendo, inviò a Curial il dono seguente: cioè, una cinta grossa d’ora con perle di valore e molte pietre preziose, la quale valeva un gran prezzo, una collana con perle tanto grosse che mai si erano viste simili, e molti diamanti e rubini. Ancora gli regalò una scarpa d’oro molto ricca, e due vestiti, una di raso di seta verde scuro ricamata nella seguente forma: aveva intorno delle falde del vestito arboreo con le radici, il tronco e tutti i rami di perle, le foglie battenti tutte d’oro fino, e i frutti che erano more, era composto di smeraldi, balassi e zaffiri molto preziosi, e in questo modo questi alberi occupavano tutto il vestito che di quello non ci mostrava il drappo; l’altro vestito era di velluto nero, e aveva intorno alle falde una testa di drago molto ben ricamata che sembrava che divorasse l’uomo che lo portava, gli occhi del quale erano due riunioni grandi tanto splendenti che erano di un prezzo inestimabile. E inoltre gli donò tutta la sua biancheria d’oro, e quattro cavalli molto belli e dieci giumenche molto belle. E così come Curial accompagnato da quei duchi e signori cominciò ad uscire dalla camera, il dono dell’imperatore attese, il quale fu guardato da tutti, e lodarono l’imperatore di gran magnificenza dicendo che in ciò aveva operato in maniera molto nobile; perchè Curial tornò indietro e indossò uno di quei vestiti, e si mise in piedi da quei gioielli, i quali li furono visti, per dono dei quali vestiti e altri gioielli, Curial donò al portatore tutta la sua attrezzatura di scudiero, della qual cosa fu lodato molto. I duchi di Baviera e l’altro duca loro genero vennero e con il maggiore onore che gli potevano fare lo condussero al palazzo dell’imperatore, dove era apparecchiato il gran convitto, poichè l’imperatore estese l’invito ai re, principi, duchi e conti che erano qui. Non si meravigli nessuno che qui non si parla di Jacob de Cleves, perchè non appartiene alla nostra materia parlarne più, poichè dobbiamo raggiuntare i fatti di Curial, e d’altra parte, nonostante Jacob de Cleves fosse festeggiato, onorato e favorito, però a confronto di ciò che si faceva a Curial, era povera cosa e perciò non ce ne cureremo in questo momento. Melchiorre di Pandone temeva molto che Curial non avesse la faccia di dire no al duca di Baviera del matrimonio che gli aveva proposto, vedendo la cosa tanto grande e che non era da rifiutare da parte di nessun re del mondo. E dubitava che se Curial lo concedeva, visto l’onore che aveva guadagnato, del quale la fama sarebbe giunta alle orecchie della Guelfa, la vita di lei sarebbe molto poco, perchè con grande fatica per la moltitudine della gente che vi era potè avvicinarsi a Curial, il quale tra quei signori stava, e gli disse con voce bassa: “Curial, se i duca di Baviera, vi torna a parlare, ricordatevi di chi vi ha fatto uomo, cioè la Guelfa, alla quale, se a ciò venite meno, alla quale converrà morire subito o avrà vita dolorosa”. Curial, che sentì il nome della Guelfa, guardò nella faccia di Melchiorre e cambiò tutto il colore, della qual cosa l’imperatore gli disse: “Che succede Curial, c’è niente di nuovo?”. Rispose Curial: “Signore, questo prode che qui si tiene al posto di padre e quasi mi ha nutrito e a spese sue mi ha fatto uomo, mi ha donato tutto il tempo copiosamente tutto ciò di cui avevo bisogno, e ora è venuto qui e mi ha ricordato un’attività la quale mi carica molto, perchè è a me molto necessario tornarmene al mio paese con attenzione”. L’imperatore si girò verso Melchiorre e gli fece onore, e gli disse: “ Prode, non ti penare di ciò che in questo cavaliere hai oberato, perchè certo la tua vecchia ne i tuoi beni non potranno meglio splendere che nutrire tale cavaliere come questo è, al quale più che nessun altro al mondo io vorrei assomigliare, e così vedi se il mio aiuto ti può in niente essere utile; dimmelo, ce per amore di Curial non mancherò”. Il prode si lasciò cadere ai piedi dell’imperatore, e allo stesso modo Curial tutto vergognoso gli baciò le mani facendogli infinite grazie della sua offerta. E quindi l’imperatore si mise a tavola solo con i re, Curial e la Duchessa, davanti la quale ce n’era un’altra parte molo grande dove sedevano principi, duchi e grandi signori e con loro Jacob de Cleves e Melchiorre di Pandone, e dopo altri tavoli dove sedevano grandi baroni e cavalieri. La festa fu molto grande e furono serviti splendidamente e copiosamente molte vivande e preziosi vini, l’ordine del quale non vi dirò, perchè non ho tempo. Dopo che ebbero cenato, i giullari vennero e cominciarono a suonare il corno, e l’imperatore presa l’imperatrice per la mano e tutto ridendo cominciò una bassa danza, dopo dei quali seguirono molti, e danzarono molti altri. Grande e molto allegra fu la festa che l’imperatore fece quel giorno, tanto che tutti si erano meravigliati che se tutti i re del mondo ci fossero non si sarebbe potuta ne fare ne mostrare maggiore baldoria. La quale festa finita, il duca di Baviera non scordando ciò che aveva iniziato, quando l’imperatore si andò a riposare, prese Curial per la mano, e lo pregò che cenasse con lui. Curial glielo concesse molto contento, e subito se lo portò al suo palazzo, e deliberò di fargli una grande festa, e così ordinò che alla tavola principale non sedessero se non la duchessa sua moglie e Curial, e che non servissero se non donne, tra le quali ordinò che la duchessa libera che era sua figlia maggiore e, e si chiamava Cloto, fosse maestra dello stallo, l’altra figlia donzella, la quale Laquesis era chiamata, gli servisse il vino. Era questa Laquesis una donzella che appena i quindici anni superava, assai alta e di emerravigliosa bellezza, e la quale in quel giorno si studiò nell’aggiungere bellezza artificiale a quella naturale della quale nostro signore Dio l’aveva dotata più di tutte le altre donne dell’impero della Germania ampiamente e molto copiosamente. Non voglio perdere tempo nello scrivere minuziosamente tutte le circostanze della sua bellezza, ma chi lo vorrà sapere legga Guido delle Colonne (scrittore siciliano) laddove descrive la bellezza di Elena e sia contento con ciò e pensi che a Laquesis non mancava la bellezza, perchè certo natura con grande studio per far meravigliare la gente la produsse tale nel mondo. E sopra tutte le bellezze che c’erano, si aveva i più begli occhi e più risplendenti e allegri che in alcun tempo fossero mai stati visti, con i quali non c’era persona che lei guardasse che subito non gli facesse dimenticare tutte le altre cose, e solamente guardandola non gli facesse avere cura continua; in tanto che con gli occhi solamente aveva molte bestie da cibare, i quali se lei non fosse, avrebbero cercato in altre parti la loro libertà, nonostante che lei era tanto fredda che mai alcun uomo per bello e valente che fosse si era potuta riscaldare, ne uomo del mondo potè conoscere che lei più da una parte ce dall’altra si inclinasse, e a molte signore le quali, se questa non fosse mai esistita, avrebbero avuto molti corteggiatori, a loro fece riservare onestà forzata. E oltre a ciò tutte le cos e che faceva o diceva erano dette e fatte con tanta grazie e con tanta affabilità che questa era sovrana d’ammirazione. Perchè come Curial guardava questa attentamente e la contemplava a particolarmente tutte le sue bellezze, subito rubò il suo cuore alla Guelfa alla quale inizialmente l’aveva donato, cominciò a disporre di presentarlo a Laquesis, al quale aveva gli occhi confitti in quelli di Curial e dentro se stessa, contenta della bellezza e cavalleria di quello, tutta ansiosa, preparava un nuovo modo con cui potesse piacere a Curial. E mentre i due stavano così alienati, una nobile donzella chiamata Tura, la quale serviva a Curial i coltelli, e nemmeno che Laquesis si era allontanata da lui, si accorse di ciò, e vedendo che Curial non mangiava, così come quella che era assai bella e molto adatta disse: “Curial, guardandomi vi dimenticate di mangiare, o per caso non è alla vostra altezza il mio servizio’” Curial dunque sveglio il cuore e spostando un poco gli occhi da là dove li teneva, separò la mano che non stava usando dal piatto e si mise a mangiare. Duqnue la duchessa disse: “Tura, mi ha fatto piacere che tu lo abbia sollecitato”, e Tura rispose: “Signore, è un pezzi che l’avrei fatto, am temendo l’usanza della sua terra che dicono che se l’uomo gli invita loro se ne vanno, sono stata zitta”. La duchessa rise molto; dunque Curial vedendo che di lui ridevano rise un poco, ma non fu capace di rispondere. Però lui mangiava poco e beveva meno, poichè non osava domandare; perciò Laquesis andando al bicchiere non gli girò la schiena. Ma la duchessa ordinò a Laquesis che portasse da bere a Curial. Questo giorn indossava Laquesis un vestito di damasco bianco tutto rivestito di ermellino, tutta ricamata di occhi, die quali uscivano lacci di oro fatti in diverso modo. E sebbene i lacci fossero vuoti, certo molti c’erano caduti e tra gli altri Curial, al quale il laccio stringeva tanto che già non era più in grado di fuggire. Così Laquesis, accompagnata da molti cavalieri e donzelle, andò per il bicchiere e venendo lo presnetò a Curial. E’ vero che Curial sapeva che era molto grande carico prenderlo dalla mano di Laquesis, e anche gli sembrava maggior carico rifiutarlo, farglielo tenere, per cui allargando la mano prese il bicchiere e bevve, e come Laquesis bevve il bicchiere, la duchessa sua madre le disse: “Laquesis, bevi quello ce rimane per amore di Curial” e così fece. Poi la duchessa disse: “Curial che ti pare di mia figlia”. Curial rispose: “Certo, signora, io credo che voi avete la più bella bella e più graziosa figlia del mondo”. Replica la duchessa: “E che è ciò di cui più vi alzate di mia figlia?” Rispose Curial: “Signora , tutte le cose che io vedo in Laquesis sono le più belle del mondo, però i suoi occhi sono tanto belli che io non credo che Dio sappia tornare un’altra volta a farne altri uguali; e certo il suo vestito si abbina bene con la sua faccia. È così parlando di ciò e di altre cose la cena fu finita. Non voglio perdere tempo nel descrivere le vivande ne in nominare i convitati:pensi ciascuno che non mancava nulla che potessero nobilitare il convitto. Ma dopo che le tavole furono sparecchiate, il duca venne a quella parte, e ordinò che sua figlia si sedesse vicino a Curial, della qual cosa lui fu tanto contento come se fosse la miglior cosa che li potesse avvenire. Si sedettero molti conti e grandi baroni e dame, damigelle in gran nome, e qui giocarono allegramente a molti tipi di giochi a cui si è soliti giocare nelle feste nelle grandi corti; dopo dei quali, essendo già passata gran parte della notte la gente se ne andò, ma il duca non lasciò uscire quella notte Curial dal suo palazzo, anzi nella camera dove Laquesis soleva dormire, molto riccamente preparata, ordinò che dormisse. Neanche Melchiorre di Pandone ebbe potere di dire una sola parola con Curial, tanto lo vedeva circondato di doni e donzelle che alla camera lo accompagnarono, perchè con molto grande dispiacere, però ben accompagnato, alla sua casa se ne tornò. Entrato dunque curial nella camera e fatta colazione, la duchessa disse: “Curial, vedi qui il letto di Laquesis, dormite bene e guardatevi che non facciate alcun brutto sogno”. Curial rispose: “Signora, questo letto penso che sia piacevole, però non credo che sia da dormire ne riposare; poiché la duchessa intendendo le parole di Curial, tutta ridendo, preso commiato insieme alle altre donne se ne andò. Rimase dunque Curial solo con i suoi camerieri, e quando di vide libero dalla gente che infastidiva, osservò attentamente la camera di Laquesis la quale vide molto riccamente preparata di tutte quelle cose che a una signora tale si addicono. E tra le altre cose c’era in questa camera un altare da una parte con un retablo di monsignore Sant March molto f inemente finita. E subito che lui vide Sant March nella figura di un leone si ricordò di Guelfa, e subitamente dimenticati gli occhi di Laquesis si sentì colpevole e ficcando le ginocchia davanti l’altare con voce bassa disse: “ A misero me e dove sono? Quale vento deve essere stato quello che mi ha trasportato da una terra all’altra? O sventurato, o uomo di poco senno, e che ho fatto e quale penitenza sarà abbastanza a purgare tanto grande crimine come è questo che ho commesso? A cuore sleale e che hai pensato? A occhi falsi e traditori e perchè io no vi strappo ora dalla mia faccia, affinchè un’altra volta non mi rubiate a colei a cui appartengo? E mescolando con queste parole sospiri e singhiozzi infiniti, ricordandosi della grande mancanza che aveva fatto alla Guelfa nel guardar Laquesis con occhi desiderosi, aveva desiderio di lamentarsi gravemente, ma dubitando che lo sentissero coloro che erano nella camera non osava parlare, perchè alzandosi dall’altare se ne andò a letto, il quale era molto riccamente coperto di una coperta tutta bianca, di damasco foderato con ermellino ricamato con occhi e lacci d’oro, com’era l’abito di Laquesis. Dello stesso damasco erano le tende in questa stessa forma ricamate, per cui Curial guardando questo letto si cominciò a meravigliare molto, non solamente de la bellezza di Laquesis, ma anche del suo essere adatta, aggiungendo a ciò che lui non credeva che più adatta donzella ne più bella ci fosse nel mondo. E mentre lui così pensava, dimenticati i sospiri allargando gli occhi vide una stanza che li si trovava e entrò dentro, nella quale Laquesis era solita legare e mettere a puntino, molto ben addobbata con drappi di raso, nella quale c’era un altro letto molto bello e molto ricco sopra il quale trovò tutti i gioielli di Laquesis, cioè frontali di perle, orecchini, collane, pettorali, scarpe, catene, cinture, bracciali, fermagli, anelli e molti altri gioielli di oro con pietre e perle di inestimabile prezzo. E tra le altre cose gli piacque molto, un fermaglio assai grande nel quale c’erano perle molto grosse e diamanti molto ricchi, nel mezzo del quale c’era un leone con gli occhi di due rubini fini, e era ferito nel petto, della quale ferita gli usciva un cartello con lettere che dicevano: “cuore desideroso non trova dimora”. Tuttavia la vista di questo leone non ebbe tanta virtù come quella del retablo, poichè non riuscì a riportargli la memoria alla Guelfa, anzi gli allargando gli occhi e guardando i gioielli uno per uno, diceva tra se stesso: certo non si addicono cose meno preziose a una signora tanto nobile e bella come questa. E mentre guardava questi gioielli la notte se ne andava senza che curial se ne accorgesse, per cui i suoi camerieri gli dissero: Curial, tra poco sarà giorno; e così Curial subito si spogliò, si mise a letto, e non appena si addormentò, così come se fosse letargico, nel sonno sognando li venne la seguente visione:

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    Un bambino molto povero li apparve e andava tutto spogliato senza alcuna copertura, e andando a chiedere l’elemosina di casa in casa non trovava chi gli desse qualcosa ne chi gli facesse misericordia, tanto che gli sembrava che morisse di fame, e quando si strangolò e fu sul punto di morire, ad una porta vide una donna tanto bella che Venere sarebbe stata contenta di tanta bellezza come questa aveva. Era questa donna vestita tutta di nero e in un abito da vedova, e senza che il ragazzo le chiedeva l’elemosina ne le osava parlare, tanto la vedeva degna di reverenza, lei gli gridò e gli disse: “Ragazzo che cerchi?”. Il ragazzo rispose: “Signora, muoio di fame e di freddo”. E subito la donna si spogliò delle sue vesti e lo vestì, e gli parve che gli stessero bene. E si mise la mano al seno, e strappandosi il cuore gli disse: “Mangia questo pane, e sii contento, perchè basta a toglierti la fame”. E mentre il fanciullo mangiava quel cuore e gli sembrava che vivanda tanto dolce nel mondo non ci fosse. E così mangiando lo vide crescere e tornare molto bello e grande di persona; dunque la donna disse: “Mangia bene, e saziati a questa condizione, che se mai mi vedrai morire di fame, avrai pietà di me”. E dal ragazzo le fu così promesso. E fatto ciò, il ragazzo che già era un uomo molto grande e bello se ne andò, e lui e la donna si separarono. Dopo di ciò accadde che gli parve di vedere questa donna in stato molto povero, triste e molto afflitta, con i capelli tutti scomposti e pettinati male, e la faccia molto triste e senza colore e quasi morendo di fame, era diventata tanto magra che tra le ossa e la pelle non c’era alcuna carne; e che chiedeva da mangiare a coloro che lei aveva saziato, e lui non voleva darle nulla, prima le girava la schiena e di tanto in tanto la dimenticava; così che la donna guardando questa ingratitudine quasi veniva meno e ignorava quale rimedio prendere, né tantomeno voleva prendere niente che le donassero altri; per cui era sul punto di morire, tanto più vedeva che quell’uomo donava a altre donne il pane che lei doveva mangiare , e per questa ragione Curial lo voleva uccidere. Dopo di ciò vide che i cieli si aprivano, e Febo, che tutte le cose vede, racontava a Venere questa ingratitudine, per cui immediatamente Venere adirata ordinò a suo figlio Cupido, che in aiuto di questa donna andasse. Perchè il detto Cupido prese il suo arco e lanciò due frecce, una di piombo, l’altra d’oro, e con quella di piombo ferì la donna in mezzo del cuore e con quella d’oro ferì l’uomo ingrato, e così forte li ferì che la donna si addormentò e l’uomo soffriva e pativa la maggior pena del mondo, e desiderava la morte ma non la poteva ottenere.

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    Durò questo sogno per lungo tempo, finche il giorno arrivò e il sole, aperti i suoi occhi, dorava la faccia della terra. E Curial ancora dormiva quando Melchiorre di Pandone venne alla camera e bussando alla porta gli fu aperta. Entrando trovò Curial che ancora dormiva, e svegliandolo disse: “Curial, dormite troppo.”. Perchè Curial, non in altro modo come se fosse tornato dalla morte alla vita, tutto turbato si drizzò nel letto e disse: “Padre mio, mi avete tolto dalla più grande fatica del mondo, poichè io ero nel punto di uccider un uomo, il più ingrato e irriconoscente che io credo ci fosse al mondo”. E da qui in avanti gli raccontò il sogno parola per parola, alla qual cosa Melchiorre scuotendo solamente il capo disse: “Brutta cosa è l’ingratitudine, anzi vi dico che è un peccato così grande che raramente o mai se ne ottiene perdono”. Curial non capì ciò che Melchiorre voleva dire, anzi si alzò molto in fretta dal letto, e così come la porta della camera si apriva, una donzella di Laquesis, accompagnata da altre donzelle, andò da Curial a presentargli il vestito bianco di Laquesis la quale aveva indossato il giorno precedente, dicendogli così: “Curial, Laquesis si raccomanda a voi e dice che ieri a cena vi vantavate dei suoi occhi, e se a voi potesse giovare o fare alcun piacere dopo che li avesse tolti, non curandosi del proprio danno se li sarebbe tolti dal capo per darveli: ma sapendo che a voi non servirebbero a nulla e a lei farebbero grande mancanza, ha cessato: però, vi manda questi della sua veste, pregandovi che se volete la sua vita ve ne facciate giubboni e, lei vedendo, li vediate. Perché Curial, con molto grande piacere prese la veste e ne fece tanta festa che che non si può dire. E facendo infinite grazie rispose che così avrebbe fatto come Laquesis ordinava, alla quale la pregava che lo raccomandasse. E subito ordinò a un suo cameriere che da quella veste fosse fatto fare giubboni come era stato detto. E appena furono fatti, Curial non indossava altri giubboni se non di quella veste. Per cui Melchiorre di Pandone, che ciò vide, disse: “Curial, questa donzella può chiamarsi Laquesis, ma lei è Atropo, certamente e così lo proverete col tempo.

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    Gli onori nei quali Curial si vedeva, i quali di giorno in giorno crescevano, così come se lui avesse bevuto tutto il fiume Lete, li fecero dimenticare non solamente le cose di Monferrato, ma addirittura le disprezzava. Perciò nonostante Melchiorre di Pandone lo sollecitasse a tornarsene, Curial non lo metteva in pratica, anzi viveva tanto contento che non gli sembrava che queste feste dovessero mai finire. Già era il duca fuori dalla camera e la messa pronta, quando Curial uscì e gli andarono incontro la duchessa e Laquesis, la quale come vide Curial cambiò tutta e perse il modo di camminare che era solita avere. Così che quasi uscì di de, balbettando disse: “Curial, Dio vi dia buon giorno”. Curial, che non era meno acces dalla bellezza di Laquesis, la abbracciò e la prese dal braccio. La duchessa disse: “Curial, avete dormito bene questa notte?”. Curial rispose di si. E così andarono alla messa. Il duca fece a Curial molto onore, e tutto il tempo sperava che gli chiedesse Laquesis per moglie, poichè egli gliel’aveva offerta. Però Curial, nonostante le cose che vedeva non poteva credere che gliela dessero, e d’altra parte ricordandosi della Guelfa non aveva il coraggio di farsi avanti. E perciò stava titubante e non osava aprire la bocca per parlare. Sarebbe potuto accadere che se il duca lo avesse invitato un’altra volta, lui si sarebbe dibattuto; però al duca sembrava una cosa disonestà parlare né ancora, e così il fatto non si realizzava. Così che sentendo la messa, quando vennero allo scambio di pace, il duca a prese, e chiamò la sua figlia, e baciandola le disse: “Bella figlia, andate da Curial e donategli la pace.” Per cui Laquesis, compiendo l’ordine del padre gli diede la pace. Baciatisi dunque Curial e Laquesis, l’uno e l’altra si accesero così forte, che tutti capirono apertamente che erano innamorati: poiché Laquesis tornò tutta rossa e tremante così come quella che mai aveva amato. All’oro stesso modo Curial si turbò tutto. Ma quando lei quasi con passi scomposti si volse a tornare, e le mancò la virtù al punto che sembrava non potersi muovere, Jacob de Cleves accortosi di ciò, si affrettò e andò da Laquesis e aiutandola ad andare, con grande fatica la riportò al luogo da cui era partita; la quale andando come una nuova innamorata, non sapendo coprire le sue passioni, due volte si girò a guardare Curial. E così andò fino alla duchessa, sua madre, la qual accogliendola le disse: “Tutto il colore hai perso”. Rispose Laquesis: “ Signora, tutta questa mattina mi venne un mancamento di cuore che sento di svenire, e ora mi era venuto più forte; e se non ci fosse stato Jacob de Cleves che mi ha aiutata, sarei stata costretta a sedermi prima di arrivare qui”. La duchessa la slacciò e gli mise la mano al seno, trovandole il cuore tanto battente, che ciò era una grande meraviglia; ma certo i polsi le erano deboli, poichè per quanto le strofinassero le braccia non facevano alcun movimento. Finita la messa, tutti si avvicinarono al duca e così andarono dino alla sua camera. E quando furono entrato, venne un messaggio dell’imperatore, il quale disse a Curial che andasse perchè l’imperatore lo aspettava per cenare, e gli avrebbe raccontato buone notizie. Per cui Curial, preso commiato dal duca e dalla duchessa e lo stesso da Laquesis, fece la via della dimora dell’imperatore. Ma quando Curial si fu allontanato, Laquesis lo guardò, e così come lo perse dalla vista tutti gli spiriti le vennero meno, e con voce tremante girandosi a sua madre disse: “Signora, io muoio”. E subito Eros il colore e le labbra tornate tutte bianche, coperta da una sudore freddo, cadde. La duchessa, sua madre, gridò grandi urla, e con acqua fredda e altri argomenti si sforzava di farla rinvenire; ma poichè ciò serviva a poco, la madre, che era donna accorta e pensava bene da dve questo male potesse venire, gridò grandi urla: “Laquesis, ecco qui Curial!”. Per cui Laquesis, al nome di Curial, non meno che Priamo al nome di Tisbe, aprì gli occhi e aprendo le braccia allungò il collo, e sua madre la baciò molte volte. Ma quando Laquesis si accorse dell’inganno e non seppe coprire la sua passione, disse: “Dov’è?”. La madre rispose: “Figlia mia, è qui, e dice che se no ti riprendi lui è morto”. La presero subito e la misero su un letto. Curial non era ancora arrivato al palazzo dell’imperatore, quando un messaggero della duchessa gli arrivò; e quando Melchiorre di Pandone lo riconobbe, gli chiese:”che vuoi?”. Il messaggero disse: “Signore, appena Curial è partito, un tale accidente ha colto Laquesis, che è caduta come morta; e se non fosse che con il nome di Curial ha recuperato i sensi, sarebbe morta certamente: per cui la duchessa lo prega molto che voglia tornare, affinchè Laquesis non muoia per mancanza di sua vista”. Melchiorre gli rispose: “Amico, tornatene dalla duchessa e dille che Curial già lo sa, e che tornerà volentieri, se non per la grande attenzione che l’imperatore ha che egli vada subito da lui, e così che appena avrà saputo ciò che l’imperatore vuole, farà quanto la duchessa comanda”. Perciò il messaggero tornò indietro senza che Curial sentisse l’accidente di Laquesis. E quando fu giunto alla camera, l’imperatore gli fece una festa molto grande e gli disse: “Curial, senti ciò che dice questo araldo” E quando Curial lo interrogò, l’araldo rispose: “ Signore cavaliere, io sono venuto qui per annunciare che il re di Francia ha ordinato un torneo davanti a Melu, e si deve fare entro sei mesi, al quale parteciperà il re personalmente. E sarà diviso in quattro parti; cioè che i cavalieri che verranno al torneo, se sono innamorati di vedove, vengano con paramenti grigi e neri; e se sono innamorati di donne sposate, abbiano paramenti viola; e se sono innamorati di donzelle, abbiano i paramenti verdi e bianchi; e se sono di monache, verdi e grigi; e per questa ragione sarà conosciuto ciascuno di quale tipo di queste donne sarà innamorato. Ora sappiate che il duca di Bretagna e il duca d’Orelans, che sono giovani e molto valorosi cavalieri, con licenza del re, il primo giorno di giugno cavalcarono con duecento cavalieri ciascuno della loro compagnia, e a modo di cavalieri camminando come erranti, andranno per tutte le contrade e combatteranno tutti i cavalieri che al torneo andranno, se saranno trovati per le strade. E quel cavaliere che non andrà in forma di cavaliere errante, non sarà ammesso al torneo, ne gli sarà fatto onore, ne sarà tenuto per cavaliere. E vi certifico che molti duchi e conti e altri grandi signori, sapendo ciò si prepararono per il primo giorno di giugno come è detto, a cavalcare o ad accrescere il loro onore. Sentendo ciò Curial, tutto il sangue gli ribollì; e l’imperatore lo abbracciò e gli fece molta grande festa e disse: “io penso che voi non mancherete.” Curial rispose: “Signore, non sono mio, e per conseguenza non so ciò che mi sarà comandato”. E tornando all’araldo disse: “Dimmi amico: e se il cavaliere che andrà al torneo non ha mai avuto amanti, che paramenti porterà?” Rispose l’araldo: “Bianchi”. Torna Curial: “E se l’ha avuta e ora non ce l’ha, che farà?”. Replica l’araldo: “Avrà paramenti tutti neri”. Rispose l’imperatore, ridendo: “Curial, non penso che alcuna di queste due modi di paramenti facciano per voi. Ma certo ora vedremo come di comporteranno colo che danno a intendere di averne molte”. Il pranzo fu pronto, e si misero alla tavola e dopo che ebbero mangiato, l’imperatore si ritirò e Curial se ne andò al suo ostello, e trovò nella sua camera preparato il letto di Laquesis, nel qule la notte precedente lui aveva dormito con tutti i paramenti secondo come li aveva visti, di ciò Curial si rallegrò molto, e ne fece molta gran festa. Ma certo non fece così Melchiorre di Pandone, anzi fu come se con una lama gli avessero dato sul volto. Tuttavia conoscendo Curial essere molto acceso nell’amore di Laquesis, se in un punto lo avesse voluto rimproverare avrebbe potuto rompere con lui e non avrebbe ottenuto nulla; perciò deliberò poco a poco di farglielo intendere, perchè disse: “A! Quanto piacere avrà la Guelfa e quanta allegria occuperà il suo cuore quando saprà gli onori che avete avuto, così della battaglia come gli altri! Certo io credo che tanto allegra donna non ci sarà al mondo: e così Curial, io vi prego che ci affrettiamo da questa terra, e al più presto che possiamo partiamo da qui e andiamo in nome di Dio. Poichè sappiate che dell’uomo saggio è mentre le feste scaldano andarsene, e non aspettare che si raffreddino, a fine che l’uomo non ottenga sfavore. D’altra parte già vedete come questo torneo si è ordinato, e così andiamo e vedremo la Guelfa che ordinerà a voi. Certo io dico che anche se l’imperatore vi tiene personalmente, sarà cosa pericolosa essere in un punto così ricco come quello in cui sarete, sebbene sarete meglio accompagnati”. Curial mostrò di avere molto grande piacere di ciò che Melchiorre diceva e rispose: “A, …! E quando la vedrò io, come potrò vivere lontano Dio mi dia tanta grazia che io accresca il suo onore sopra tutte le donne del mondo, così come lei lo merita sopra tutte le altre?” Tornò Melchiorre e disse: “ Curial, prendete oggi commiato solamente dall’imperatore e partite da qui, poichè feste e pesce a tre giorni puzzano. E quando vi vedessero restare qui, il vostro onore na varrebbe meno. E andate nel nome di Dio là dove avere avuto inizio, e se ora partite vi lasciate qui la più nobile fama di cavaliere del mondo, la quale in un momento potreste perdere per molti accidenti dai quali l’uomo non si può guardare. Curial rispose: “Padre mio, non dite se non la verità, però prendere tanto affrettatamente commiato sarebbe una cosa molto vergognosa; ma vi prego che vestiate tutta la mia gente, in modo che io torni presto a Monferrato, e nel frattempo io mi sbrigherò”.

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    E mentre loro stavano in ciò venne un messaggero della duchessa, il quale dopo che salutò Curial, gli disse: “Signore, Laquesis è già migliorata”, Curial ripose: “ Ditemi, che ha avuto Laquesis?” Rispose il messaggero: “Signore, sappiate che dopo che ve ne siete partiti dall’ostello Del duca le venne un così grande svenimento che fino ad ora l’hanno tenuta per morta, ma ora è già in buon stato, grazie a Dio”. Rispose Curial: “In fede mia io ciò non l’ho saputo fino ad ora”. E subito montò sul cavallo e andò all’ostello del duca dove fu ricevuto assai onorevolmente. Lo condussero alla camera dove giaceva Laquesis, e così come entrò Laquesis lo vide, e subito perdendo tutta la sua virtù, svenne e la duchessa gridò grandi urla: “A Laquesis figlia mia, figlia mia Laquesis!” E pregò Curial che la baciasse e così fece per cui baciandola molte volte lei tornò. E disse: “ Curial, poco fa credevo di morire e mandai per voi, e non voleste farmi tanto bene che io vi vedessi”. Curial si incominciò a scusare dicendo che non aveva saputo niente: dunque la duchessa chiamò il messaggero che aveva mandato, e lui rispose che a Melchiorre lo aveva detto. Curial affermò con giuramento che mai gli avevano detto parola, ne tal cosa era venuta a sua notizia, di cui concepì tanta ira nel cuore che fu una grande meraviglia. E se non fosse stato l’amore grande che lui aveva per il prode, certo Curial avrebbe mostrato quanto gli era venuto a noia questo fatto. Però quando Laquesis fu già migliorata e in un miglior punto, Curial prese grazioso commiato, alla sua dimora se ne tornò e disse a Melchiorre che si guardasse un’altra vota dal metterlo in tale prova. La livrea si fece tale come Curial volle, però egli portava sempre giubboni della stoffa di Laquesis. E cominciò a mandare la sua roba e si fece un abito di stoffa nera, nel quale fece ricamare un falco incappucciato, così che non restava altro che prendere commiato. E andando dall’imperatore prese commiato, al quale l’imperatore gli si offrì molto lo pregò che volesse visitarlo, e d’ora in avanti scrivergli di tutte le cose che per lui potesse fare, poiché egli lo avrebbe fatto più che per qualsiasi uomo del mondo. Così pure prese congedo dall’imperatrice. Il duca d’Austria che seppe che Curial se ne andava venne a lui e, presentandogli doni molto preziosi, lo pregò che si servisse di lui in tutte le cose che gli piacessero e inoltre gli diede una spada, il cui guarnimento della quale non sarebbe stato stimato alla leggera. E così prese commiato e similmente dalla duchessa, se ne andarono all’ostello del duca di Baviera per prendere commiato, e così come fu entrato, sapendo Laquesis che Curial veniva per congedarsi da sua madre e da lei, gli venne incontro e lo pregò che volesse ascoltarla un poco. Per cui allontanatisi dagli altri, Laquesis cominciò così: “Curial, la necessità in cui sono posta ha scacciato da me la vergogna in modo che mi ha costretta a dire ciò che volentieri avrei celato. E pensando che qualche scusa sia per la donna o fanciulla che ama o vuole amare, aver scelto un uomo nobile e valoroso e degno della sua nobiltà ho ardire di parlare, e poiché devo seguire il senno, sono in tal punto che se non in altro modo potrei reggere. È vero che io mai amai uomo al mondo, né il mio cuore poté mai inclinarsi ad amare alcuno, ma certo ora è del tutto alienato e fuori dal mio arbitrio ed è in vostro potere; perciò vi supplico che, poiché lo avete in vostro dominio, vogliate trattarlo bene in modo che non perisca né io con esso, poiché non mi pare che per amarvi bene lo abbiamo meritato”. E dette queste parole non potendo trattenere le lacrime, pianse molto amaramente. Curial rispose:”Signora, è certo che non vi è cosa al mondo che io possa fare per il vostro servizio che non faccia prima che per qualunque fanciulla al mondo, tuttavia venendo il caso mi proverete, ciò che mi chiedete che tratti bene il vostro cuore: così vi supplico che mi trattiate bene che non soffro meno per voi, di quanto dite di soffrire per me”. E dette queste parole prese congedo da lei, ricevendo doni di inestimabile valore, e così già congedatosi dagli altri signori e signore, montando a cavallo partì e iniziò il suo cammino.

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    Laquesis, che vide partire Curial cominciò a essere molto triste, e conoscendola sua madre, le disse: “Figlia, non ti dolga la partenza di questo cavaliere, perché per amor tuo io farò tanto che il duca ed io andremo al torneo e là lo vedremo.” Laquesis rispose: “Signora, è vero che per me sarebbe qualche consolazione essere certa di andarvi e di vedere Curial, ma quale Dio mi darà sicurezza che io possa avere tanta forza da non morire per lui prima di quel tempo?” La madre le disse: “Figlia mia, non è necessario che ti comporti così, ma sforzatevi bene e pensate certamente che tutte le più belle donne e donne del mondo vi saranno, e così fa’ in modo di poter stare tra loro, e che la vostra tristezza non abbia così tanto potere da togliere la vostra bellezza così che per colpa vostra si faccia poca menzione, e che colui che ora vi stima molto venga a stimarti poco: poiché sappiate che amore non vuole cuore triste, né afflitto, e così consolatevi, e fate in modo che gli mandi qualche cosa che porti per voi nel torneo affinché tu lo possa riconoscere.” Laquesis si consolò, sperando di andare al torneo, e da quel momento tutta la sua cura fu di accrescere la sua bellezza, come sua madre le aveva consigliato.

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    Abbiamo ora parlato di Laquesis e di Curial e abbiamo lasciato Guelfa, la quale provava non poco desiderio di vedere Curial e stava in continue preghiere e digiuni per la sua salute, e ogni giorno del mondo ascoltava tre messe, quando le giunse la prima lettera della battaglia che egli aveva vinto in difesa del suo prode, della qual cosa ne ebbe grandissimo piacere e nel suo cuore fece tale festa che fu grande meraviglia. E similmente il marchese fece fare grande festa nella sua casa, e disse molte parole in lode di Curial, di cui Guelfa aveva molto grande gioia. Tuttavia non lo mostrava apertamente, anzi diceva che non era cosa nuova che un cavaliere valoroso e forte avendo cattivo diritto fosse vinto da un altro non tanto valoroso, e che ciò si vedeva ogni giorno per esperienza, tuttavia dava occasione quanto poteva di nascosto che di questo fatto si parlasse nella qual cosa lei trovava consolazione sovrana, e non aveva altro bene se non udire parlare di Curial. Ma come nuove notizie fanno dimenticare le altre, giunse notizia della grande menzione che l’imperatore aveva fatto della sua venuta, e delle grandi feste che gli facevano e come di altri non si parlava, e che quello si teneva per migliore chi più lo poteva festeggiare. Ciò possiamo dire che piacque a Guelfa tanto che a stento lo poteva nascondere, ma diceva sempre che credeva che gli facessero grande festa, così per ciò che aveva fatto come per ciò che sperava di fare, tuttavia che ognuno doveva pensare ragionevolmente, che le fame sono maggiori dei fatti, e che spesso gli uomini raccontano con esagerazione ciò che vedono e sentono. Tuttavia tutti parlavano di Curial, perché quelli che erano andati in sua compagnia così per servirlo come altri, scrivevano ogni giorno, e il marchese sapeva tutte le cose e le comunicava subito a sua sorella, la quale già le sapeva da gran tempo prima, tuttavia le teneva segrete e il marchese le divulgava. Saputo però da Guelfa che il giorno di San Marco doveva essere la battaglia, il quale giorno era ormai molto vicino, ella cominciò a rattristarsi e a sentire nel suo cuore un grandissimo dolore, e perdendo il mangiare e il dormire, diventò gialla e molto scolorit, e i medici credendo di guarirla, la purgavano e la salassavano, ed ella prendeva tutto secondo quanto essi ordinavano per coprire la sua malattia, della quale essi non avevano alcuna conoscenza. Ma poiché peggiorava ogni giorno, disse a suo fratello che voleva andare in un monastero di donne al quale era molto devota e che se le convenisse morire di questo accidente, voleva essere sepolta lì. Perciò il marchese lo lodò e, subito la portarono là, pregando suo fratello che nessun uomo al mondo la visitasse. Nel frattempo Guelfa fece fare un’immagine di San Marco, molto finemente f inita, e fece costruire un altare là dove giaceva, dove faceva dire messe continue, per tutti gli ospedali e altri luoghi dove poteva sapere di povertà faceva grandissime elemosine, e pregava continuamente Nostro Signore Gesù Cristo e la sua gloriosa madre, che aiutassero Curial, e gli facessero ottenere vittoria. Che dirvi di San Marco? Certo ella fece voto di digiunare la sua vigilia con pane e acqua soltanto ogni anno, e fece voto di costruire una chiesa in suo onore e dotarla nobilmente. E così la donna innamorata, tutta ansiosa aspettava notizia che dovesse consolarla o ucciderla. Giunto dunque il giorno di San Marco, ella invitò quanti poveri poté avere, e lei stessa a piedi scalzi li servì e tutte le monache con lei, di che tutte erano meravigliate. E quel giorno dopo che i poveri furono serviti, lei senza mangiare né bere si mise a letto, e certo tutte le monache credettero che questo fosse l’ultimo giorno della sua vita, per cui mandarono a chiamare il marchese e quando egli fu venuto, le disse: “O bellissima sorella, qual è il male che avete, che nessun uomo al mondo ha potuto conoscere? Vi prego che prendiate un poco di forza, e vediate se desiderate qualcosa che si possa darvi, affinché non veniate meno così”. Lei rispose: “Signore fratello, io non so quale male io abbia, né nella mia vita vidi medici così grossolani, poiché mai con tutta la loro scienza hanno saputo procurarmi rimedio; e piaccia a Dio, che è potente a guarirmi e conosce il mio male, che voglia provvedervi e trarmi al meglio, poiché vi avviso che se egli non provvede, entro otto giorni è certo che sarò fuori da questo mondo.” Ma quando l’ora dei vespri si avvicinava, il marchese disse: “Ahimè! e in quale travaglio deve essere ora Curial? Piaccia a Dio che voglia aiutarlo.” E dette queste parole, prese commiato e girando le spalle se ne andò. La Guelfa udendo ciò, chiamata la badessa, e ordinando alle altre di farle spazio, disse: “Signora, io muoio”. E subito con gli occhi velati e perduto ogni colore, inclinando il capo sulla spalla della badessa, cadde; la quale gridò grandi urla. Le monache che si erano allontanate tornarono subito, e si sforzavano con diversi modi di argomenti di richiamare i suoi spiriti che se ne andavano. Ma invano si affaticavano; la Guelfa certo, in questo caso era molto più vicina alla morte che alla vita. Tuttavia, dopo molto tempo, tornò un poco in sé e fatto un sospiro, tutte le donne gridarono: “Ah, signora, per misericordia di Dio, sforzatevi un poco!” “Ah, signor San Marco, aiutatela poiché oggi è il vostro santo giorno!”. Ma poiché Guelfa era molto affaticata sia dal dolore sia dal digiuno, si addormentò un poco. Non dormì molto, che vide in sogno due volpi che davanti a molta gente, volevano uccidere una donna nuda, e che la gente stava a guardare senza aiutarla. Ma quando la donna si credeva morta, venivano due leoni molto feroci e forti, specialmente uno, e fecero fuggire le volpi cosicché la donna era libera e le davano le sue vesti e la rivestivano. Allora messer San Marco, appariva alla donna e le diceva: “Abbi buona speranza. Curial difende la giustizia e ha avuto il meglio nella battaglia ed è già fuori dal campo.” E così la visione e il sogno finirono. La Guelfa, svegliandosi, schiarì un poco il suo volto, e disse che voleva mangiare. Allora le monache, con la massima fretta del mondo le diedero da mangiare, e le chiesero come si sentisse. Rispose: “Molto meglio di prima, e in fede mia credo di essere guarita.”. Stando in ciò il Marchese venne, poichè le monache avevano mandato per lui, e trovò sua sorella che mangiava, di cui lui ebbe molto grande piacere, poiché l’amava molto. E la badessa disse: “Signore, da quando partiste da qui è stata sul punto di morire: però ora già sta bene grazie a Dio, e parlando di molte cose.” E il marchese tornò a dire: “A quest’ora ormai la battaglia dei cavalieri è già stata fatta. La Guelfa non rispose né disse alcuna cosa, e il marchese replicò: “Certo io vorrei che mi costasse una grande gioia, e che io a questo sapessi com’è stata finita questa battaglia, poichè nella mia fede ne ho grande dubbio, poichè ho inteso che gli altri sono cavalieri forti e valorosi; e sebbene Curial sia assai e molto valoroso e forte, tuttavia pero non è stato visto tante volte in arena come gli altri. La badessa, che non poteva tacere, disse: “Signore, ho sentito dire che Curial porta nelle sue armi un leone; ora sappiate che questa notte, ho sognato che due leoni uccidevano due volpi, e in fede mia ricordando questo sogno ho pensato che Curial e il suo compagno siano i leoni e gli altri le volpi che chiedono baratteria; e così sono vinti e non aspettiamo altra notizia.” Guelfa voltando il capo verso la badessa, vide che il sogno concordava con quello che ella aveva fatto, e ritenne in ogni caso che Curial fosse vincitore. E disse: “Signore fratello, tanti sono oggi gli uomini che per invidia e in altro modo gettano infamie sulle donne, che non si potrebbero contare; e se costoro accusavano ingiustamente quella signora, non aspettate se non buone notizie, poiché Dio è giusto e non permette che a lungo la verga del peccatore stia sopra la sorte del giusto, affinché il giusto non stenda le mani a cose illecite; e così lasciateli stare, vorrei io essere ben guarita e se vincessero i leoni del sogno della badessa. Replicò la badessa: “Ora io vi giuro per Dio che i leoni hanno certamente vinto.” Rispose Guelfa: “Perché lo vorreste, e in fede mia credo che non vi sia qui nessuno che non lo voglia per amore di Curial, ma ancor più per amore della duchessa, che se l’esito fosse diverso verrebbe bruciata.” “Per Dio” disse la badessa, “ella non sarà bruciata in questo caso, poiché i leoni hanno vinto”; alla sua insistenza Guelfa sorrise un poco e così fecero tutte le altre. E dopo aver parlato a lungo, il marchese partì e tornò al suo palazzo. La Guelfa era un poco confortata, e disse alla badessa: “In fede mia ho avuto piacere del vostro sogno; anch’io ho sognato, in questo poco che ho dormito la stessa cosa, aggiungendo però tutta la vicenda della donna nuda, la quale pensavo fosse la duchessa accusata, e poi le disse ciò che San Marco le aveva detto. Perciò la badessa disse: “Su, signora, alzatevi dal letto e vengano tutte le monache e facciamo processione e cantiamo Te Deum laudamus, poiché Curial è tutto nostro ed è certamente stato vincitore, e messer San Marco, che è leone, lo ha aiutato.” Perciò Guelfa si alzò subito e così come se non avesse alcun male, andò così leggermente che non c’era bisogno di sostenerla. E fatta la processione e rese grazie a Nostro Signore Dio, ciascuna tornò al proprio luogo. Guelfa moriva dal desiderio di parlare di Curial e così fatte uscire le altre monache e rimasta sola con la badessa, cominciò a parlare delle notizie. E benché lei sapesse molto, tuttavia non sapeva tanto da poter nascondere l’amore che portava a Curial; tanto che la badessa capì che grande affetto lei gli aveva. E disse: “Signora, vi prego per quel Dio che può mandarvi buone notizie delle cose che più amate in questo mondo, che mi diciate la verità di una cosa che vi domanderò”. Guelfa rispose che le piaceva. Allora la badessa disse: “Signora, da tutte le vostre parole, ho capito che siete un poco innamorata di Curial; perciò vi supplico di nuovo che mi diciate se è vero.” Guelfa rispose: “Badessa amica mia, io non vi nasconderei nè posso nascondere cosa alcuna che dovessi rivelare ad altra persona, e se parlerò con voi apertamente e siate certa che non mancherà la conoscenza, perché se io non so nascondere le mie passioni, ancor meno le sapreste nascondere voi o chiunque altro al quale io le affidassi, sapendo che non vi giova molto. Tuttavia il desiderio che ho di parlare di questo fatto, e l’occasione che ho con voi mi costringe a dirvi ciò che dovrei celare; ma questa pena avrete da me se le parole che vi dirò vi usciranno di bocca: che la lingua con cui avrete parlato ve la farò strappare. E da qui in avanti vi rispondo che io non so che cosa sia amore, né mai lo vidi per quanto mi ricordi, né so chi sia; ho bensì sentito dire che amore è qualcosa, ma non vedo che sia altro, se non furor acceso, e passione piacevole. È vero che voglio bene a Curial, e se questo vuol dire amore, allora sia amore, perché io non lo so; se non che ho piacere di sentir parlare di lui, e desidero che faccia il meglio e il maggiore del mondo, e vorrei che stesse vicino a me, e da me non si allontanasse mai. Ora sapete tutto il mio stato.” La badessa replicò: “Signora, sebbene le monache vivano appartate, talvolta sono richieste da alcuni uomini che hanno pochi affari, e io in gioventù ho avuto questa esperienza più di quattro volte. È certo che amore non è altro che una grande e ampia affezione che si ha verso la cosa che piace, la quale genera desiderio di compiacerla in tutte le cose, e questo amore dura f inché la persona o la cosa gli piace, poiché poi il cuore ha cessato di amare. Tuttavia vi dico che avete fatto molto bene a tenerlo così a lungo segreto, poichè tanto grande sollievo è della pena dire a qualcuno le proprie passioni.” E da quel momento in poi entrambe si comunicarono tutti i fatti e leggevano tutte le lettere che aveva ricevuto, e di altro non parlavano; ed erano ormai così amiche, che la badessa le parlava senza alcuna riserva. Così stettero alcuni giorni, finché Dio volle che Guelfa ricevesse una lettera di Melchior, come la battaglia era stata fatta, raccontandole in dettaglio tutte le cose come le aveva sapute, della qual cosa Guelfa e la badessa ebbero grandissimo piacere, però tacquero. Non passarono molti giorni che un gentiluomo, il quale il marchese aveva in compagnia di Curial, e il quale aveva visto tutti le cose fino al dono che gli fece l’imperatore, venne e raccontò al marchese tutti i fatti per filo e per segno com’erano successi, del giorno che lui era partito da Curial, di cui il marchese si allegrò molto. E di fatto se ne andò al monastero, e trovò la Guelfa già guarita, e Andrea, sua moglie, che con lei stava. E subito il marchese fece raccontare al gentil uomo tutto i fatti minuziosamente secondo come li aveva sentiti prima, della qual cosa Guelfa ebbe grandissima gioia, ma non lo mostrava. Ma certo la badessa non sapeva nascondere la sua gioia, anzi lo mostrava così fortemente, che ciò era meraviglia. Raccontati ormai dal gentiluomo tutti i fatti; ma quando narrò l’offerta che il duca di Baviera aveva fatto a Curial della sua figlia e della sua terra, tutti ne furono meravigliati e rimasero quasi smarriti tra se stessi. Ma certo Guelfa non lo prese in festa, anzi guardò la badessa in volto e fu sul punto di perdere colore. Ma la badessa subito, disse: “E lui che rispose, l’accettò?”. Rispose il gentiluomo: “No in quel momento; perché in quell’istante arrivò Melchior di Pandone, si presentò davanti a lui e gli diede una lettera. E Curial prendendo la lettera, non rispose al duca”, e da qui in avanti continua ciò che il duca aveva detto, e cosi stesso tutto ciò che era stato fatto f ino al giorno che l’imperatore gli mandò il dono, del quale tutti ebbero molto grande piacere e aspettavano di sapere da altri messaggeri gli altri fatti che ne seguirono. E così parlando molto di questo fatto, il marchese e sua moglie se ne andarono a cenare, tutto il tempo parlando di Curial, poichè non se ne potevano saziare. Ma quando la badessa e Guelfa rimasero sole, fatte allontanare le altre, Guelfa cominciò a dire: “Ah madre mia, sono morta! Certo io non vedrò il giorno seguente. Ah uomo malvagio, e per questo ti ho fatto tanto! Certo Laquesis non aveva meritato che io le mandassi questo cavaliere perché lei se lo portasse via! Ah vita, e perché resti ancora con me! Lasciami, ti prego, e non voglia io sentire altro dolore oltre a quello che oggi ho udito! Ah Laquesis sorella mia, perché ti sei rallegrata del mio, e da così lontano mi hai rubato la mia vita! Io disgraziata, mandai soccorso a tua sorella, che credevo dovesse essere bruciata, e tu per ricompensa hai ucciso me! Ah, che facendo il bene sempre ricevo male! Ah Cloto, e perché non mi restituisci ciò che ti ho prestato, cioè il mio Curial! Non avevo gioiello più prezioso che ti mandai. Questo ti è servito contro il fuoco che ti avrebbe bruciata, e tu me lo hai rubato e dato a tua sorella. Buon mercato gli hai fatto di ciò che non costava niente. Ah Medea nobile e valorosa, ora voglio bene a te che sapesti togliere ciò che era tuo davanti alla falsa Creusa, sapendo accendere il fuoco che la bruciò, ma io per spegnere il fuoco altrui ho acceso il mio, nel quale certamente morirò. Ma perché desidero male a Laquesis?; qual è la fanciulla che abbia sentimento che non si innamorerebbe di Curial, vedendolo nel punto in cui io l’ho posto?” Diceva Guelfa queste parole piangendo continuamente, di che la badessa piena di compassione tutta si doleva. E le disse: “Signora, non vi lamentate così, perché per quanto io capisco, il duca è vero che gli offrì sua figlia, ma Curial non la volle accettare.” “Madre mia” disse Güelfa, “pensate che Laquesis non abbia occhi, e non veda in Curial ciò che io vi ho visto?; e inoltre, d’altra arte, quale uomo sarebbe così stolto da rifiutare una così nobile e vantaggiosa partita come avere Laquesis per moglie, la quale porta con sé tutto il ducato di suo padre? Ah io meschina”, risponde la Guelfa, “e gli avesse fatto Laquesis il principio che io gli ho fatto e fosse suo!” La badessa gli disse: “Signora, in mia fede io non posso credere per partita del mondo, che Curial diede luogo a tale cosa: e inoltre, posto che Curial sia un un buon cavaliere, non mancherà al duca qualcuno che gli dica che Curial non è adatto a sposare sua figlia, e io non credo che sia vero che gliela diano. E così confortatevi, che subito sapremo altre notizie; e nel caso fosse vero ciò che non può essere, pensate che Curial avrà memoria dei benefici che da voi ha ricevuto, e non ci sarà in lui tanta ingratitudine; e così signora ceniamo, che nella mia fede giuro che non c’è nulla di vero. Guelfa si mise male alla tavola e cenò peggio, sempre pensando a ciò che poteva essere.

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    Dopo cena la badessa fece entrare tutte le monache in un giardino molto piacevole e, alla presenza di Guelfa, le fece giocare in molti modi. Ma Güelfa non avvertiva anzi pensava così tanto intensamente a Curial, che non sapeva se fosse notte o giorno; per la qual cosa quando la badessa intese che convenientemente c’erano stata, alzandosi in piedi con la Guelfa se ne andarono, e ciascuna andò al proprio posto come erano solite fare. Però la Guelfa non faceva altro se non pensare, finchè il suo pensiero si convertì in meglio. Non passarono molti giorni che altri messaggi arrivarono uno dopo l’altro, per i quali Guelfa seppe che il matrimonio non si sarebbe fatto, ma tutti pronosticavano che si sarebbe fatto, considerata la festa che il duca di Baviera faceva a Curial; e ci furono alcuni che dissero quando Curial aveva il letto di Laquesis nella sua dimora, e in quello dormiva e che della sua veste si era fatto giubboni, della qual cosa la Guelfa sentì grande dolore. E sebbene avesse desiderio di morire, però tuttavia sperava vedere se era caso che venisse, e donargli a intendere che si curava poco di lui. E mentre queste cose passavano così, Melchiorre di Pandone che aveva lasciato Curial nel cammino, attese. Il quale dopo che ebbe fatto reverenza al marchese, andò dalla Guelfa, la quale gli fece una festa molto grande, e lo interrogò di molte cose, alle quali Melchiorre rispose. Ma certo non si dimenticò di chiederle di Laquesis, e Melchiorre disse che era una fanciulla molto bella e molto graziosa. E Guelfa replicò: “È sposata con Curial?”. Melchior rispose di no, tuttavia era vero che suo padre gliela aveva offerta, ma Curial non aveva mai deciso di accettarla, né nessuno al mondo riteneva che gliela dessero, perché molti grandi signori si affaticavano per ostacolare questo fatto, ne poi non se ne era più parlato. Quanto a ciò che si diceva delle feste che gli facevano rispose che era vero, e che chi non lo avesse visto non lo potrebbe credere, e chi lo aveva visto non lo potrebbe neppure ben spiegare, e in ciò essi avevano agito con discrezione considerato l’onore che egli aveva loro fatto, e se non avessero fatto così avrebbero molto errato e certo non lo potevano festeggiare tanto quanto egli aveva meritato. E ditemi, signora, mai si è visto Curial in così poco pericolo e fatica come quando combatté contro Parrot di Sant Laydier, cavaliere di venticinque anni, grande come un gigante, forte e robusto più di ogni altro nell’impero, feroce e ardito più di un leone, tanto che nel campo dove egli si trovava tutti gli facevano spazio e nessuno osava affrontarlo, poiché aveva già ucciso tre uomini in combattimento a oltranza, che egli faceva così poca festa di un cavaliere da combattere, come voi fareste di una cosa vana. E inoltre accadde che vinse e abbatté due volte Otho di Cribaut, cavaliere molto valoroso, il quale aveva già gettato a terra Jacob di Cleves per ucciderlo, né Lancillotto né Tristano fecero mai una simile impresa; queste sono cose miracolose non opere di uomo mortale né umano. La Guelfa riposò un poco, ma certo non era contenta dei giubboni che portava. “Ora” disse Guelfa, “io penso che egli non tarderà a venire, a meno che Laquesis con i suoi lacci non lo prenda di nuovo e lo faccia tornare indietro dal cammino. E ditemi, Melchior, era già molto lontano da Laquesis?” “Signora” rispose Melchior, “ il corpo era lontano da lei più di ottanta leghe, ma il cuore non si allontana mai, neppure di mille leghe.” “Tutto si vedrà” rispose Guelfa. In questo modo come avete udito, si tormentava Guelfa senza poter trovare riposo in alcuna cosa, quando Melchiorre di Pandone scrisse a Curial, pregandolo che non vestisse i giubboni della stoffa di Laquesis, né dormisse nel letto che ella gli aveva dato, perché era certo che Guelfa ne avrebbe avuto grande dolore; perciò Curial subito lasciò quei giubboni, e così proseguendo il suo viaggio giunse a Monferrato. Il marchese che seppe che Curial arrivava, fece preparare tende e padiglioni fuori dalla città in una grande prateria, e qui fece costruire un meraviglioso torneo, il quale da giorni faceva allestire, nel quale egli stesso doveva entrare. E quando giunse il giorno dell’arrivo di Curial, fatte venire Andrea, Guelfa e molte altre signori, e salite su logge convenientemente alte, Curial, il quale ricevuto molto onorevolmente dal marchese e da altri signori molto assai notabili, fu collocato nelle logge tra Guelfa e Andrea, dalle quali fu accolto con grazia e festeggiato molto allegramente.

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    Era il marchese bel cavaliere assai e molto valoroso della persona e trovandosi molto lieto e in buon punto pensando di parlare in segreto, tentò di dire parole non tanto discrete come si addicevano a un tale signore in un tal giorno e in un tal luogo, cioè; “Io vorrei che Curial fosse dall’altra parte, perché io giuro per la donna che amo, che gli farei conoscere con il mio corpo contro il suo in questo torneo, che egli non è innamorato di una dama tanto bella quanto io, né le è tanto fedele quanto io sono alla mia”. E così suonando le trombe con grande rumore, entrò nel torneo con paramenti di seta tutti ricamati di foglie di malva, e così anche lo stendardo. Dall’altra parte venne un cavaliere napoletano chiamato Boca de Far, molto ben montato e riccamente preparato e con notabile compagnia, il quale era venuto al torneo più per amore di Guelfa che per la festa, pensando di averla in moglie, trattando gli anziani, e così entrambe le parti entrarono nel campo. Il marchese spronò il cavallo e tenendo una lancia grossa e molto forte in mano, ferì il primo che gli venne davanti così potentemente che lo abbatté dal cavallo, e così fece con altri due subito dopo. Ma quando ebbe rotto la lancia, mise mano alla spada, e cominciò a colpire a destra e a sinistra così vigorosamente, che da tutte le parti dove passava gli facevano spazio. Curial che lo guardava senza mai staccare gli occhi da lui, disse così forte che tutti attorno poterono udirlo: “Certo il marchese è un cavaliere molto valoroso, ma ciò che ora fa, assomiglia più a una battaglia mortale che a un torneo. Allora si avvicinò a Curial un gentiluomo e gli riferì le parole che il marchese aveva detto di lui nell’ora che voleva entrare nel torneo, per cui Curial acceso d’ira tutto si cambiò e non rispose per non turbare i suoi fatti, ma pensò che il marchese sebbene tutto lo festeggiava doveva averlo in. Odio secondo ciò che aveva detto. Allora il marchese avvicinandosi verso le logge facendo molte meraviglie di questa persona, con la spada feriva così forte che ovunque passasse trovava strada aperta, e quando si avvicinò alla parte dove era Curial, disse: “Curial, noi che non siamo stati in Germania non sappiamo fare armi, né sappiamo ferire di lancia né di spada, e così abbiate pazienza se non lo facciamo bene come voi e gli altri che più lo avete usato. In questo stesso momento Boca de Far con il suo cavallo chiamato Saladi, che era il più eccellente, forte e migliore di tutti quelli che ci fossero nel torneo, quando ebbe cercato a lungo il marchese senza trovarlo, venne verso le logge e lo vide che finito di parlare spronava il cavallo con una lancia in mano per colpire un cavaliere. Ma Boca de Far mettendosi in mezzo affrontò il marchese così duramente nel mezzo dello scudo che lo fece cadere dalla sella, lo lanciò tanto lontano dal cavallo quanto la lunghezza della lancia, vedendo ciò Andrea, sua moglie, e Guelfa sua sorella, e Curial e tutta la gente delle logge e molti altri. Si levò un grido e un tumulto nelle logge così grande che fu una grande meraviglia. Il marchese con grande fatica, aiutato dai suoi montò a cavallo e mescolandosi nel torneo prese una grossa lancia, e tanto cercò montando il cavallo che trovò Boca de Far, che si difendeva con grande sforzo dai cavalieri del marchese che volevano catturarlo. Ma il marchese acceso di rabbiosa ira, venne e lo ferì con la lancia nel mezzo dello scudo, tuttavia non lo mosse dalla sella, anzi la lancia si spezzò tutta in pezzi. Boca de Far che riconobbe il marchese, ferendo dagli speroni si avvicinò a lui, e nel mezzo gli diede un colpo così forte di spada sulla testa, che il marchese vacillando e abbracciando il collo del cavallo credette di cadere. Allora altri vennero in aiuto di Boca de Far e facendosi strada con le spade afferrarono il marchese, e certo lo avrebbero portato via se non fosse stato per un cavaliere catalano, il quale era molto forte di persona e cavalcando un cavallo forte e molto valoroso venne verso quella parte e colpì Boca de Far con il petto del cavallo così fortemente, che entrambi caddero a terra. Ma alzandosi inzialmente il catalano, allargò la mano, e disse: “Su, Boca de Far”, e subito Boca de Far aiutato dal suo avversario, si liberò dal cavallo che gli giaceva sopra. Ma quando Boca de Far si vide libero e volle rimontare a cavallo, il catalano disse: “Cavaliere, lasciate il figlio della giumenta, perché certo non sarà più vostro”, e benché lo avesse aiutato, allora lo colpì con la spada così vigorosamente, che Boca de Far si sentì gravemente colpito; tuttavia cominciò a combattere contro di lui con grande forza. E mentre questi due stavano in ciò il marchese non si curò della battaglia, ma prese il cavallo di Boca de Far per le redini e se ne andarono alle logge e lo presentò a Curial, il quale lo prese e ne fece grande festa, riconoscendo che era il cavallo di colui che lo aveva disarcionato. Il torneo era durato a lungo, e la malinconia cresceva da ciascuna parte, quando Curial pregò il marchese che facesse cessare il combattimento e quel giorno non si facesse più, perciò il marchese fece subito suonare le trombe per la ritirata e tutti si separarono. Ma il catalano e Boca de Far continuavano a combattere e nessuno voleva muoversi dal proprio posto. Allora il marchese ordinò che gli stendardi tronassero avanti, e così alcuni cavalieri si misero tra quei due e con grande fatica si separassero.

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    Dunque terminato il torneo, il marchese salì nelle logge, e qui le donne e Curial lo disarmarono. Il marchese fece venire Boca de Far, e gli rese grandissimo onore, dicendo che era il miglior cavaliere che fosse stato nel torneo e quello che più aveva fatto del suo corpo. Disse Boca de Far: “Marchese, questo potreste dirlo, se io avessi condotto il vostro cavallo, così come voi avete condotto il mio.” Allora il marchese rise e lo abbracciò e lo festeggiò molto. Intanto fu preparata la grande cena e tutti vennero a sedersi. Ma Curial pieno d’ira guardava da tutte le parti, e chiese di un cavaliere che nel torneo aveva portato uno scudo verde con una barra d’oro che lo attraversava; e gli fu indicato. Subito gli si avvicinò, e gli domandò il suo nome e di quale terra fosse. Ed egli rispose di chiamarsi Dalmau Doluge e di essere di Catalogna. Curial gli fece grande festa, così come quello che aveva visto molte belle cose per lui fatte nel torneo, e in particolare il duello che aveva sostenuto contro Boca de Far, e come mosso da grande cortesia lo aiutò a rialzarsi, e poi lo combattè molto valorosamente; e dentro del suo cuore, lo ritenne il miglior e più valoroso cavaliere che fosse stato nel torneo. Perciò preso in disparte il marchese, lo pregò che gli facesse grande festa, perché ben lo meritava, e col tempo gli avrebbe potuto giovare. Il marchese fece così, per cui avvicinandosi il cavaliere catalano, lo festeggiò molto. Alora si sedettero a cenare; e ordinato il marchese Curial si sedette in mezzo tra Guelfa e Andrea, e vicino a Andrea, il catalano, e Boca de Far vicino a Guelfa, e il marchese davanti su una sedia; tutti gli altri si sedettero ordinatamente. E serviva da maestra di ostello una nobile donzella chiamata Arta, la cui bellezza in quel tempo era tenuta in grande stima, e accompagnata da molti cavalieri e gentili donne si faceva conoscere nella sala. Tuttavia il servizio che lei faceva era soprattutto rivolto a guardare Curial, la cui bellezza risplendeva sopra tutti e tutte quanti e quante erano nella sala; ma Arta, non sapendo nascondere ciò che nel cuore le era caduto, non staccava gli occhi da Curial, per cui Guelfa, quasi con malinconia e gelosia, disse: “Arta, io non pensavo che vi fossero altri feriti se non quelli del torneo; ma ora vedo il contrario e credo che ve ne saranno anche di prigionieri.” Arta, tacque. La cena finì e le tavole furono sparecchiate, quando Arta venne con un bellissimo elmo d’armi, e da parte del marchese lo diede a Boca de Far così come al più valoroso e miglior cavaliere del torneo, della qual cosa il catalano si turbò tutto, e disse: “Maledetti siano gli stranieri non conosciuti.” Curial, udendo ciò, vedendo che il marchese non giudicava secondo ragione a suo parere, e d’altra parte avendo visto che Boca de Far non staccava mai gli occhi da Guelfa e le diceva alcune parole, per le quali tutti capivano che era innamorato, mandò subito a prendere una sua spada, la quale gli aveva donato il duca d’Austria, il cui guarnimento non sarebbe stato stimato leggermene, e dandola al cavaliere catalano, le disse: “Tenete questa spada così come colui che ha colpito meglio e più forte di qualsiasi cavaliere che io abbia visto oggi nel torneo.” Boca de Far mosso da invidia, disse: “Per la mia fede, io ritengo che il cavaliere abbia ben colpito con la sua spada, tuttavia vi sono altri che hanno fatto tanto quanto lui secondo il mio parere.” Il marchese ordinò che nessuno ne parlasse più. Perciò il catalano con grande dispiacere sopportò quell’ordine del marchese, per un buon tempo, durante il quale si parlò di molte altre cose. Ma il catalano, che non aveva dimenticato le parole che Boca de Far aveva detto a Curial, disse: “Cavaliere, né desiderio del vostro elmo, né desiderio di togliervi quel poco onore che oggi credete di aver guadagnato mi fa parlare, ma si il vostro grande orgoglio, il quale io non posso sopportare; e perciò vi dico che il marchese non ha giudicato giustamente nel darvi il premio, perché altri lo hanno meritato meglio di voi. E benché in questo caso io non faccia menzione di me, siccome io sia un cavaliere di povero fatto, però tuttavia sarei pronto se lo deliberaste, a tornare in campo e farvi conoscere, per battaglia del mio corpo contro il vostro, che non meritate il premio che vi è stato dato.” Boca de Far era grande signore ed era venuto molto ben accompagnato al torneo e si era innamorato di Guelfa, sebbene lei non volesse girare gli occhi, e considerò grave che davanti a lei quel povero cavaliere gli dicesse tali parole. E rispose: “Amico, ora non ho desiderio di combattere, soprattutto per una cosa come questa, sapendo bene che il marchese mi ha dato il premio, più per sua grazia che per mio merito, poiché senza dubbio egli lo merita meglio di me; ma poiché non gli pare onesto dichiararsi egli stesso il migliore, ha voluto attribuirlo a me cosa di cui mi vergogno più che esserne onorato”. Replicò il catalano: “ E neppure il marchese è stato il miglior cavaliere oggi, né il premio spetterebbe a lui”. Boca de Far, udendo ciò rimase tra sè un momento, però rispose: “Cavaliere, vi ho già detto che ora non ho volontà di combattere, tuttavia se volete mantenere ciò che avete detto, vi darò dal mio ostello un cavaliere che combatterà su questo caso”. Rispose il catalano: “E io darò a quel cavaliere un altro cavaliere del mio lignaggio, del mio nome e di maggiori armi che è qui, e io combatterò con voi in ogni momento, poiché l’altro che mi offrite non mi ha offeso”. Il marchese capì che il catalano era cavaliere di grande valore e gli dispiacque che si paragonasse a Boca de Far, e disse: “ Cavaliere, non vi sono grato per ciò che dite, perché vi sforzate di abbassare uno dei cavalieri più onorati in questo campo”. Il catalano con grande malinconia rispose: “Marchese, egli non vi ha onorato, ma voi avete onorato lui, che fece spazio alla sua lancia davanti a questa loggia e poi vi umiliò alla sua spada e per caso sareste stato più onorato se io non mi fossi opposto, che io risposi per voi meglio di quanto fate ora per me, e ancora ora lo onorate, e vedo che Dio non smetterebbe di onorare coloro che vi disonorano”. Curial intervenne e disse: “Signore, vi piaccia che basti quanto è stato detto fin qui, poiché questo cavaliere merita altri onori che voi non gli procurate”. Boca de Far, udendo Curial, disse: “Curial, dite voi ciò che questo cavaliere dice, che io vi risponderò”. Curial rispose: “Boca de Far, io non dico nulla del marchese, ma per quanto riguarda voi, dico che a mio giudizio il cavaliere catalano oggi è stato migliore di voi, e ha fatto più di voi, e merita meglio il premio”. Boca de Far rispose che mentiva per la gola, e che lui e un suo compagno avrebbero combattuto contro lui e il catalano su questo caso. Curial, udito ciò, rispose: “Boca de Far, io dico la verità, e voi avete mentito e mentite ora e mentirete ogni volta che tornerete a dire, e sono contento a combattere sopra questo caso con voi corpo a corpo, e se a questo cavaliere catalano piacerà combattere contro il vostro compagno, altrimenti mi offrirò di trovare altra compagnia”. Il catalano che ciò aveva udito, tutto riscaldato e quasi bagnato di sudore, si fece avanti e disse: “Boca de Far, avete parlato troppo, e ora vedremo se sarete uomo da sostenere ciò che avete detto, perché io gli farò compagnia finché avrò anima nel corpo”. E così fu da tutti confermato.

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    Il Marchese ebbe da ciò molto grande dispiacere e cominciò a trattare una concordia tra loro, ma il catalano si mostrò tanto fiero e tanto aspro che non si può dire, e disse al marchese: “Marchese, voi pensate di lavorare per metterci d’accordo”. Disse il Marchese, si. “Anzi fate il contrario”, disse il catalano, “perché noi siamo d’accordo, e voi ci volete mettere in discordia. Lasciateci, che io, per Dio non voglio prendere altro partito se non quello della battaglia”. Dalla parte di Boca de Far si fecero avanti due cavalieri, e dissero al catalano dov’era il cavaliere del suo lignaggio di cui aveva parlato, poiché essi volevano avere parte dell’onore di Boca de Far. E subito si mostrarono altri due cavalieri catalani, l’uno chiamato Roger Doluge, l’altro Ponç Dorcau, e dissero che in nome di Dio e di monsignor San Jordi, volevano essere in quella battaglia contro quei due, e così si diedero la fede gli uni agli altri: in modo che furono quattro contro quattro. Boca de Far supplicò il Marchese che tenesse loro il campo, e benché il Marchese si scusasse molto, tuttavia infine glielo concesse, pensando che nel frattempo avrebbe trattato tra loro affinché la contesa si risolvesse senza battaglia, e assegnò con volontà delle parti per la battaglia ,il giorno di San Johan, che era molto vicino. In quei pochi giorni il Marchese si affaticò molto per togliere la questione, ma mai riuscì a trovare soluzione, anzi ciascuno si preparava sempre meglio che poteva per quella giornata. Boca de Far disse al Marchese: “Marchese, vedete come avete preso incarico di tenerci il campo, perché mia intenzione è sempre venirne a fine. E se voi non lasciate che giunga a fine, sappiate che io farò andare i cavalieri in altro luogo, e davanti a tale giudice che la battaglia procederà fino ad oltranza. Il Marchese disse che così avrebbe fatto, poiché vedeva che così avevano deciso. Molte furono le notizie e la festa fu tutta turbata, quando il Marchese, vista ormai la loro concordia e che non poteva far nulla, chiese loro dicendo se avrebbero combattuto a cavallo o a piedi. Boca de Far rispose che a cavallo, poiché cavaliere era e non voleva essere pedone. Agli altri piacque perché conveniva loro che la battaglia si facesse; e accordatisi sulle armi difensive sia offensive, il Marchese prese Curial e conducendolo dalle logge, fino alla sua dimora lo accompagnò. E poi se ne andò al suo palazzo, e la Guelfa tornò al monastero, pensando di avere migliore occasione di parlare con Curial; così tutti andarono a riposare. Il Marchese quella notte fece mettere guardie al monastero, per vedere se Curial sarebbe andato a parlare con la Guelfa, ma quella notte Curial non si mosse dalla sua dimora, anzi rimase sicuro e quando venne il mattino, alzatosi, andò dal Marchese, e insieme andarono a messa nel detto monastero, dove trovarono già Boca de Far che aveva ascoltato messa e stava guardando per vedere la Guelfa. La quale quando seppe che il Marchese era lì e che sarebbe stata richiesta da lui, non volle mai uscire dalla camera, affinché Boca de Far non avesse piacere di vederla.

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    Curial, sapendo che Boca de Far era innamorato della Guelfa divenne molto geloso, e acceso di rabbiosa ira l’avrebbe ucciso in qualunque partito, se non pensando che avrebbe preso parte in qualunque modo, se non fosse stato che pensava che entro breve si sarebbe fatta la battaglia e quella avrebbe tolto la questione perché uno di loro vi sarebbe morto, e da quel momento in poi la Guelfa sarebbe rimasta per l’altro se lei lo avesse voluto. Venuta l’ora del pranzo, il marchese invitò Curial lo condusse al suo palazzo e gli fece molto onore, ma non tanto quanto gli facevano i Duchi e l’Imperatore. Da quel momento ordinò che un giorno venisse al suo palazzo Boca de Far, un altro Curial, e così divisero il tempo. Il Marchese, richiesto da Boca de Far, andò al monastero e mezza forzata condusse la Guelfa al suo palazzo dicendo che mentre quegli stranieri erano lì, voleva che lei vi stesse per festeggiarli. Nel frattempo i due anziani si misero a trattare il matrimonio della Guelfa con Boca de Far, cosa di cui il Marchese ebbe grande piacere, ne parlò con lei, ma la Guelfa così come quella che era molto saggia signora e amava Curial senza misura, nonostante avesse piacere di vedere Boca de Far, che era molto bello e buon cavaliere, di grandissimo lignaggio e meravigliosamente ricco e tanto ben parlante che non aveva difetto, così che tutti avevano piacere di stargli vicino, rispose a suo fratello: “Signore, è vero che al presente non ho desiderio di marito, né ho deliberato di prendere questo né un altro, e quando ne avrò intenzione, dovete pensare che mi guarderò bene dal prendere per marito un uomo che sia in pericolo di battaglia mortale, così come Boca de Far è, perché non si sa quale sarà la fine della battaglia, né voglio vedere ancora una volta il dolore che ho già visto nel prendere marito, e poi vederlo uccidere davanti a me senza poterlo soccorrere. Non sia mai, piuttosto si purghino e si ristabiliscano coloro che con lance e con spade si colpiscono. Vi chiedo grazia che vogliate tacere su ciò perché sebbene Boca de Far sia un buon cavaliere, ha già abbastanza da fare al presente”. Il Marchese lodò questa risposta e disse agli anziani ciò che la Guelfa gli aveva risposto, che lasciassero passare la battaglia e poi ne avrebbero parlato. Gli anziani riferirono questa risposta a Boca de Far di che lui fu molto contento e si mise più a puntino per giungere alla battaglia.

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    D’altra parte Curial, che tutte le cose sentiva, moriva di gelosia e di dolore, da una parte perché si riteneva certo che la Guelfa amasse Boca de Far, dall’altra perché il Marchese lo teneva in maggior stima di lui, e gli faceva maggior festa. E similmente perché egli non poteva parlare con la Guelfa, per cui dentro di sé si consumava del tutto. La Guelfa, che non aveva meno invidia di Laquesis, mandò a dire a Curial che le desse il letto e i paramenti di Laquesis, così come glieli aveva dati, perché li voleva per sé, e similmente le mandasse le vesti e gli altri gioielli che gli erano stati donati in Germania, i quali erano molti, oltre quelli già nominati; perciò Curial lo fece, e per mezzo di Melchiorre di Pandone le mandò tutto. E non appena li ebbe visti, trattenne tutte le cose; tuttavia volle mettere alla prova Curial, e fargli un dispiacere così grande e peggiore di quello che Curial le aveva fatto per il fatto di Laquesis. Perciò subito, segretamente, si mise a fare una tenda con quei paramenti di cortine, e la mandò a Boca de Far, pregandolo di tenere ciò segreto fino al giorno della battaglia, di collocarla nell’arena dove egli sarebbe stato. Curial moriva perché non poteva parlare con la Guelfa, la quale benché fosse molto sorvegliata, avrebbe ance comunque potuto trovare modo se avesse voluto. E vedendo che non poteva parlarle, le mandava lettere per mezzo di Melchiorre, ma lei mai le voleva leggere davanti a Melchiorre né mostrava alcuna espressione, per cui Melchiorre credette certamente che la vicenda di Curial fosse tutta confusa. Ma non appena Melchior se ne andava, la Guelfa leggeva le lettere una e molte volte, e le baciava e le festeggiava tanto, che più non poteva, e con la badessa, che aveva in compagnia, passava il tempo parlando continuamente di Curial, poiché altro bene né altro sollievo non aveva né poteva avere se non parlare di lui e guardare tutti i gioielli che aveva da lui. E benché la badessa le consigliasse di non comportarsi così duramente verso Curial, tuttavia ella diceva: “Certo farò peggio, poichè il giorno che Boca de Far verrà a corte, io uscirò e gli farò festa; e il giorno che quello sconoscente vi verrà, non uscirò né farò menzione, e gli farò tanto dispiacere per Boca de Far, quanto egli ne ha fatto a me per Laquesis. E così fece da quel momento in poi; per cui Curial divenne tanto triste, che tutti pensavano che avesse paura della battaglia e già lo ritenevano morto. E il contrario accadeva per Boca de Far, poiché andava tanto allegro che tutti ritenevano che sarebbe stato vincitore.

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    I catalani vennero da Curial e gli dissero quali ornamenti voleva che si facessero per il giorno della battaglia e quali cotte d’armi. Curial che stava tutto disperato e non pensava a nulla di ciò, disse: “Signori cavalieri, io ho il cuore in un’altra parte, e per niente non potrei ora pensare a ciò, e così vi prego che lo facciate voi poiché io ne sarò contento, e disse a Melchiorre che desse loro tanto argento quanto ne avessero bisogno. Melchiorre rispose che gli andava bene. I catalani dissero: “Curial, qui non serve molto argento, perché la pompa non vale nulla in tali fatti; sforzatevi a maneggiare bene le mani poiché esse vi daranno onore, e tutto il resto è fumo, e così abbiamo stabilito se vi sembra bene e vi piace, di fare ornamenti bianchi con croci di San Jordi sotto l’invocazione del quale è fondato l’ordine della nostra cavalleria, e così vedete se vi piace, ditelo ora. E lui rispose che era contento e voleva andare in quella stessa forma, e così si separarono da lui e fecero fare gli ornamenti e tutto ciò che serviva per quel giorno. Tuttavia erano malcontenti che Curial fosse così abbattuto che già lo ritenevano come morto. Curial mandò a dire alla Guelfa che gli mandasse qualcosa delle sue da portare il giorno della battaglia per amor suo. Lei rispose che aveva abbastanza dei giubboni di Laquesis e che quello gli doveva bastare; che non pensasse che lei non sapesse tutti i fatti come erano accaduti, e così si tenesse per certo che non gli avrebbe mandato nulla; per cui Curial credette di morire e Melchiorre voleva confortarlo, ma non poteva, pensando che la Guelfa fosse davvero adirata contro di lui. Curial che vide ciò disse molte volte: “Mi sarebbe stato meglio restare in Germania.” Rispose Melchiorre: “Così accade a chi che non ha se non un cuore e ne vuole fare molte parti, tuttavia non vi scoraggiate, perché le donne sono di questa condizione che vogliono avere dagli uomini che amano molte prove, e se la Guelfa sapendo ciò che avete fatto vuole vendicarsi di voi non dovete meravigliarvene, ma siate certo che ciò non è nulla, poiché dai più amari calici bevono gli innamorati e molte volte accade che ciò che si crede lontano sia vicino. Curial si confortò un poco sapendo che Melchior diceva il vero, ma replicò: “E non avrò una visione prima di entrare nell’arena? Certo se non la vedo non avrò onore, anzi vi morirò certamente. Melchiorre rispose: “Curial, se la Guelfa non vi amasse, avrebbe già ordinato che non vi si desse nulla di ciò che è suo, anzi mi ha ordinato che ora vi dia ciò che volete molto più copiosamente che mai, e così abbiate buon cuore, perché la vostra Guelfa è in ogni caso vostra, ma io conosco che volendovi mettere alla prova vi tratti con dispetti per quelli che voi le avete fatto, e non me ne meraviglio perché davvero lo avete meritato; e così, Curial vi prego di confermarvi col tempo, perché non si conoscerebbe il bene se non si mescolassero alcuni dispiaceri, tuttavia pensate che non potete avere peggior tempo di quello che oggi avete, e non può essere che non cambi e per caso in meglio, e tali cantino che presto piangeranno perché così vanno le cose del mondo. Curial tacque e non rispose, e mandò a chiamare i suoi catalani, e atteggiandosi col il gesto, mostrò un’allegria finta, sebbene ne avesse poca. I quali venuti Curial li invitò, fece loro grande festa e prese un’arpa e suonò meravigliosamente così come colui che ne era gran maestro, e cantò così dolcemente che non sembrava se non voce angelica e dolcezza di paradiso. I catalani ebbero piacere nel vederlo rallegrare e fu detto loro che si mettessero a tavola poiché il pranzo era pronto, e mangiarono, e Curial mangiò meglio di quanto avesse fatto nei giorni passati e dopo che ebbero mangiato, stettero un poco e fatta la colazione, se ne andarono a riposare. Ma dopo che ebbero riposato un poco, Curial fece dispiegare la sua armatura e le armi; e quando i catalani lo videro armato ne ebbero grande piacere e fecero venire anche le loro armature e armandosi fecero molte prove, e benché essi fossero forti e molto aspri cavalieri con grande meraviglia, anche riconobbero che Curial non era meno forte di loro e tra loro lo tennero in grande stima e ritennero certo che male vi era venuto Boca de Far. Curial chiese loro se avessero bisogno di denaro che glielo dicessero, perché egli ne avrebbe dato loro abbastanza. Dalmau Doluge rispose: “Cavaliere, noi non abbiamo bisogno del vostro argento perché per grazia di Dio abbiamo un re, che ci dà modo tale che senza prendere denaro da altri possiamo cercare il mondo. E credo che in noi non vi sia tanto valore da osare ne sappiamo spendere ciò che egli ci ha dato e dà senza cessare ogni giorno. Ma prego Dio che vi dia grazia che in un caso simile a questo che abbiamo tra le mani, nel quale per accrescere il mio onore voi vi impegnate, io possa soccorrervi e servirvi, perché riconoscerete che a me bastava il cuore una e molte volte per fare per voi ciò che voi ora fate per me, e questo f inché avrò anima nel corpo.

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    Era questo Dalmau Doluge uomo molto massiccio e di grandi spalle e molto robusto in tutte le membra, e così era tanto forte, che senza alcun dubbio il cavaliere che combatteva con lui non si doveva ritenere al sicuro. Non era tuttavia in nulla gentile nella persona, ma si aveva il cuore così alto che sarebbe stato abbastanza degno di essere re: tale era l’altro cavaliere Doluge. Ma Ponç Dorcau, era un uomo nobile di lignaggio, snello e lungo di persona, giovane di pochi giorni, i capelli rossi e tanto gentile, che sembrava fatto a pennello; molto temperato e forte e così ardito che non si potrebbe scrivere, allegro cantatore, tutto innamorato, e infine ben voluto da quante persone lo avevano in considerazione. Così che questi catalani fiduciosi nella loro virtù, andando per il mondo facevano mestiere di combattere, e non si potevano fare grandi fatti d’armi senza che essi vi si trovassero e ne riportassero grande onore; e così erano tenuti in grande stima in molte province, nelle quali, cercando onore che senza fatica non si può avere, erano stati.

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    Molta angoscia provava la Guelfa, sebbene facesse l’adirato, e aveva molto grande desiderio di vedere Curial, e ora deliberava di mandare a chiamarlo, e subito dopo se ne pentiva per vendicarsi di ciò che egli contro di lei aveva fatto, e non sapeva come comportarsi. Perciò un giorno, prima che la battaglia si facesse, mandò a chiamare Melchior, e gli disse: “Che fa quel cattivo uomo?” “Signora”, rispose Melchiorre, “si prepara per la battaglia.” “E quali ornamenti ha fatto?” disse la Guelfa. Rispose Melchiorre: “Bianchi con croci di San Jordi, tali come gli altri suoi compagni.” “Ora ditegli”, disse la Guelfa, “che non si dispiaccia di ciò che vedrà, perché io ho dato gli ornamenti di Laquesis a Boca de Far, poiché i beni della mia nemica voglio che li abbia il mio nemico; e così dagli questo bracciale di stoffa e lo porti il giorno della battaglia; e tornerai tra poco, perché ho bisogno di te.” Melchiorre se ne andò da Curial e gli diede il bracciale, del quale egli fu tanto contento come se avesse guadagnato un regno e gli parve di aver già vinto. Poi gli disse tutto ciò che la Guelfa gli aveva detto; e benché gli dispiacesse degli ornamenti di Laquesis, tanta era la gioia che gli era caduta nel cuore per ragione di quel bracciale che tutto il resto gli pareva nulla. E così disse a Melchiorre: “Tornate dalla signora, poiché lei te lo ha comandato”; e così fece. La Guelfa, appena Melchiorre le girò la schiena, prese la badessa per la mano, entrò in una piccola stanza e si spogliò tutta nuda, e prese la camicia di lino che indossava e la diede alla badessa, e prendendone un’altra tornò subito a vestirsi, e tra lei e l’abbadessa con la maggior fretta del mondo, fecero sulla camicia, così sul petto come sulle spalle dall’alto in basso, croci di San Jordi e similmente sulle maniche, e quando fu fatta fece chiamare Melchiorre, il quale entrò dentro, e lei gli disse: “Darai a quel pazzo questa camicia che ti dà la badessa, e digli che la porti domani come cota d’armi sopra l’armatura. Melchiorre la prese con grande gioia, e quando volle andarsene, disse la badessa: “Melchiorre, digli che non gliela do io, ma che gliela dà lei; e in buona fede da quando tu sei partito da qui, lei se l’è tolta, perché la indossava oggi; è vero che io l’ho aiutata a fare le croci. A questo punto Melchior girando la schiena se ne andò in fretta da Curial, il quale, dopo aver preso la camicia e aver udito le altre parole, ebbe così grande gioia che non sapeva dove mettersi. E subito si armò e indossò la camicia e aprendola in certe parti, fecero in modo che gli venisse bene, sebbene sul petto e sulle spalle gli coprisse molto poco, di che egli non si curava affatto, e si ritenne certo che con quella camicia avrebbe vinto non solo Boca de Far, ma anche Tristano di Leonis se fosse venuto alla battaglia.

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    Vennero i catalani da Curial e lo trovarono così allegro che non poteva esserlo di più, e ne ebbero piacere perché lo trovavano in così buon momento. La notte seguente Curial e i catalani andarono al monastero dove la Guelfa soleva stare, e lì fecero portare le loro armature e tutte le altre cose di cui avevano bisogno per la battaglia. La badessa che lo sentì, prese commiato dalla Guelfa per andarsene a casa sua. “Ahimè!” disse la Guelfa, “con voi mi sono consolata fino a ora! Oh madre mia, e che farò io questa notte! Certo credo che morirò di pensiero. Curial, e non lo vedrò io? Tu starai là dove io vorrei stare” La badessa le disse: “Signora, io non mi allontanerei da voi, se il caso non lo richiedesse in tutto, poiché questi cavalieri saranno in casa mia ed è molto necessario che io vi sia per far loro onore; ma vedete cosa volete che dica a Curial, che io glielo dirò certamente.” “Oh madre mia! disse la Guelfa, sarai più leale a me che Laquesis?” “Gesù!” rispose la badessa; “signora, come potete pensare che per quanto folle io volessi essere, Curial si innalzasse a me? Ma in verità ora mi farete parlare più avanti di quanto avrei fatto. Signora, se voi stessa, non so perché, vi togliete tutti i vostri piaceri, chi ne ha colpa? Io vi dico certamente che nessuna persona al mondo deve aver pietà di voi.”

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    “Ah misera me! vinca Curial e viva, e se vuole non sia mio, sia di chi voglia, e sia vincitore! Ah, infelice, quando egli e Boca de Far si scambiavano le parole io piacere ne avevo, e ora vorrei che mi costasse la vita pur di poterle dire! Ah misera, che io l’ho fatto, perché certo Curial non avrebbe intrapreso contro Boca de Far se non per la gelosia che ha avuto ragionevolmente di me e di lui, e se Curial muore, io sono morta! Ah che tutte queste morti che in questa piazza si faranno, ricadino su di me! Ah sventurata femmina, e perché volli vendicarmi di Curial se Laquesis gli aveva fatto onore, poiché facendo onore a lui lo faceva a me, e gli uomini sono tenuti a ricevere gli onori che le donne fanno loro ed è loro costume, e se Curial li accettava faceva bene, tuttavia sempre era mio e nel suo cuore disprezzava tutte le altre? Ahimè, quanto ha fatto per me, perché quel matrimonio disprezza ricordando il mio nome, poiché vedendo la mia lettera rimase muto alla tavola dove gli presentavano Laquesis, vergine tedesca, nata da chiaro sangue e splendente per inestimabile bellezza, e vedendola davanti per un poco di carta mio non stende la mano per prenderla! Ah, e quale dolore sarà quello, quando egli vedrà nel campo i gioielli che Laquesis gli diede, e penserà che io lo abbia fatto per vendicarmi di lui! Certo no, anzi crederà e più ragionevolmente, che io l’ho amato e favorito, e desiderando che avesse onore l’ho aiutato come si è visto. Ma perché mi accuso misera me, che giovano le parole, poiché è vero che egli mi aveva fatto dei torti, ma molto maggiori sono questi che io stessa mi sono procurata? Ah madre mia e come vedrò le spade sopra il capo di Curial, le quali se io avessi avuto miglior consiglio non vi sarebbero giunte! Che sarà di me? E mi mettessi io nel campo, e le aspettassi nel mio petto nudo, e Curial fosse salvato! E che da ora in poi io sia amata da Curial, posto che egli sia vincitore, certo non lo credo né lo consente la ragione, perché donna che procura disfavore e morte a colui che la ama, non vuole essere amata a lungo, poiché ogni giorno cresce amarezza. Ma perdonami Curial questa colpa e se mai più vi ritorni, fa’ di me ciò che ti piacerà”. Diceva sempre queste parole la Guelfa piangendo molto angosciata, e disse anche: “O Melchior, e tu che per me tante volte lo hai ripreso e rimproverato, accarezzalo una sola volta e non lo perdere, potendo tu conservarmelo”. Melchiorre e la badessa la confortavano quanto potevano, e Melchiorre disse: “Signora, confortatevi, perché Curial con la vostra camicia ha dimenticato tutti i dispiaceri che ha sopportato fin qui ed egli è vostro, ma vi prego che quando entrerà nell’arena e sarà davanti a voi vogliate benedirlo, e almeno aprendo un poco la bocca gli diciate che Dio lo voglia aiutare, affinché egli intenda che ancora gli volete bene e fate quanto potete perché egli vi veda sempre. La Guelfa, piangendo, rispose che le piaceva guardarlo e mostrarsi a lui e pregare Dio che lo aiutasse, ma non sapeva se sarebbe stata capace di vivere finché la battaglia durasse. “Signora”, riprese Melchiorre, “confortatevi bene perché domani Curial avrà più onore di quanto ne abbia avuto cavaliere da molto tempo”. Disse la Guelfa: “Dimmi, sono buoni cavalieri quei catalani che sono nella sua compagnia?” Rispose Melchiorre: “Sì, i migliori che io abbia mai visto e senza dubbio lo mostreranno domani, Dio volendo”. “Così piaccia a Dio”, disse la Guelfa, “perché io ho grande paura”. “Tutta la paura che avete”, disse Melchior, “potreste venderla per un denaro, perché vi prometto in fede mia che non avete ragione di aver paura; e così vi prego che ci lasciate andare perché è già sera e i cavalieri saranno al monastero oggi stesso. E la signora badessa rimarrà d’ora in avanti lì”, per cui al momento del commiato, la Guelfa disse: “Madre mia consolatelo da parte mia, e se è adirato ditegli che voglia perdonarmi”. Melchiorre e la badessa andarono al monastero e i cavalieri non erano ancora arrivati. Melchiorre fece grande preparazione di confetti di zucchero e di vini preziosi per la colazione, e intanto i cavalieri arrivarono e tutte le monache li ricevettero in processione e andarono con loro alla chiesa cantando inni devoti, e poi andarono nella stanza dove la Guelfa soleva stare. Curial che vide l’altare di messer San Marco, dove la Guelfa si inginocchiava per pregare, si inginocchiò subito e fatta orazione venne al letto della Guelfa e, guardandolo sospirò. Disse Melchiorre: “Curial, non sospirate, perché in fede mia non ne avete motivo; poiché io non credo che vi sia cavaliere al mondo più amato da una signora di quanto voi siate dalla Guelfa”. Rispose Curial: “E chi deve sospirare se non colui che è amato?” Allora la badessa gli raccontò tutte le lamentazioni della Guelfa, ma Curial udendole rimase come muto e non rispose. Disse Melchiorre: “E non rispondete nulla?” “No”, disse Curial, “perché non ho licenza di parlare se non davanti a voi soltanto”. Allora gli altri cavalieri si presentarono a loro e fatta lieta colazione si misero a dormire.

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    Se la Guelfa ebbe buona notte, tale la dia Dio a chi mi vuole male, perché certo ella non ebbe né bene né riposo, anzi andava per la stanza come folle che non sapeva ciò che faceva. Tuttavia quando venne il giorno i cavalieri si alzarono e di buon mattino ascoltarono tre messe e poi si armarono, ma Curial li pregò che non portassero i bacinetti sulla testa, e così fecero. Perciò montando a cavallo, su cavalli molto forti e valorosi, cominciarono ad andare sotto uno stendardo bianco con croce rossa e tali paramenti; ma tutti ridevano della cotta d’armi di Curial, vedendo che era una camicia da donna. La badessa cavalcò e, affrettandosi, andò dalla Guelfa, la quale già cavalcava con Andrea per andare al catafalco, e fattagli reverenza la Guelfa le domandò: “Dov’è la luce dei miei occhi?”. “Nel vostro letto ha dormito stanotte”, disse la badessa, “e dice che mai ebbe tanto bene, ma sappiate che ha parlato molto con Melchiorre, ma a me non ha osato confidare.” “Ahimè”, disse la Guelfa, “non mi ricordo di avergli mandato a dire che parlasse con voi come con Melchior, e lui non oserebbe fare altrimenti! Ah misera, quanto mi teme; e vedete che dolore, uomo che non teme tutti i cavalieri del mondo, teme me che sono una debole femmina che non gli posso fare danno!” Allora Andrea e la Guelfa accompagnate da molta nobile gente, cominciarono ad andare alla piazza, e lungo il cammino incontrarono i quattro cavalieri che avevano dormito al monastero. Andava per primo Ponç Dorcau, poi Roger Doluge, quindi Dalmau Doluge e infine Curial, il quale quando vide la Guelfa, si inchinò profondamente a lei e ad Andrea, e disse: “Signore, benediteci, poiché ormai non possiamo fare altro che il nostro meglio.” Per cui la Guelfa li benedisse e alzando il braccio glielo pose sulle spalle, e disse piangendo: “Io prego Dio che vi aiuti, perché pregando per la vostra vita prego per la mia, della quale senza di voi mi importerebbe ben poco”: dicendo queste parole a voce bassa, così che non le udì se non Curial.

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    Passarono avanti i cavalieri e le donne, che tutte volevano bene a Curial; piene di compassione, tutte si lamentavano dolorosamente, e dall’altra parte ridevano della camicia. Curial, sentendo ciò di cui ridevano, disse: “Ora posso essere chiamato il donzello della cotta mal tagliata”. E così andarono fino all’arena, e scesero dal cavallo nella tenda che era bianca di damasco con croci rosse. Non tardò molto che Boca de Far venne con i suoi con tanta superbia che non si può dire, e davanti venivano dodici cavalli coperti molto riccamente con paramenti verdi, broccati d’oro, e con tanto rumore di menestrelli e suonatori di trombe, che ciò era meraviglia. Il quale quando si avvicinò all’arena e volle fare riverenza alle signore dei catafalchi, la Guelfa si coprì il capo con il mantello, e, maledicendolo, non volle guardarlo; di ciò Boca de Far fu molto contento, pensando che lo avesse fatto per nascondere le lacrime, e che per il dolore non potesse guardarlo. E così passarono avanti fino alla sua tenda, la qual era dei paramenti di Laquesis, i quali a Curial aveva donato. Ma quando Curial vide la tenda di Boca de Far, disse tra sé: certo ora bisogna che io sia cavaliere, e io vedrò la Guelfa con chi dei due rimarrà. Subito essi uscirono dalle tende e montati su forti cavalli entrarono nel campo. Il marchese non si curò di alcuna cerimonia, anzi li fece mettere gli uni da una parte, gli altri dall’altra, secondo come li aveva divisi il sole, e diede loro le lance, ordinando da parte del marchese che nessuno si muovesse finché la tromba non suonasse; e così tutti uscirono dal campo, e non rimasero se non gli otto cavalieri soltanto.

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    Boca de Far si allontanò un poco dai suoi, e fece segno a Curial che si allontanasse un poco dagli altri; perciò Curial come per appartarsi strinse la lancia e, dando degli speroni, gridando, San Jordi, corse contro Boca de Far. Boca de Far similmente corse contro di lui, e si diedero colpi così grandi con le lance, che gli scudi non furono tanto forti da non essere trapassati dall’altra parte. Ma i cavalieri, che erano forti e molto valorosi, ruppero le lance, ma non si mossero dalle selle, anzi subito accesi da rabbiosa ira, mettendo mano alle spade cominciarono a colpirsi così potentemente, che tutti capirono che non sapevano nulla d’amore. Subito Dalmau Doluge ferendo dagli speroni corse contro il suo avversario, il quale era chiamato Gerardo da Perugia, e lo ferì così potentemente che lo fece cadere da cavallo così che uomo del mondo non avrebbe creduto che fosse stato toccato. Era questo Gerardo da Perugia Un cavaliere molto abile e ardito e audace e grande imprenditore, ma non era affatto forte, sebbene a cavallo credesse di valere quanto qualunque altro cavaliere per quanto fosse avvantaggiato. Non accadde così a Roger Doluge, perché, quando andò contro l’altro italiano chiamato Federico da Venosa, volle colpirlo con la lancia, il detto Federico colpì il cavallo di Roger in mezzo alla fronte in modo tale che cadendo morto il cavallo, cadde anche Roger senza poter dare colpo con la sua lancia; tuttavia liberatosi dal cavallo si alzò molto presto e prendendo la spada in mano, corse contro Gerardo, il quale similmente era a piedi, e si diedero colpi così grandi di spada che ciò fu cosa meravigliosa. Che vi dirò dell’altro catalano chiamato Ponç Dorcau? Questo era uomo di più alto lignaggio e di sangue molto più nobile dei suoi compagni; e gli venne incontro un cavaliere molto valoroso e di grande lignaggio, chiamato Salones da Verona, il quale presumeva tanto di sé, che non riteneva che vi fosse cavaliere al mondo capace di resistere contro di lui. Per cui abbassate le lance si incontrarono in mezzo agli scudi; le lance erano forti e i cavalieri valorosi e i cavalli molto potenti: così i colpi furono tali, che non potendosi rompere le lance, entrambi i cavalieri volarono a terra. Ma nella caduta Salones si fece molto male, perché non riuscì a togliere un piede dalla staffa, andava appeso e il cavallo lo trascinava, e benché il cavallo andava poco e forte soavemente, tuttavia Salones era in grande pericolo. Ponç Dorcau che vide il suo cavaliere in così cattiva situazione, andò alle redini del cavallo e lo fermò, e togliendogli il piede dalla staffa aiutò il cavaliere a rialzarsi, il quale avrebbe potuto uccidere se avesse voluto. Salones, che si vide fuori da quel pericolo e conoscendo che il suo avversario lo aveva aiutato, gli disse: “Cavaliere, se questo fatto per cui combattiamo fosse mio così come è di Boca de Far, certo non combatterei più, anzi mi arrenderei a te certamente, non per paura che ho di te, ma conoscendo il beneficio che ho ricevuto da te. Tuttavia l’interesse per cui combatto è di Boca de Far, il quale combatte come vedi, e io sono con lui, e sembrerebbe viltà fare pace con quelli con cui egli è in guerra e gli vogliono togliere la vita e l’onore. Ponç Dorcau, che aveva sentito parlare il cavaliere, rispose: “Cavaliere, non pensare che io ti abbia aiutato per il tuo bene, ma l’ho fatto per il mio onore, e così non risparmiarti dove potrai servirmi, perché sii certo che come ti ho aiutato ad alzarti da terra, così ti aiuterò a morire se potrò”. E certamente Salones conobbe che questo era cavaliere nobile e di grande sforzo, e così la battaglia fu divisa, metà a cavallo, metà a piedi. Ma Dalmau Doluge vedendo Federico da Venosa a cavallo, che già si preparava a venire contro di lui, prese la spada, il quale già portava molto pesante, così come quello che era quasi gigantesco e molto forte, e colpì il detto Federico così potentemente sulla testa, che Federico non potendo sostenere i colpi che riceveva continuamente, fu costretto ad abbracciare il collo del cavallo, altrimenti sarebbe caduto a terra. E subito Dalmau Dolgue lo affrettò e, abbracciandolo per i fianchi, lo tirò così forte, che strappandolo dalla sella lo mise sul collo del suo cavallo, e così lo portò attraversato fino al catafalco del marchese e lì lo lasciò cadere. Della qual cosa il marchese si fece il segno della croce, e disse che mai aveva udito che un cavaliere del mondo avesse fatto tanto grande avanzo a un altro cavaliere. E sceso dal cavallo, quando l’altro già si fu alzato, lo abbracciò e lo tenne così fermo come se fosse morto, ma alla fine lo mise di nuovo a terra, e togliendogli l’elmo gli disse che non si rialzasse altrimenti lo avrebbe afferrato la testa. Allora andò verso Ponç Dorcau, e lo trovò che combatteva con Salones una battaglia molto aspra, ma Salones peggiorava molto ed era già così stanco che non poteva più continuare, e così Dalmau Doluge li guardò per un pezzo e vide chiaramente che il suo compagno aveva del tutto in tutto la meglio. Allo stesso modo combatteva Roger con l’altro italiano molto sforztamente, ma certo Roger era molto più fresco e gli durava di più il cuore, tanto che tutti conoscevano bene il vantaggio. Che dirò di Curial? Egli e Boca de Far facevano battaglia molto aspra, e sebbene Boca de Far fosse più forte e più aspro cavaliere di tutti i suoi compagni, tuttavia ciò gli giovava poco. Curial era molto più forte e più valoroso e più feroce di lui, e se fossero stati a piedi, la battaglia sarebbe già finita da tempo. Ma Boca de Far aveva il cavallo molto vantaggioso e con il suo aiuto si comportava molto, e d’altra parte lui era forte e molto buono cavaliere, e così manteneva, tuttavia Curial gli dava grandi colpi, e ciò che più spaventava Boca de Far era, che vedeva che Curial migliorava dando colpi più forti e più pesanti, e più virtuosamente feriva che mai avesse fatto, e lui si indeboliva continuamente, sicchè già non si curava di ferire bensì di evitare i colpi come potesse.

    45

    Era già passata gran parte del giorno e il caldo aumentava continuamente, quando Boca de Far ferito sotto l’ascella da un colpo che lo aveva raggiunto, e non potendo più resistere, perché il sangue gli scendeva dentro il corpo, la qual cosa gli faceva molto grande danno, intanto che il cuore gli veniva meno, d’una parte per il fallimento, dall’altra per il colpire, lui già non riusciva più a governare il cavallo. Tutti quelli che guardavano vedendo come Curial colpiva, restavano meravigliati, e dicevano che Curial non era un cavaliere, anzi era tempesta e distruzione di cavalieri. Che dire? Curial capì che Boca de Far non poteva più, e gridò grandi urla: “Boca de Far, chi merita il premio, voi o il catalano?” Boca de Far non rispose, per cui Curial gli diede un colpo così forte e così pesante sull’elmo, che Boca de Far perdendo il senno si piegò sul collo del cavallo, e Curial con altri colpi lo colpì così potentemente, che Boca de Far lasciando il cavallo cadde a terra e non fece segno di rialzarsi, per cui Curial si mise in piedi subito e andò da lui e togliendogli l’elmo vide il volto tutto sanguinoso e guardandogli bene gli occhi che vide che non si muovevano, così come quello che già era morto, della qual cosa Curial ebbe molto grande dispiacere, perché avrebbe voluto vincerlo, ma non ucciderlo.

    46

    Morto dunque Boca de Far, vedendo i compagni suoi avere molto grande dolore e ritenersi per perduti, e sebbene ancora si difendessero debolmente, si arresero subito. Perciò i fedeli entrando nel campo presero Boca de Far e lo posero su un letto di morto, e coperto con un drappo d’oro molto ricco, fecero uscire i cavalieri dal campo in questo ordine: uscirono prima i due cavalieri arresi come i vinti, dopo di questi due veniva Federico da Venosa e dietro portarono Boca de Far molto onorevolmente, non come vinto, ma come sopraffatto dalle armi. Dopo questi quattro il marchese fece uscire gli altri quattro ugualmente, uscendo per la porta dell’arena, e come i tre, montarono a cavallo e il marchese li accompagnò fino alla dimora di Curial, dove cenarono in compagnia di molta gente nobile, mostrando grande gioia per la vittoria. I fedeli disarmarono il cavaliere morto e similmente gli altri, e mandarono le loro armi e i cavalli ai vincitori. Il giorno seguente i catalani andarono dal marchese e preso commiato cominciarono il loro cammino per tornare in Catalogna. Curial li accompagnò per un tratto, e dopo molte offerte per lui a loro e per loro a lui, e donati alcuni gioielli a loro per Curial, lui se ne tornò e loro continuarono il loro cammino.

    47

    Vi era in quel tempo in Aragona un re molto nobile e valoroso in estremo, chiamato Don Pedro, cavaliere molto robusto, forte, e valoroso, il quale finché visse fece del suo corpo in battaglie molte cose degne di memorabile venerazione, così contro i Saraceni quanto contro altra gente. E quando seppe che i suoi tre cavalieri venivano dalla battaglia che avevano fatto e si trovavano vicino a Barcellona, volendo mostrare la sua magnanimità, avendo tre figli, il maggiore dei quali era chiamato Don Alfonso, e questo morì prima del padre, l’altro era chiamato Don Jayme, l’altro Don Frederich, li fece uscire ad accogliere e onorare i cavalieri in compagnia di molta gente nobile. E quando furono saliti al palazzo reale, li accolse con grande allegria, e fece loro tanta festa come se fossero re, perché questo re teneva in così grande stima i buoni cavalieri che ciò era una grande meraviglia e per ciò i cavalieri, specialmente i migliori, si sforzavano ad essere bravi, tanto che nel suo regno pochi cavalieri vi erano che non si impegnassero nei fatti d’armi fino a morire. E così il re mangiò con loro e gli dava gradimento, così che fece servire i tre cavalieri con lui a cena, e fece servire dal maestro d’ostello l’infante Don Alfonso. Gli altri due figli Don Jayme e Don Friedrich stavano ai capi tavola con torce in mano durante tutto il pasto, e quando di stancavano le affidavano per un poco a cavalieri notabili che stavano vicino a loro, tuttavia quando arrivavano le vivande o arrivava il re, loro prendevano le torce. Gli altri cavalieri che videro ciò avevano individua, non dell’onore che questi ottenevano, ma di averne altro tale. Alla fine del pranzo, il re non dimenticando la grazia della sua singolare magnificenza, diede loro preziosi doni e grandi terre in cui vivessero, affinché da qui in avanti dove andassero non fossero chiamati cavalieri poveri. Tutti mormoravano della grande singolarità che il re aveva fatto in onorare questi cavalieri, la qual cosa quando il re la sentì, appellati tutti quelli che potessero venire in un luogo, gli disse: “Io non onoro i miei cavalieri per le loro persone, ma onoro la cavalleria che è in loro, la quale nei corpi di quelli tanto valorosamente è mostrata, e questo stesso onore e molto maggiore farò quando nei corpi di alcuno di voi si vorrà mostrare”. Tutti lodarono il re per la sua magnificenza e ritennero che finché egli fosse vissuto la cavalleria sarebbe stata sostenuta, e che con la sua morte la cavalleria sarebbe venuta meno.

  • Joan Maragall, Elogi de la poesia

    Joan Maragall, Elogi de la poesia

    ELOGI DE LA POESIA 



    Poesia es l’art de la paraula, entenent per Art la bellesa passada a travers de l’home, i per Bellesa la revelació de la essencia per la forma. Forma vull dir la emprenta que en la materia de les coses ha deixat el ritme creador. Perquè, consistint la creació en l’esforç diví a travers del caos, en la essencia de l’esforç està’l ritme, o sia alternació d’acció i repòs. Aixís el trobèm en el moure-s les onades en la mar, i en el petrificat oneig de les montanyes; en la disposició de les branques en el tronc, i en l’obrir-se de les fulles; en els crestalls de les pedres precioses i’ls membres de tot còs animal; en l’udol del vent i’l de les besties, i en el plor de l’home.



    PRIMERA PART 

    I
    Jo m’afiguro que Déu, principi i fi de totes les coses, va revelant-se a sí meteix per elles, creant-les amb esforç a travers del caos, que’s resisteix a la creació (aquest es el misteri del mal lligat al de la creació meteixa).
    En aquest esforç creador per la revelació, l’home representa tot l’estat de conciencia divina que la terra ha arribat a lograr-hi: es la Natura sentint-se de son retorn a Déu Pare.
    Digué Jesús: «He sortit del Pare i he vingut al món; are deixo’l món i torno al Pare.» En aquestes paraules trobo jo tot el cicle de la vida, o sia, Déu cercant-se a si meteix amb amor i dolor a travers del món, desde l’esforç per naixer l’herbeta més humil fins al misteri sublim de la Redempció per la Passió i Mort.
    Per això veig en l’amor i’l dolor la llei de la vida. Veièu còm l’amor es un desitj de confusió, per instint d’unitat i eternitat. Perquè provenint les coses diverses de la unitat divina, confusament se’n recorden i tiren a restablir-s’hi, i aixís van cercant-se unes amb altres; i segons les misterioses afinitats de llur natura, pugnen per confondre-s i identificar-se. lla vida universal es aquesta busca i aquest esforç, i per això es tota moviment i acció. Es L’amor che muove il sole e l’altre stelle, i que’s manifesta acostant-se les unes coses a les altres, abraçant-se i besant-se per comunicar- se’l llur halè de vida, i procurant fer-se unes en tot lo que consent la llur naturalesa terrenal; i’l grau major que aquesta comporta d’unitat i eternitat es la generació (Plató ho diu) per la qual dos éssers diversos se fan un en el nou indivíduu generat, i en ell perllonguen la llur existencia, trasmetent-li el llur anhel meteix, que aixís se va perpetuant de generació en generació, logrant-se a travers d’elles una espècie d’eternitat terrenal.
    Aixís, l’amor sexual que procura la imatge més semblant d’unitat i eternitat, es l’amor tipo en la terra; i quan se diu solament amor, s’entén aquest, i tots els demés se li assemblen, i en sos transports cerquen la comparació i troben la expressió de llurs pròpies ansies. Aixís veièm que fins el suprem amor dels místics expressa’ls seus deliquis de la unió de l’ànima amb Déu en el meteix llenguatje dels enamorats, i sembla sentir la meteixa ardencia; perquè aquell amor es segurament el més propi i proporcionat a tot lo que té vida terrenal, estant en son fonament meteix, juntament amb el dolor.
    Aquest es l’estigma del caos en l’esforç creador, i amb l’amor constitueix el ressort de la vida. L’esforç ve de l’amor, i’l dolor ve de l’esforç: l’amor s’esforça i se’n dol. Aixís pel dolor l’amor sab el seu fi i se purifica, i per l’amor el dolor té sa eficacia. El dolor sense amor torna al caos i aniquila; l’amor sense’l dolor sols podria perpetuar la impuresa de la terra, perquè ja no fóra l’esforç de Déu creant en ella; es dir, ja no fora amor, sinó concupiscencia d’ella meteixa.
    Diu Jesús als seus deixebles: «La dòna, quan comença a sentir els dolors del part està trista, perquè coneix que ve la seva hora; mes quan ha parit, ja no’s recorda del seu dolor, per la alegria d’haver posat un home al món.» Heusaquí la més perfecta imatge del dolor eficaç perquè es vençut per l’amor. I d’aquí ve una misteriosa bellesa que haurèu observat en el rostre de tota dòna en camí d’ésser mare, com si suaument transparentés la llum de l’amor que crea a travers del sofriment i de la seva deformitat.


    II
    Heusaquí, doncs, la tragedia humana: ésser terra en el suprèm grau de penetració del panteig de Déu dintre d’ella. Tot ve de Déu, i tot ha de tornar a Déu per esforç; i per aixó jo, home, sóc en la terra, resumint-la desde la aparent insensibilitat del seu fang fins a la conscient sensibilitat d’aquesta meva persona que d’ell fou feta.
    Aixís sento, ans que tot, aquest instint de viure en aquesta persona meva i d’apoderar-me per tal fí de quant me convinga. I desseguida, pressentint la seva disgregació per la mort personal terrena, acut a mí l’amor, també instintiu de moment, per perpetuar la meva especie, i amb ella la ascensió infinita de la terra a Déu. Fratelli a un tempo stesso amore e morte,— ingeneró la sorte.
    Mes aquests instints fonamentals que reconec també en tots els altres graus inferiors d’animació de la Natura, se proporcionen en mí al meu grau en ella, a la meva dignitat humana. El meu egoisme esdevé intel-ligent; el meu amor, sentimental; sóc home per damunt de la naturalesa inferior, home entre’ls meus semblants i m’apodero destrament d’ella per lo que’m cal (sóc treballador), i ajudo als meus semblants i me’n ajudo pel fí espiritual que’ns es comú (sóc social). Tinc dòna meva a la que estimo no merament com mascle, sino com home generador d’homes; i fills que han de continuar la meva persona en la ascensió humana. Sóc espòs, i pare, i ciutadà.
    I junta amb tota aquesta acció meva exterior envers la natura, envers la espècie i la societat, hi ha una acció interior, un reflecte diví de totes aquestes coses dintre meu, una conciencia: les contemplo i’m contemplo, i sento que Déu se mou en la meva ànima.

    III
    Aquí m’estic tot sol a vora’l mar. Sóc la natura sentint-se a sí meteixa. Veig les onades venir i desfer-se en la platja assoleiada. L’interminable moviment de llur immensitat brillanta m’ullprèn, i’l ritme del rompre en la platja va gronxant-me el sentit, mentres la marinada m’acaricia el front i’m dû les bones sentors del mar. Tinc un benestar molt gran, pero pacífic: no penso res, es un èxtasis.
    De cop, Déu se’m mou en l’ànima, i començo a pensar en la meravella de que tot això hagi sigut creat; i’l sentiment d’un Creador m’inonda: el cor me bat més vivament, s’alcen mos ulls al cel, i’l germe de la oració brolla de l’ànima. Es el moment rel-ligiós.
    I desseguida’m poso a pensar el per què tot això ha sigut creat, i jo meteix, i lo que hi represento. S’abaixen mos ulls i mitj s’acluquen, arrugo les celles que s’ajunten amb esforç, el meu pensament pugna per produhir la fòrmula ideal de Déu, de l’home i de la natura. Es el moment filosòfic.
    Mes aquest esforç meteix me porta a considerar el còm tot això s’ha fet, la llei que regeix els moviments de la mar, la llei de la llum del sol, i la llei de tots els astres, i la llei dels meus sentits que ho percebeixen, i la del treball meteix del meu pensament al contemplar-ho: es una gran curiositat de Déu i del món, del meu còs i de la meva ànima, que m’atormenta: es la ciencia pura que cerca en mí definicions, classificacions, descomposició de termes, anàlisis…
    …Pro vetaquí que compareixen a la platja uns pescadors, i treuen la barca al mar: el mar la breça, s’alça la vela i s’infla al vent, i s’emporta la barca i la gent mar endintre. Això m’ha distret de la cavil-lació, perquè ha començat a interessar-me el còm la barca està feta perquè suri, i la força del vent en la vela, i l’art del timoner. La indústria de l’home, les aplicacions a ella de la ciència, m’ocupen llavors l’enteniment.
    I mentres-tant la barca s’allunya per sobre’l mar amb els seus homes, i ja són ells, els pobres pescadors, i la llur vida exposada, i la ganancia atzarosa, les dònes i’ls fills que resten en la terra esperant el pà de l’endemà, els perills del mar, els que inquieten el meu cor. Aquells homes me son germans: els tinc pietat, amor; els vull bé. Es el moment moral.
    La barca es sols un punt en l’horitzó: ja no la veig. M’aixeco i me’n vaig meditant en la sort diferenta dels homes, i en llurs drets, i en còm els cal el pà del còs i’l de l’esperit, i en còm regir les societats en justicia.


    IV
    Mes entre tots aquests moments de contemplació, n’hi hagué potser un altre en que’l mar, la terra, el cel, els homes, m’han interessat solament per la forma llur: el cel per lo gran i blau i clar, el mar pel soroll i moviment i lluhentor, els homes per la positura, la barca com un breç entre les dues immensitats, i fins de mí meteix m’han interessat les figuracions del meu sentiment evocades per les que al davant tenia. I també Déu s’ha mogut en mí no més que per aquestes coses. Heusaquí la emoció estètica que ha trascendit, no a oració, ni a reflexió, ni a curiositat, ni a industria, ni a pietat; sinó tan solament a un afany d’expressiósens altre interès que la expressió en sí. Heusaquí la emoció artística. I naixent d’ella, l’art, la bellesa passada a travers de l’home, humanada: la expressió humanada de la forma natural.
    I com que la forma natural no es sinó la manifestació de l’esforç diví de la creació, i en la naturalesa de l’esforç està l’ésser rítmic, per això la forma artística no pot ésser sinó’l ritme humà desvetllat pel natural, del qual procedeix, i movent-se en afinitat amb ell; perquè l’home no es mes que un grau de la naturalesa meteixa cap a Déu. Aixís veièu còm la emoció estètica i la seva expressió artística són rítmiques essencialment: un ritme de línies, de colors, de sons purs, de sons d’idees, de paraules.
    L’art es, doncs, la bellesa transhumanada, tornada a Déu de més aprop, per la humana expressió del ritme revelat de la forma natural. Heusaquí la virtut redemptora de l’art: que mentres considerèm la materia de les coses sense aquella llum reveladora de la llur forma, del ritme, ens deixa indiferents o’ns commouen baixos interessos o passions enterbolidores; mes quan les sentim artísticament, com que llavores les sentim dintre del ritme universal revelador de l’esforç diví, del llur principi i fi divins, ens resten pures, sagrades, redimides en nosaltres, i per nosaltres als demés, de tot temor o baix apetit. Comparèu la vostra emoció davant de la Danae del Tiziano, amb la que hauríeu davant la dòna nua, sense la llum artística; l’horrible fet del comte Ugolino, amb els versos del Dante que’l diuen; les tempestats de la vida i l’angunia humana, amb una sinfonia de Beethoven.
    Això’ns dóna a entendre còm l’art, per tenir tota aquesta virtut redemptora que li es propia, calque’ns sia directament vingut del seu origen diví, que se’ns mantingui pur en la emoció, i que la expressió ne sia absolutament sincera. Aixís, la contemplació de la forma natural, que es son origen, ha d’ésser un estat espontani del nostre esperit, perquè aquesta espontaneitat serà la senyal de la voluntat divina en son esforç creador, i serà també mesura de la proporció d’ella amb la nostra capacitat i’l nostre moment. La puresa de la emoció es la condició de sa major intensitat, perquè aixís aprofita per sí sola tota la força de l’esperit. La sinceritat de la expressió cal perquè el seu ritme sia, transhumanat, el meteix amb que la forma natural primitiva’ns ha revelat l’esforç creador de Déu.

    V
    I are aquestes veritats que’m sembla haver trobat pera tot l’Art, deixèu-me-les entrar en la meva tenda de poesia, de l’art de la paraula, per considerar-les més d’aprop i poder-les assentar en el fonament de la propia experiencia.
    Començant per la espontaneitat de la contemplació, trobarèm que’l poeta mai pot dir-se:—Are—o demà— me’n vaig a contemplar la mar o la montanya per dirles poèticament;—perquè en la màgia de les afinitats entre la Natura i l’Home, l’únic conjur eficaç per l’encís creador, es l’encís meteix; i fòra d’ell, tota voluntat es vana. En aquesta mena d’activitat, la voluntat, en altres tan poderosa, no pot crear sinó fantasmes d’expressió, mai expressions vives; perquè la virtut de vida sols pot venir de la vida meteixa produhida en el misteriós esforç diví de la Creació. Hem d’apendre a ésser pacients davant de la realitat: que ja vindrà’l moment—potser molt llunyà, potser molt diferent del de la presencia material de la forma viva— en que, si aquesta fou de bon ésser, ens sentirèm possehits pel verb del moment aquell. Hi ha una extremitut interior, un calfret que no enganya: una veu impensada que diu:—Are!—La emoció volguda ve llavores tota sola.
    Mes no us hi abandonèu si no la sentiu ben purament artística; i ho coneixerèu pel desinterès que us porti de tota altra cosa que no sia la forma. Perquè si al veure sortir al mar la barca de que us he parlat amb els pescadors, en el meu sentiment de la escena s’hi barreja’l de la meva pietat, o qui sab si’l de la meva enveja, o un altre interès qualsevulla per la sort d’aquells homes, la meva emoció no serà purament estètica, la revelació del ritme me’n serà perturbada; i si consegüentment altornarse’m la emoció expressiva se’m posa al cap que les meves paraules moguin a qui les senti a pietat o a justicia envers la gent de mar, be podrà alabar-se la noblesa del meu sentiment o la rectitut de la meva intenció, i mes paraules tindràn segurament un calor i una eficacia molt humanes; mes noblesa, justicia, calor i eficacia seran tot altra cosa que poètiques.
    I no’m vinguessiu are amb que per això sento l’art com una cosa freda, frèvola i inhumana; perquè us hauria de dir que l’art i la poesia duhen en sí llur noblesa, justícia, pietat, calor i eficacia humanes, que valen per sí soles tot lo que aquests noms puguin valer en altra qualsevulla esfera. Que la pura música d’un Beethoven, un vers del Dante, pura expressió d’un geste humà, són coses definitives en sí meteixes que contenen tota sabiduria, amor i dretura sense haver-se de recordar per res de la sabiduria d’un Aristòtil, de l’amor de Sant Francesc, ni de la dretura de Catón; perquè aixís com l’esplendor de la expressió d’aquests prové justament de sa puresa científica o moral sense altra preocupació d’eloqüencia, aixís meteix la veritat i la moralitat d’aquells consisteix en sa puresa formal i expressiva. Perquè tot està en tot, amb la condició de que en cada cosa estigui bé en sa manera. Cada estat humà en sa plenitut se basta a sí meteix: tots són camins de Déu que’ns calen encare en la complexitat de la imperfecció nostra; prò en avent-ne agafat un de ben dret, deixar-lo per un altre es fer marrada: que la major eficacia de les coses està en la puresa de la llur naturalesa respectiva. Parèu ment, doncs, en la puresa de la vostra emoció artística.
    Llavores, poetes, se us tornarà expressiva per sí meteixa en paraules rítmiques; i aquí ha d’acudir la vostra sinceritat. La sinceritat del poeta ha de consistir, ans que tot, en saber esperar la aparició d’aquestes
    paraules, i després en dir-les tals com elles li han esclatat. La acció de la voluntat i la de l’enteniment són molt importants en la obra poètica, prò en un sentit negatiu: la de la voluntat ha d’ésser reprimir el desitj prematur de parlar; la de l’enteniment conèixer les paraules vives entre la volior de les que la pruïja de parlar hagi evocat impurament en vosaltres. Perquè hi ha tres graus de sinceritat en el parlar: el primer es dir lo que’s pensa per voluntat de dir-ho; el segon es dir-ho per una necessitat d’expressió forta, prò no prou encare pera determinar per sí sola la expressió meteixa: aquest es el principi del veritable estat expressiu que enganya a molts, fent-los precipitar a la cerca de paraules i produhint l’abort poètic; el tercer grau, que es el de la veritable sinceritat poètica, consisteix en aquell diví barbosseig brollat a travers del poeta amb aquell meteix ritme originari que ell sentí en la forma que l’encisà reveladora, que’l penetrà i’s feu d’ell en la puresa de la seva emoció, i que rompé enfora de ses entranyes apareixent a l’últim en paraula viva ja feta home, feta poesia, feta Déu en la mida del poeta i del seu moment.
    Ja ho veièu quina delicia i quín sagrat torment es el de la poesia: ja ho veièu lo que donèm quan donèm una poesia pura; i també quín engany quan en compte d’ella donèm una buida remor de pruïja rítmica, un abort de la emoció, o una estèril excitació voluntaria amb la sacrílega disfressa de poesia d’uns versos ben composats. Ja ho veièu si’n podèm fer de bé i de mal amb això del vers, que sembla un frèvol joc, i ho es de vida o mort per l’esperit.


    SEGONA PART 

    VI
    Tot lo que he dit es del poeta i de la poesia ideals. He parlat de l’or pur per reconeixe-l be entre la terra hont l’hem de cercar. No hi ha pedreres d’or pur en la terra, sinó mines amb betes d’or, filons, o be or en pols, o en petites glebes, sempre entre impureses, i havent-lo d’arrencar amb pena, i després treballar-lo amb barrejes d’altres metalls i altres còssos que li donen nova consistencia.
    Doncs aixís meteix la poesia en els homes i en les obres llurs: hi ha homes que’n són mina molt rica; hi ha obres treballades amb molt d’ella; però’l poeta pur, la obra maciça de poesia sols existeixen en aquell ideal que hem de tenir sempre davant dels ulls per anàr-nos-hi acostant, acostant sempre. Es la llei de la complexitat del caos que tira a la unitat de Déu a travers de la creació.
    Aixís la poesia sol brollar entre propòsits de rahó (que es lo més oposat a la seva naturalesa intuitiva), o per pruïja d’un ritme extern sense ànima (que es lo més perillós per lo que s’assembla exteriorment a la inspiració poètica, essent-li lo més enemic; perquè, amb una tal facilitat, manca a les paraules la pressió que’ls cal pera florir plenes de sentit, i brollen abundantes tant sonores com buides); o per un interès humà agè a la forma, que’ns mou a parlar amb un cert calor d’eloqüencia que molts confonen amb la emoció poètica, prò que, com que no ve de la forma reveladora, no porta el ritme de l’esforç creador ni pot donar per tant bellesa pura; i també quan a voltes, havent lograt un moment de veritable poesia, volèm extendrel al arrodoniment del concepte que ella ‘ns ha sugerit sense acabar-lo, i nosaltres l’acabèm amb paraules fredes de rahó, mortes ja per la bellesa.
    Entre aquestes i altres impureses, sol brollar la poesia, la flor verbal, gaire be sempre accidentalment i en la mesura de riquesa poètica de l’ home que la cerca a travers del propòsit, de la pruïja, de la eloqüencia altrament interessada: estimulada, es cert, devegades per la activitat espiritual que aquests estats promouen en el poeta, prò sempre com una cosa diferent d’ells meteixos, impensada entre’ls pensaments, casual entre’ls propòsits, sobtada aparició d’una forma viva entre les fantasmes verbals d’un altra esfera, pura entre impureses.
    I d’aquestes impureses vénen els nomenats gèneros de poesia; perquè ella en sí es una sola. L’epopeia, ‘l drama, la oda, la sàtira i tantes altres menes d’obres de lo que se’n diu literatura, són la màquina, són la terra i la pols, són la ocasió, el lloc de naixença de la Poesia que es una en totes elles, la Paraula, entre mil paraules, la flor entre fulles, el ritme entre idees.
    Doncs, què farèm? Condemnarèm el propòsit, el càlcul, la preparació, la pauta, ‘l concepte, i s’alçaràn davant nostre la Eneida de Virgili, la Commedia del Dante; rebutjarèm l’artifici o la pruïja del vers, i se’ns presentarèm els trovadors cortesans amb aquell talent de trobar que’ls prenia; apartarèm l’interès oratori per ideals abstractes i ‘ns apareixeran Schiller i tants romàntics cantant la Llibertat i abstraccions altres. Negarèm com a poetes a tots aquests que’n foren tant? No. Pro no’m rendeixo, tinguèu-ho per ben entès. Ni Virgili ni Dante, ni’ls trovadors, ni’ls místics, ni’ls romàntics, valen pel gran aparador de les obres llurs, ni pel talent de trobar, ni pel calor dels llurs ideals, ni pel savi artifici; sinó per l’or, sols per l’or de poesia dispers en l’envolúm de llurs obres, per cada instant d’emoció poètica que’ls prengué entre mil instants; pel llampegar de la paraula viva dins la nuvolada de les llurs abstraccions; perquè foren poetes malgrat les màquines que’s muntaren en la testa, i un raig de la llum de poesia que dins tenien penetrà de tant en tant a travers de la obra morta.

    VII
    Sia-ns el Dante i la Divina Commedia el gran exemple; perquè allí hi ha de tot. La invenció de l’ assumpte es ben abstracta, encare que la abstracció fou vivificada pel record d’aquella Beatriu tant ausent i tant present. El plan es un mer concepte filosòfic, teològic. Prò a omplir-lo s’hi llença tot l’home, guiat pel seu gran amor, això sí, prò també amb totes les seves altres passions rel-ligioses, polítiques, científiques, i ‘ls seus odis i amistats personals, i ses ires de bàndols, ses indagacions de moralista, sos mecanismes racionals d’estudiant, sos dolors de bandejat, ses fantasies, ses debilitats, tota la seva vida pública i la més íntima: allà va tot, a la fósa, allà va tot l’home. Prò com que aquest home era un gran poeta, heusaquí que hi va molt d’or, or sobre tot: i en el grandiós macís de tants metalls diferents i de tantes impureses, hi serpeja espessíssim l’or; tant, que us enlluerna i us sembla un sol bloc d’or pur.
    Diu un comentador de la Divina Commedia que’l Dante’s proposà fer-ne un poema didàctic i li resultà una epopeia. I es això, lo impensat, la llei de la poesia. Ben segur que quan Dante’s ficà a l’Infern amb sos odis de gibelí, poc pensà en trobar-s’hi amb dos aimants. I heusaquí que de sobte, un surt, i se li posen al davant aquells dos… che per l’aer vanno e che paion si al vento ésser leggeri, i l’epissodi viu tan palpitant de poesia.
    Té això el Dante—i per això es el major exemple de poeta—que volgué fer el poema de més fòra d’ aquest món que s’hagi mai imaginat pel seu assumpte, i li reeixí el poema més de llum terrena, més de gests humans, més de carn i sang i veus i aromes corporals que mai s’hagi fet. Voldrà iniciar el símbol del Purgatori, el pas teològic del Purgatori al Paradís, i tot se li tornarà imatje de montanyes, de rius, de camins, de llums i ombres; i quan arribarà a dalt de la montanya de cim teològic, per la intenció d’ell, se li apareixerà sense voler-ho aquella vista que tinguè un dia a dalt de les montanyes d’aquest món desde hont se veu el mar tremolar al lluny: Connobbi il tremolar della marina.

    Símbol, concepte, abstraccions, adéu-siau! Sortí ‘l poeta, l’or del poeta, la forma viva, la senzilla visió popular. Aquests són el fils d’or tan espessos que dauren tot el poema.
    Mirèu totes aquelles subtilitats escolàstiques que emboiren el Paradís còm són vivament acolorides pel reflecte de la entrada tota lluminosa: La glòria di Colui che tutto muove Per l’Universo penetra e risplende In una parte più e meno altrove.

    Això que podria molt ben ésser un sec aforisme escolàstic, es, dit pel Dante, forma que palpita, ritme de vida, poesia.
    I fins de les seves derivacions més extra-poètiques per la intenció envers la política, troços de mera eloqüencia, se’n alça amb poètica volada perquè tot ho veu a travers de la forma: Ahi! serva Itàlia di dolore ostello, Nave senza nochier in gran tempesta, Non donna di provincie, ma bordello!

    I aixís li va brollant el poema tot en imatje, en gest, en forma de vida, amb alts i baixos, naturalment, segons la inspiració de cada instant. Fou el seu món i el seu temps els que donaren vida an aquell ultra-món i aquell ultra-temps que ell volgué significar. Volgué fer el poema didàctic, però, com que era un gran poeta, li reeixí la epopeia viva.
    Perquè, diguèu-me, aquella teologia, i aquella filosofia , i aquella política, i aquella Itàlia i tot el sentit oculte i tota la trascendencia moral que en la intenció del Dante foren potser lo principal de la seva obra i’l seu tema, i’l seu orgull, hont queden ni què signifiquen per nosaltres? Aquell envolúm sistemàtic i treballat pel pensament del seu sigle podràn ésser tal vegada objecte mort de la atenció i l’estudi de l’historiador i del filosop del nostre i altres temps que ho contemplaràn amb trista curiositat com reliquia respectable de l’esforç de tota una època; prò en el seu fons ja sense virtut actual, com cosa passatjera. Mes d’ai tal obra, què n’es lo immortal, què n’es lo sempre fort i veritable, què n’es lo viu i lo actiu avui i sempre més? quína es la gloria del Dante i sa grandesa, i per què col-locat entre’ls genis de la humanitat allà dalt amb Homero, i Shakespeare i Beethoven, sinó per aquelles imatges vives d’homes, per aquelles gesticulacions i aquells crits de passió,per aquelles visions de llum i ombres en el mar i en els camps i les montanyes, per aquelles paraules immortals que accidentalment brollaren al calor de la seva activitat de poeta, i que per ell foren quí sab si solament el medi, la manera ocasional de dir, l’episodi llençat al atzar del seu discurs? Què’n restaria de la Divina Commedia sinó fossen aquells llacs de flames i’ls torbs de la fumera, i l’amor de Pau i Francisca, i la tragedia d’Ugolino— poscia piú che il dolor poté il digiuno!— i la fugitiva aparició d’un amic mort, i’l sublim girà els ulls de la Beatriu amb ses sorrise parolette brevi, i’l sò de la campana che paia al giorno pianger che si more, i tantes formes, innumerables, reveladores del ritme universal, tants fils d’or de poesia que fan brillar tant lluny l’enorme macís ubac per sí, i que sens ells ja fóra enterrat i oblidat en la pols dels sigles?
    Ah! si’l Dante pot viure en l’esperit de les edats, i avui i demà i sempre dins del sentit dels lectors de la seva obra immortal, còm dèu mitj-riure de aquells sistemes i plans i fins que’l conduhiren; i còm dèu trobar-se etern en sos moments tan sols de poeta pur, espontani, ignoscent com el pastoret que en un moment de la seva inspiració de pastoret posa noms senzills a ses ovelles pel color del velló de cada una o pel pur ressò del bel!…

    VIII
    I no us pensèu que amb això vulga dir que la condició del poeta hagi d’ésser la incultura, i la seva excel-lencia, ignorancia i grolleria; perquè jo’l voldria’l més savi i més subtil fill de la terra, amb tal de que en el moment de poesia sabés oblidar tota altra cosa abandonant-se a la revelació de la forma, a la emoció pura, a la expressió sincera i ignoscenta; que ja podèu estar ben segurs de que la seva ignoscencia no seria pas la meteixa del pastor de remats; perquè sempre contindrà tot lo que hi hagi en ell, però d’una certa manera; serà una superior ignoscencia que, actuant en la emoció divina de la forma pura, ne donarà una expressió més alta tot essent tan natural i impensada com la del rústec.
    Lo que es, que tot home en sos moments més forts de vida ha d’ésser tot lo contrari del ferro: que aixís com el ferro es treballat en calent i després ell treballa en fret, el poeta (i no solament el poeta tal vegada) ha de treballar-se en fret i actuar en calent: llavores en la fósa tot hi entra poèticament sense que ell hagi d’adonar-se’n, perquè si se’n adona massa, corre perill de refredar i frustrar la efusió divina del ritme en la forma.
    Què os pensèu que es lo que en la Divina Comèdia, salva molt de lo que fóra tot malmès per la fredor d’intencions extra-poètiques? Doncs es l’ardor d’una forma sempre present i sobirana en el pensament del poeta: es l’amor del Dante per la Beatriu.
    La Divina Comedia fou el palau que’l Dante alçà per hostatjar-hi el gran amor de tota la seva vida; i Beatriu hi està present d’un modo o altre en totes les cambres. Aixís la presencia constant d’aquell amor en l’ànima del Dante, fa que’ls ulls i la veu del poeta mai s’esgarrihin del tot; que la presencia constant d’aquella forma sublim comuniqui a totes aquelles paraules, diguin lo que diguin, quelcòm de la emoció formal reveladora, de la vibració transhumanada del ritme diví que hi ha en ella. Aixís l’amor che move il sole e l’altre stelle fa de la Divina Comedia una obra essencialment poètica.
    I aquesta trascendencia de l’amor a la poesia (com a tot altre art) es molt sovintejada. Perquè’l mòvil immediat de l’amor es el meteix que’l de l’art: la forma. Cert que l’aimant aima moltes coses en la aimada; però totes, si be’s mira, al travers de la forma d’ella; com l’artista a Déu al travers de tota forma. I el fi últim de l’un i de l’altre es també’l meteix: la perpetuació de la forma, el fer-la immortal, encare que cada un a sa manera. Aixís, doncs, l’amor que obliga a tenir els ulls sempre fits en la forma amada, disposa a l’art i a la poesia; i l’artista i’l poeta, que la vocació de la seva vida es la forma, solen ésser molt enamoradissos; però aixís com l’amor de l’enamorat que no té altre dó, se resol en el desitj de perpetuar la materialitat de la forma amada per la generació, perquè no pot fer-ne altra cosa, la vocació de l’artista’s resol principalment en perpetuar l’esperit de la forma que es la revelació del ritme per medi de la seva expressió humana. Aixís l’amor es una mena d’art cego, i l’art es un amor lluminós: l’un i l’altre creen; però cadascú a sa manera. El fill del Dante i la Beatriu es la Divina Comedia.

    IX
    Fins aquí he mostrat (davant d’aquella poesia ideal de que primer he parlat), còm se solia generar humanament la poesia per contemplació i emoció tant complexes i imperfectes. I are diré de la poesia, ja generada, de la expressió que propiament es, per sí sola, la poesia.
    En ella no hi cap distinció de fondo i forma: poesia no es més que la forma, el vers; no està en lo que’s diu, sinó en còm se diu: en ella no precedeix la idea a la paraula, sinó que aquesta porta la idea; el concepte ve pel ritme: aquesta es la senyal i’l misteri de la poesia, i aixís se realisa en ella la revelació del ésser per la forma.
    Molts ens han donat el concepte de la eternitat de les penes de l’infern fòra de poesia; mes sols el Dante vegé en la entrada aquelles paraules: Lasciate ogni speranza voi che entrate; i aixís ens revela poèticament l’infern, pel ritme que li dugué aquestes paraules, per la forma. El concepte abstracte ja’l teniem, el Dante no’ns diu res de nou: els poetes no solen dir res de nou, mes llurs idees brillen amb la llum de la forma amb que vénen, i això es lo nou llavores, la llum de la paraula que viu en el ritme universal.
    Per això he dit que les paraules, per ésser vives, s’havien de presentar ja rítmiques de sí, es dir, vivint el ritme universal en la emoció del poeta davant de la forma reveladora.
    Mes aixís com hem mostrat quant enterbolides eren en la actual realitat humana la contemplació i la emoció generadores de la poesia, aixís meteix hem de veure a què hi ve a parar aquella ideal sinceritat de la expressió; i hem de confessar que, en la nostra realitat poètica, el vers es generalment d’imitació, i tota la nostra mètrica una tradició que va canviant molt lentament per petites invencions que hi van restant, i petits desafegiments que van esborrant-se en l’oblit. La nostra inspiració treballa en motllos vells apedassats, i les paraules ardents en fusió de poesía s’escorren de sí meteixes pels canals seculars que troben oberts al davant d’elles. Nosaltres portèm a dintre una tonada antiga, i an aquesta tonada se’ns hi acompassa tota cançó nova: som com els nois d’estudi que s’encomanen la cantarella de la lliçó.
    Per predicar en nom de la sinceritat poètica una resolta rebel-lió, i rompre d’una vegada els motllos tradicionals, emancipant-se de l’instint d’imitació i proclamant la anarquia mètrica i la improvisació absoluta del ritme en cada moment de la inspiració; o per predicar i proclamar, al contrari, la sumissió escrupulosa als ritmes tradicionals fent-hi entrar per força la vida de les paraules que la inspiració ens dongui lliures, caldria el poder de determinar si les variades formes de la mètrica usual són no més que una rutina, una convenció, una llei externa que per debilitat o peresa deixèm imposar al ritme intern de la paraula viva, o be si aquelles formes tradicionals són ja en si inspiracions comunes del ritme natural en el sentit poètic de l’home y, per tant, com unes lleis internes del cant poètic evolucionant amb el temps i segons el geni de cada llengua.
    Perquè tant perilla el fi divinal de la poesia si’l poeta s’abandona del tot a la rutina d’una mètrica ja feta, en que sia torturada i morta la expressió al ficarl’hi per força; com si deixa caure al atzar, en llum difosa per l’aire informe les paraules, sustraient-les al motllo fet d’un ritme secular, i frustrant potser la virtut misteriosa que aquest tinga.
    Si cada hú fos en cada moment de sa poesia aquell poeta ideal, aquell orgue perfecte de la paraula divina, cap perill podria haver-hi en aquesta furia de la inspiració, perquè de la seva boca’n brollaria transhumanat el ritme natural en sa puresa. Mes aquest poeta, hont es? Ai! que cada un no es més que un home!

    X
    Pro també res menys que un home; i n’hi ha prou amb ésser-ho per anar sempre un xic més enllà en el camí divinal de la puresa.
    Aixís, en el moment de la seva inspiració verbal, tindrà cadascú ans que tot present que res que puga dir-se en prosa ha de dirse en vers. El vers es un estat tèrmic—diguèm-ho aixís—del llenguatge; i mentres aquest estat no’s produheixi en el sentit intern del poeta, es cosa lletja i vana escarnir-lo de llavis enfòra. L’aigua, si es freda, no s’escalfa pas fent li aparentar el bull tot remenant-la; lo únic que’s logra amb això es enterbolir-la. Quan bull de debò se mou tota sola, i canta.
    Aixís meteix les paraules en el vers.
    Parlèm-les, doncs, tal com elles vinguen; i venint amb els metres tradicionals, admetèm les hi, ja que una tal aparició es una senyal que sols una vana soperbia podria menyspreuar. Deixèm-les que passin i repassin amb el va-i-ve de la inspiració per dintre del metre en que se’ns presenten, de modo que resti dintre d’aquell motllo tot lo que puga restar-hi sense detriment de vida… pro res més. Perquè si la paraula forta trenca’l motllo, val més que ella trenqui’l motllo que nosaltres les paraules: aixís es còm justament els motllos se van renovant amb el temps. Si hi ha expressions que per la vivor que porten salten per damunt de la canal, que saltin, més aviat que encongides perdin la gracia natural: aixís comencen a obrir-se les regueres de l’esdevenir. I que mai la clàssica cadencia s’emporti buides sonoritats, ni’l motllo s’ompli de paraules mortes quan les vives no bastin a omplir-la deixant el vers incorrecte. Perquè certament val més un vers correcte que incorrecte; prò encare val més una paraula viva en aquest que morta en aquell. Ja es prou que, per damunt d’aquestes o aquelles incorreccions de la paraula viva, que es la única poètica, regni abrigant-les somrienta amb son mantell hieràtic, pro folgat i volejant, la majestat misteriosa del ritme tradicional dominant, en el que tal vegada hi ressona el natural en una de les formes poètiques mares, i pel que sempre l’eco de les grans veus llunyanes ens infondrà respecte i moderació, deslliurant-nos de tota destructora superbia.

    TERCERA PART 

    XI
    Ja ho veièu a travers de quanta imperfecció i impuresa brolla la poesia humana lluitant, com tot en la creació, amb el misteri del caos. En compte d’aquella contemplació espontània que hem reconegut com primer element de la seva formació ideal, trobèm en les obres majors dels majors poetes el propòsit reflexiu, el plan calculat; en compte de la pura emoció estètica, hem vist còm la gestació poètica ha necessitat, per sostenir el seu calor, de tot altre calor humà: del relligiós, del patriòtic, del d’amor a la veritat abstracta, de passions socials de tota mena; i últimament, aquella paraula viva, que es propiament la poesia, brollant amb treballs entre una cantarella puerilment imitada e imperceptiblement variada de generació en generació. De quànta humilitat ens cal revestir la nostra dignitat d’ésser un camí de Déu… de quànta humilitat!
    Perquè al cap d’avall hem de reconeixerque, en art i en poesia, la escola de la imitació es la més segura i la més humana, ja que d’ella han sortit les majors obres: Virgili imitant a Homero, Dante fent de Virgili’l seu mestre, Luis de León traduhint a Horaci, el teatre neo-romàntic tornant a Shakespeare, Shakespeare refent drames o llegendes d’altri, han produhit les obres de poesia immortal tant o més fortament personals que no haurien sigut les de pura invenció de la llur fantasia.
    Sembla que en la bona imitació, el talent poètic, deslliurat de la orgullosa preocupació de la obra propia, de l’egoisme d’ésser autor únic, d’una superbia creadora massa desproporcionada amb la naturalesa humana, cobra en la humilitat imitadora una graciosa llibertat i confiança que’l deixa parlar amb inspiració més pura i mostrar-se, per tant, més poètic i personal que d’altra manera. Amb la condició, naturalment, de que la personalitat hi sia prou forta per assimilar-se lo que imita. Llavores el poeta es creador en la justa mesura d’home entre homes que’s van passant la divina antorxa, avivant-ne cada un amb el propi halè la flama.

    XII
    Bon exemple tenim d’això en la poesia popular, que per això meteix me sembla a mi la suprema escola.
    La poesia popular no es un gènero sinó un estat de la poesia: com el poble no es aquesta o aquella gent, sinó un estat col-lectiu de l’esperit humà en que tots ens trobèm un’hora o altra.
    Jo estic en que la essencia de la poesia popular consisteix, no en que el primer inventor d’una cançó, per exemple, siga aquest o aquell, ni en que la seva inspiració hagi sigut més alta o més baixa, més culta o més grollera, sinó en que la obra naixi per imitació d’altres semblantes, i després vagi passant per tradició, de memoria, de boca en boca; i que aixís, pels oblits soferts i les noves inspiracions que van suplint-los vagi adaptant-se a l’esperit comú del poble. Aixís cadascú hi posa quelcòm de la inspiració del moment en que la canta; i aquells moments de geni poètic que no hi ha home que no tinga, van aglutinant-se en la cançó i, pel contrari, va caient-ne en oblit lo que no es fort, lo que no es or de poesia, que va oblidant-se i variant fins que ve un d’aquells moments de gracia a omplir per sempre aquell lloc; i aixís, aglutinant-se l’or, hi ha cançó que amb sigles de corre pel poble arriba a ésser com una barra d’or pur.
    La essencia, doncs, i la excel-lencia de la poesia popular consistiria, d’aquest modo, en ésser imitada, i col-lectiva per successió individual. I la veritat es que quan se diu: el poble, en el mellor sentit, es això lo que’s vol dir: la suma dels moments individuals de gracia de la humilitat anònima (que lo meteix pot venir dels palaus que de les pedreres, del savi com del pastor) filtrada, pel temps, de trivialitats i grolleries.
    I notèu-ho còm dintre d’aquesta humilitat imitadora del poble se realisen mellor que enlloc aquells elements ideals que hem dit de la poesia. La espontaneitat, perquè’l poble no més canta, individualment, quan li surt de dintre; la puresa, perquè en tals moments no’l pertorben segons fins, no més breçar son oci o son treball amb el ritme creador; la sinceritat, perquè s’abandona ingènuament a la imitació, a la mera repetició, i lo que afegeix o varia li salta imprevist o amb gracia. De modo que’l poeta-poble es el que més s’acosta al moment ideal de la poesia, i suma els mellors de tants.
    Perquè no’ns fem tots poble, per la poesia? Perquè aquest dalè nostre d’immortalisar la pobresa i la impuresa de les nostres obres en fulles estampades que les tanquen per sempre més a tota penetració i embelliment?
    Ai! prou que ho sé!: es que allò es nostre, es la nostra obra, tota ella; es com el nostre fill, nostre i de ningú més. Oh! misteri de la vida individual, entre tants altres…!
    Doncs bé, sí; an aquesta unitat i sentit personal de la obra artística bé hi hem de respondre, ja que tan fortament ens solicita. Però salvem-la de la tara d’una vanitat excessiva posant-nos davant dels ulls aquesta veritat innegable: que la poesia d’imitació, la col-lectiva successiva, la popular anònima es la que més s’assembla a lo que ha d’ésser poesia: El ressò del ritme creador a travers de la terra en la paraula humana: un camí de Déu entre tants…

    Del teatre

    Aixís com hem dit que’l poble era un estat col-lectiu de l’esperit humà, aixís meteix dic are que la multitut o gent congregada amb un objecte (públic, turba, etzètera) es un estat del poble, i certament un estat inferior d’humanitat; i aixís com an aquell estat col-lectiu purament espiritual he dit que corresponia l’art popular més depurat, an aquest estat de congregació corpòria amb son baf de bestialitat i sos impulsos també de remat, correspòn un estat de l’art proporcionalment primitiu i rudimentari, animat per l’interès de la acció, que es també lo rudimentari de la vida (l’esforç en sí) i per tant lo més proporcionat al sentit confós de la massa. Aquest art primitiu que viu de la acció es el teatre.
    Me sembla molt errat considerar el teatre com un resum superior i cim ideal hont les arts se fonen sublimades. Jo crec que, molt al contrari, el teatre es l’art abans de les arts, nucli primitiu d’hont elles, elevant-se, comencen a divergir. Que aixís com de la acció, de l’esforç rudimentari, que es lo que més interessa a l’estat inferior humà de multitut, s’eleva l’esperit de l’home, individualisant-se, als refinaments sentimentals i a les serenitats ideals, aixís meteix de l’art encare caòtic del teatre se van aixecant, especificant i divergint les arts, per conquistar cada una, en sa llibertat, son propi regne en les altures.
    Contempleu, per exemple, el mar en calma. El mar es sempre un moviment, un principi d’acció, i per això la seva contemplació es més generalment interessant que la de la quietut de les montanyes; i encare les montanyes són com un record, com una immovilisada imatge d’un gran esforç que fou; i per això la llur vista es més generalment interessant que la d’una immensa planura. Prò’l mar ho es més que les montanyes perquè es un moviment present, actual, una lluita sempre pendent. Mes en el seu estat normal aquesta lluita, per la llei meteixa de la seva permanencia, no interessa encare fortament com acció, perquè li manca espectativa.
    Mes heusaquí que’l cel s’enfosqueix, el vent assota, el mar se remou, les onades s’ageganten i bramen furioses en la costa: es la tempestat. Davant d’ella l’interès s’aviva i’s generalisa, la expectació es solicitada per una acció més intensa; pro aquesta acció encare no es ben plena, perquè encare no es humana.
    Prò de cop se sent un crit:—Les barques!—Hèuseles allí en el confí del mar saltant damunt les ones, lluitant cap a la platja. Tot el poble hi ha acudit: altres barques s’amaneixen a socórre-les, amb cordes i vigues i taulons i suros; els homes corren atrafegats; les dònes ploren, s’exclamen alçant els braços al cel, amb els cabells i’ls vestits volejant al vent. Ai! pobres, pobres pescadors!
    Comença l’interès viu de la acció humana; no’l pur interès per la forma, que es lo artístic, sinó per la forma animada d’una acció externa. D’això demana representació’l sentit artístic inferior de la multitut, que no es prou fi per interessar-se de la forma pura; i d’aquesta demanda naix un art confós, complexe, que reclama molts elements; un art molt fàcil i molt difícil: fàcil en impresionar per la gran massa de vida, difícil en espiritualisar-ne tanta força: cal un art fort i groller, de brocha gorda. Al poeta, al músic, al pintor purs, els sobra emoció primitiva i’ls en manca d’artística, que hi es ofegada. A cada un per sí li manquen propis elements artístics; aquests van cercant-se confusament en llur rudiment comú, en la obscuritat de les regions inferiors, en llurs inferns; i allí naix el teatre, més prop del caos, com l’estat de vida que vol representar.
    Davant d’aquesta representació, el teló s’alça, i cal que la acció’s concreti més, que’s faci urgent. Una mare alça’l crit envers el mar: Fill meu!… una joveneta se li abraça plorant: el seu amor pel mariner es descobert als ulls de tots; mes aquesta noia era promesa a un altre que dolorosament se’n adona, i desitja que’l nàufrec no arrivi viu a la costa; prò’ls companys l’instan perquè ajudi al salvament: ell dubta, se desespera; la meteixa noia implora agenollada… què farà?…
    El públic en massa està atent a lo que passa; no demana refinaments al poeta, al músic, al pintor: vol que un artista més fort i primitiu, dominant-los a tots, moga infantilment les figures amb crits humans en mitj d’una escenografia toscament expressiva, en un ambent musical de grossa passió sorollosa; i se entrega a mercè del teatrista; mes el teatrista s’entrega també a mercè del públic: no a mercè de cada espectador ni del gust de cada hú en poesia, música o plàstica, sino del públic, de l’ànima de massa que preval en tots ells, de l’interès humà inferior de massa humana.
    O sinó feu la proba, descomposèu la massa, buideu el teatre deixant-hi no més un o dos espectadors, i representeu per ells sols la mellor obra teatral: l’interès caurà tot seguit, els actors meteixos sentirán el buid de la massa, perdràn el calor, se desconcertaràn, i la mellor obra restarà ficció grossera, freda, fins ridícula. Prò tornèu a omplir la sala de gent, i amb la reaparició del gros públic, el drama recobrarà tot son imperi, tornarà a ésser el regnat de la acció, l’art grosser i sublim del fet, el teatre.
    Aixís al poeta, al pintor, al músic, purs, sols els pot convenir descompondre’l drama, portant-se cadascú la part que més li convinga per refer-la i sublimar en sa especial inspiració. El poeta dirà, com mai el dramaturg, el secret amor de la donzella; el músic farà de la tempestat (del mar o del cor) un ritme més poderós per sí; el pintor donarà l’encis dels colors o’l moment expressiu de les figures: cada una d’aquestes arts arrencarà d’allí el seu salt envers l’altura; mes per alçar-se al cel hauràn de rompre les parets i’l sostre, hauràn de destruir el teatre; i llavores, el públic dispers, deslliurat cada espectador de son estat inferior de massa, recobrada la individualitat íntegra a soles, podrà alçar-se també amb l’artista pur al goig més espiritual de la lírica o la plàstica pures.
    Mes tant-meteix cal no oblidar que’l teatre, tot i rudimentari, es art, i com a tal, una representació, no una mera presentació de la vida. Perquè una corrida de toros, una lluita atlètica, son també accions humanes donades en espectacle, presentades; i l’interès del públic be hi es prou viu, massa directament viu, i perxò no es artístic; perquè no hi ha representació, i per tant, tals espectacles en sí, no son art.
    Tal fou l’error del teatre naturalista de últims del sigle xix. Agafèm un tros del natural, en el carrer, en el saló, en el camp—van dir aquells autors—i donèm-lo al públic fidelment en escenari, accessoris, figures i paraules. No’ls reeixí; perquè l’art, sia com sia, no es la natura meteixa, sinó la seva condensació a travers de l’home: l’interès del públic per la acció en el teatre, no es el meteix interès de la multitut per la acció en la plaça. Es el meteix i no ho es: es una transubstanciació. Un diàleg de saló, en el teatre, resultaria difòs, insignificant; pro ve’l dramaturg, el condensa, el cenyeix , el fà més curt i més fort, el dramatisa: i’l públic viu, en un minut, moltes hores del salò.
    I qui diu el diàleg diu els fets, la escena, els accessoris. El públic no vol massa exactitut; vol l’ànima de la exactitut en acció, i amb quelcòm deixat a la seva imaginació, com els infants quan juguen; perquè l’esforç d’ella’ls ajuda a penetrar en l’ànima de les coses. I com tot art, el teatre es en el fons un joc místic, i’l públic es un nen que s’hi encanta. Aixís es que en va els hi presentarèu una pluja d’aigua en les taules; serà en va, i més que en va, contraproduhent. No; en les taules no hi ha de ploure com a l’aire lliure. Donèu-nos-hi una obscuritat i una artificiosa remor, i sera per nosaltres el diluvi. I no’ns donèu tampoc l’aire lliure darrera el teló, sinó un aire pintat i il-luminat amb candeles, i’l respirarèm més pur que en les montanyes.
    «En el teatre tot es convencional» s’ha dit per irrisió; però es cert. El teatre es essencialment una convenció… artística representant una acció. Desde’l cel a l’infern, de les bambalines al fosso, donèu-nos lo que volguèu… però que tot sia acció. Actituts acadèmiques, molt bé!; bells versos (os seran agrahits, poetes, si no son massa); psicologia, moral, política, un xic de tot; que la música sia una forta expressió de l’ambent, i ajudarà molt… quan no destorbi la atenció per la acció; una bona escenografia d’una realitat… escenogràfica; fins arqueologia, si volèu… però que tot se torni acció. Desde la senzilla pantomima fins al drama musical, cal que en les taules passin coses, i que passin de certa manera.
    Acció humana, representació artística: compendi primari de vida i art per l’ànima primaria de les multituts: això es el teatre.

    De la dança

    I are totes aquestes coses que he dit—i també moltes altres que no he dit—se’m resumen en un recort que me les il-lumina amb una nova aurora.
    I es que’m recordo d’una vegada que vaig veure una dòna dançar amb una gracia tal, que semblava que ella fos la dança meteixa. Dançant semblava mou re-s en el seu element propi; i lo que en altres es moviment afectat i extravagant, en ella era més natural que l’estar-se quieta. Jo m’hi vaig encantar, mes no sabia explicar-me’l misteri d’aquell encantament que’m donava: i are veig que’l seu encís era diví, i que d’ell ve potser l’haver dit tot lo que he dit; perquè, no es en la dança tot el misteri de la vida generant tot l’art en pès?
    Mireu còm s’hi troba l’esforç amb amor i la acció rítmica. Aixís el teatre fóra la extensió primitiva de la dança, amb la música nascuda del ritme del moviment, i la poesia que sugereix per avivar-se amb la vida de les paraules, i tota la plàstica i’ls colors que’l moviment fa lluhir rítmicament; i fins les formes mares de la arquitectura jo no sé quína iniciació’m semblen rebre de les línies humanes en moviment de dança, com si en la figura humana hi hagués el proto-tipo i compendi de tota forma, i en el seu moviment la imatge de la vida universal.
    Sí; are’m sembla que’l primer impuls d’expansió artística del primer home degué ésser la dança; que en sa primera percepció de la bellesa del món (de Déu en la forma de les coses) sentí l’home agitar-se dins seu tot el misteri de la vida, i no podent contenir-lo immòvil—per sentir que la vida es moviment— volgué representar-lo humanament, humanisar-lo, fer-lo art, i alçà’l cap, obrí els braços, mogué’ls peus i tot el còs en la cadencia del ritme que sentia, i dançà i cantà en paraules la alegria d’aquella revelació primera: i fou la primera música i la primera poesia i la primera estatua i pintura, i’l naixement de tota forma artística. Mirèu còm fins la multitut se dignifica quan es sotmesa al ritme de la dança, i de caòtica torna grandiosament humana.
    Mes per què es en la dòna que la dança se’ns fa més expressiva i agradosa? Perquè en ella la bellesa està fondament lligada amb l’amor, el misteri de la forma amb el misteri de la creació. Per això la dòna es el major símbol de bellesa, perquè la seva forma, com cap altra, desperta en l’home’l sentit d’immortalitat. Perquè aixís com se troben homes poc sensibles a d’altres manifestacions de la bellesa, no se’n troben d’insensibles a la més forta solicitut d’ella, que es l’amor. Potser que en molts l’amor no sia gaire més que un instint, i que en altres sia vençut per un fort anhel espiritual; però que hi sien insensibles, essent ben homes, no podem ni solament imaginar-ho.
    I quants n’haurèu vist que mai s’havien adonat de la bellesa del món, tornar-s’hi sobtadament sensibles quan estàn enamorats: com si llavores totes les coses els fossin il-luminades amb la forta resplendor de la creació que l’amor llença.
    I a vosaltres meteixos, alguna vegada, algun rostre de dòna os haurà il-luminat tot un paisatge revelant-vos un nou sentit de les montanyes, dels boscos i dels rius que corren; i la claror dels seus ulls us haurà semblat la meteixa del cel del seu país, però viventa. I al contrari, jo sé un enamorat que quan anava a la terra de la aimada, no més de contemplar el color dels camps i l’aire i’l posat dels arbres, i de sentir la fragancia de la terra, se li representava la figura d’ella en tal manera que tot enternit començava a parlar-li com si ja la tingués al davant.
    Però encare es més freqüent en tots nosaltres que, si en la nostra joventut i en un moment de llum hem contemplat la formosura d’una terra, tot seguit una paraula d’amor haurà acudit al nostres llavis amb el desitj evocador d’una dòna en la que aquella bellesa de la terra s’encarnés, per nosaltres fer-la immortal podent estrènye-la tota en nostres braços.
    Per això ens es tant admirable aquell pregón sentit amb que’ls grecs poblaren la natura de fantasmes humanes; que en cada font hi veien una nimfa, i en cada bosc una divinitat protectora, i en tota força natural una forma humana: i la terra, la mar i l’aire eren animats amb les figures i les passions dels homes.
    Are ho veig que tot això no era vana fantasia sinó sentit profètic de que en el món tot va a parar a la naturalesa humana, i que l’afany d’immortalitat que dòna la bellesa no més l’amor el satisfà del tot.
    Aixís, doncs, la dóna dançant, es el compendi de la creació; perquè en ella se representa l’esforç diví amb el seu ritme, la forma reveladora del suprèm grau espiritual que la terra ha lograt humanisant-se, i l’amor que’l perpetua per dur-lo encare més enllà, i més enllà sempre…
    Aixís en la dança trobèm el principi i fi de totes les arts: desde la dança encare caòtica de les ones de la mar i de tota multitud primitiva, fins an aquella última i més pura que podèm imaginar i sentim glatir al bell fons dels amors nostres, de la Unica atraient encare l’Unic i emportant-se’l a fondre-s abdós en el cim de la Bellesa immortal…

    1909

  • Joaquim Rubió i Ors, Prologo a “Lo Gaiter del Llobregat”

    Joaquim Rubió i Ors, Prologo a “Lo Gaiter del Llobregat”

    La ardenta afició que té y ha tingut sempre á las cosas de sa patria; lo gust que li cabria de que sos compatricis coneguessen mes á fondo nostre antich, melodiós y abundant idioma, que desgraciadament se pert de dia en dia, apesar de ser com una taula de marbre ahont estan grabadas nostras glorias , perdentse la qual han de desapareixer per precisió los recorts de aquellas; y en fi lo desitg de despertar en los demés eix sentiment noble y digne de alabança , son las únicas causas que han mogut al autor de estas poesias á darlas á la llum pública, esperant que sos compatricis las judicarán no per lo que ellas son en sí, per son mérit artístich, sino que las consideraran com lo desahogo de un cor jove rodejat encara de totas las ilusions de la vida, y que ha volgut desfogarse deixant en lo paper lo que sentia, com la flor llansa al vent las olors que li sobran.

    Al publicarlas no pretent sino despertar algunas palpitacions en los cors dels verdaders catalans que se pendrán la molestia de llegirlas. Lo Gayté del Llobregat no aspira a cenyir la gorra de trobador ni á puntejar sa lira, puix coneix massa be que romperia sas cordas tant sols arribas á posar sa má pesada en ellas. Be está que pretengue conquistar una corona lo qui se creu ab forsas suficients pera guanyarla, puix la ambició de la gloria favoreix lo vol del geni: éll empero no desitja tant; axi que demana á los intel·ligents y homens de lletras als quals vingué entre mans esta obreta que no la xiulen, puix seria una crueltat pagar de est modo á qui no busca picaments de mans, y al que se presenta al certámen vestit de un modest mantell, y ab una gayta que callará tant prest se deixen sentir los preludis de una lira catalana.

    A molts los semblará una extravagancia, un ridícol anacronisme esta col-lecció de poesias llansadas al mitg de la agitació y febre en que está la societat de resultas de las terribles y espantosas sacudidas que ha sofert en estos últims anys, y tal vegada considerarán al que las ha compostas com un marí sensa cor ni pietat que, fugint de las borrascas, ha vingut á cantar sobre la roca de la platja mentres los seus germans batallaban ab las onadas y desapareixian en lo abisme: mes éll pensa de altra manera: ha vist que lo nom de Napoleon recordaba lo de Alexandre; los dels que guerreijaren per la independencia de nostra patria lo del Cid; los dels que moriren per la llibertat lo de Padilla; que lo passat pot influir en gran manera sobre lo present com aquest sobre lo que es á esdevenir, y ha cregut que seria molt convenient traurer sas glorias passadas á la memoria del poble que treballa y se afanya per sa gloria venidera, y que alguns recorts de lo que forem podrian contribuir no poch á lo que tal vegada havem de ser. No se creguia per aço que confia massa en si mateix, ó que presum tenir en sas mans los cors dels que lo escoltan y possehir lo poder mágich de ferlos sentir lo que éll sent: No: aço ha estat concedit tan sols als trobadors, y ell, ho repeteix , no ho es. Ha pres á son cárrech lo recordar á sos compatricis llur passada grandesa, y desterrar la vergonyosa y criminal indiferencia ab que alguns miran lo que pertany á sa patria, perque ha vist que li bastaban sos escassos coneixements per sortir victoriós de son empenyo, puix ha conegut que no devia fer sino obrir lo llibre de nostra historia en sas páginas mes brillants y poéticas; sentarse en las verdosas y venerables ruinas del antich monument que presenciá los heróichs fets que en aquella se descriuen, y senyalar ab lo dit la una y lo altre perque llegissen en élls los que tenian set de sentiments nobles y de palpitacions fortas.
    Una idea en gran manera trista y desencantadora ha ocupat constantment al autor en la composició de las presents poesias. Cregué al empéndrer son treball que alguns de sos joves compatricis, entre los quals té la satisfacció de contarne no pochs que podrian cenyir dignament la gorra de vellut ab la englantina de plata, lo ajudarian en sa empresa alternant sos cantars armoniosos ab sos aspres versos, los tons encantats de llurs arpas ab los de sa gayta: mes per desgracia no ha succehit axi. Sol emprengué son camí y sol ha arrivat al fi de son viatge: únicament han ressonat en sas aurellas tres veus de las quals sols una li era coneguda, que no ha tornat á ourer mes, y que han servit per ferli mes sensible y dolorosa la soledat que lo rodejaba.
    Sab que li respondran que los retrau de ferho la dificultat que esperimentarian al voler versificar en una llengua de la qual casi no coneixen la gramática; que també en castellá poden cantarse nostras antigas glorias y las hassanyas de nostres avis sens deixar per aço de obrar en nosaltres lo mateix efecte: mes ¿es per ventura tan aspre y pobre nostre idioma que no compense mes que suficientment lo treball que se emplee en estudiarlo? ¿No tenim una col-lecció de crónicas tan abundant y variada com la puga possehir qualsevol altre poble, y una galeria immensa de trobadors, pares de la poesia vulgar moderna y als quals son deutors de moltas de sas bellesas lo enamorat Petrarca y hasta lo terrible Dante, mes rica que cap altre nació del mon, y en la que apareixen las sombras gegantescas dels dos últims Berenguers; de un Jaume lo batallador; de un Pere del punyalet, terror de las armadas del Cruel de Castilla; de un Joan, de un Martí, &c. al costat de las venerables y famosas figuras de Guillem IX, compte de Aquitania, que sen aná fet un calavera y torná sant de las crusadas; de Vidal de Besalú á à qui trastornaren lo seny los amors de la Penaultier, orgullosa castellana de Provença; de Cabestany mort á traició per los celos de un marit que doná á menjar son cor á la que creya adúltera; de Bertran de Born, lo geni de la discordia dels antichs seggles; lo qui sols ha cantat las guerras que encenia y al qual posà Dante en son infern portant son cap en sas mans en pena dels cors que havia separat y dels llassos que havia romput en la vida; de Ricart, cor de Lleó , lo crusat invencible que, com diu un antich cronista, sortia sempre de la batalla ab la corassa herissada de fletxas com una taronja de agullas; dels Berguedans, dels Mallols y Jordis, y de Ausias March, en fi, lo Petrarca Valenciá, que com éll se enamorá en una iglesia, y tingué que plorar com éll la mort de sa estimada. ¿Y deixarém de estudiar las famosas obras de tants mestres del gay saber per no darnos la llaugera molestia de apendrer la llengua que beguerem ab la llet de nostras mares, que tartamudejarem quant petits, y que deuriam conservar com un joyell preciós, quant no per altra cosa, per la importancia de que gosá en altres épocas y per lo molt que nos recorda. Fá un seggle y quart, en lo asalt de Barcelona (setembre de 1714), que nostres avis batallaren catorse horas seguidas en defensa de llurs antichs privilegis, y que llur sanch corria á doll per los mur, plassas y temples de esta ciutat, per poder transmetrer á llurs nets la berencia y lo idioma que los habian deixat llurs pares; y no obstant de haber transcorregut tant poch temps, sos decendents no solament han olvidat tot aço sino que fins alguns de élls, ingrats envers sos avis, ingrats envers sa patria, se avergonyeixen de que se los sorprengue parlant en catalá com un criminal á qui atrapan en lo acte. Mes aço cesará, al menos se ho promet axi lo autor de estas poesias, per poch que vage generalissantse la afició que comensa á pendrer peu entre nostres compatricis envers tot lo que te relació ab nostra historia.
    En quant á lo que li pugan contestar de que també lo castellá pot despertar en nosaltres iguals sentiments sempre que se ocupe en celebrar las glorias de nostra patria , lo autor de esta collecció se contentará ab respondrels que se posen la má sobre lo pit, y que judiquen despres per lo que aquest los diga. No nega que apesar de ser catalans tenim que véncer algunas dificultats per poder versificar facilment en nostra llengua, pero sí que sian estas motiu suficient per escusarnos de cantar en ella. No la coneixen á fondo los que la troban aspre, pobre y poch apte per la poesia. Lo catalá es dols apesar de las paraulas exóticas que se han introduit en éll y de lo molt que se ha corromput per nostre deixament y abandono; es rich tant com qualsevol altra de las llenguas fillas de la llatina, entre las quals fou la primogénita; y se adapta á la versificació tant ó mes tal vegada que las altres, exceptuantne la Italiana , perque conserva encara moltas de las trasposicions de la llatina y per lo gran número que compta de monossilabos que la fan elástica , concisa , enérgica y armoniosa.
    Y parla axi , no per esperit de provincialisme ó perque ho han dit altres la autoritat dels quals venera , sinó per propri convenciment. Ningú pot avaluar millor la riquesa de una mina que lo qui treballa en ella, y éll pot dir, encara que sens orgull, que ha baixat fins á tocarne la veta. Desde que arribá á sos oidos, que desgraciadament fou molt tart, la paraula Trobador; desde que sentí parlar á sos joves amichs, als quals deu lo poch que val, de estos fills de l’arpa que anaban de castell en castell per distraurer lo enuig dels barons en temps de pau y que deixaban la gorra per lo elm en temps de guerra; de estos fills de l’arpa que poetas y caballers ensems venian á posar als peus de sa dama tant prest la englantina de plata que havian guanyat en un certáment, com la bordada banda ab que havia premiat sa bravesa la reyna de un torneig; de estos fills de l’ arpa en fi que passabant sa vida cantant los amors, la religió y la caballeria, li prengué un desitg ardent de coneixels; desitg que ha anat sempre en aument, y que en part ha tingut oçasió de satisfer.
    Ell ha recorregut y recorra encara tota la galeria de trobadors desde Guillem de Aquitania hasta lo modest Aribau que sembla haber volgut posar lo sagell als cants de nostres poetas ab sa oda á la Patria digne del dialecte en que está escrita; éll ha examinat y examina encara part per part eix venerable y gegantesch monument dels seggles passats, del qual pot dirse, com del que aixecan los habitants de Mégico en lo centro de son pais y al que portan una pedra tots los que passan per la carretera: tots han contribuit á alsarlo mes ningú li ha dat son nom; éll ha estudiat y estudia encara estas poesias escritas en una llengua casi desconeguda á las quals estan confiats tants dolorosos sufriments, tants sentiments apassionats , tantas palpitacions secretas; las que semblan, com diu Sismondi, inscripcions de mort escritas sobre las tombas dels mateixos que las cantaren, y que interesan per la mateixa rahó que ningú se recorda de ellas; y sua ó de son escas talent es la culpa si no ne ha tret lo profit que podia, y si sas poesias, en lloch de ser un argument práctich de lo que acaba de dir en favor de son idioma, serveixan tant sols per desmentirho. Sia lo que sia lo treball está fet; la mina està oberta ; axi que repeteix aqui lo que ha dit antes, aço es, que espera que sos compatricis acullirán ab indulgencia la obra, sino per lo poch que en sí val, per lo treball que li costa y per la intenció ab que ha sigut feta , al pas que se promet que altres á qui ha favorit lo cel ab mes de sos dons empendrán ab calor lo estudi de nostra llengua, y tornarán per lo honor de nostre pabelló ab arguments de fets y de paraulas.
    Catalunya pot aspirar encara á la independencia, no á la política, puix pesa molt poch en comparació de las demes nacions, las quals poden posar en lo plat de la balansa á mes de lo volúmen de sa historia , exèrcits de molts mils homens y esquadras de cents navios; pero si á la lliteraria, fins á la qual no se estent ni se pot estendrer la politica del equilibri. Catalunya fou per espay de dos seggles la mestra en lletras dels demés pobles; ¿perque puix no pot deixar de fer lo humiliant paper de deixeble ó imitadora, creantse una lliteratura propria y á part de la castellana ? ¿Perque no pot restablir sos jochs florals y sa academia del gay saber, y tornar á sorprender al mon ab sas tensons, sos cants de amor, sos sirventeses y sas aubadas ? Un petit esfors li bastaria per reconquistar la importancia lliteraria de que gosá en altres épocas, y si Deu permetés que esta idea se realisés algun dia, y que los genis catalans despenjassen las arpas dels trobadors que han estat per tant temps olvidadas, lo Gayté del Llobregat, per escasas que sian sas forsas, se compromet desde ara per llavors à guerreijar en lo lloch que se li senyale, encara que sia á última fila, per conquistar la corona de la poesia que nostra patria deixá cáurer tan vergonyosament de son front y que los demes pobles reculliren y se apropriaren.
    Entretant arriba eix dia lo autor de estos llaugers ensaigs, obra de dos anys de treball y de estudi , se tindrà per mes que premiat ab tal que puga mereixer de sos compatricis que li digan lo que á sí mateix se diu lo Doctor Ballot al fi de sa gramàtica:
    “Pus parla en catalá, Deu lin don gloria”.

    Traduzione

    L’ardente passione che ha e ha sempre avuto per le cose della sua patria; il piacere che proverebbe nel vedere i suoi compatrioti conoscere più a fondo il nostro antico, melodioso e ricco idioma, che purtroppo si perde giorno dopo giorno, nonostante sia come una tavola di marmo dove sono incise le nostre glorie, e perdendo la quale devono necessariamente scomparire i ricordi di quelle; e infine il desiderio di risvegliare negli altri questo nobile e lodevole sentimento, sono le uniche cause che hanno spinto l’autore di queste poesie a darle a pubblicarle, sperando che i suoi compatrioti non le giudicheranno per ciò che esse sono in sé, per il loro merito artistico, ma le considereranno come lo sfogo di un cuore giovane ancora circondato da tutte le illusioni della vita, che ha voluto sfogarsi lasciando sulla carta ciò che sentiva, come il fiore lancia al vento i suoi profumi.

    Nel pubblicarle non intende altro se non risvegliare qualche palpitazione nei cuori dei veri catalani che si prenderanno la briga di leggerle. Il Gayté del Llobregat non aspira a cingere il berretto del trovatore né a pizzicare la sua lira, poiché sa fin troppo bene che romperebbe le sue corde solo a posarvi la sua mano pesante. È giusto che ambisca a conquistare una corona chi crede di avere forze sufficienti per guadagnarla, poiché l’ambizione della gloria favorisce il volo del genio: egli tuttavia non desidera tanto; così chiede agli intelligenti e agli uomini di lettere ai quali giungerà tra le mani quest’operetta di non fischiarla, poiché sarebbe una crudeltà pagare in questo modo chi non cerca applausi, e chi si presenta al certame vestito di un modesto mantello, e con una zampogna che tacerà non appena si sentiranno i preludi di una lira catalana. A molti sembrerà una stravaganza, un ridicolo anacronismo questa raccolta di poesie gettata nel mezzo dell’agitazione e della febbre in cui si trova la società a seguito dei terribili e spaventosi scossoni subiti in questi ultimi anni, e forse considereranno colui che le ha composte come un marinaio senza cuore né pietà che, fuggendo dalle burrasche, è venuto a cantare sulla roccia della spiaggia mentre i suoi fratelli combattevano le onde e scomparivano nell’abisso; ma egli pensa diversamente: ha visto che il nome di Napoleone richiamava quello di Alessandro; quelli che guerreggiarono per l’indipendenza della nostra patria richiamavano quello del Cid; quelli che morirono per la libertà richiamavano quello di Padilla; che il passato può influire in gran modo sul presente come questo su ciò che deve avvenire, e ha creduto che sarebbe stato molto conveniente riportare le sue glorie passate alla memoria del popolo che lavora e si affanna per la sua gloria futura, e che alcuni ricordi di ciò che fummo potrebbero contribuire non poco a ciò che forse dobbiamo essere. Non si creda per questo che confidi troppo in se stesso, o che presuma di tenere nelle sue mani i cuori di coloro che lo ascoltano e di possedere il potere magico di far loro sentire ciò che egli sente: No: questo è stato concesso soltanto ai trovatori, e lui, lo ripete, non lo è. Si è assunto l’incarico di ricordare ai suoi compatrioti la loro passata grandezza, e di bandire la vergognosa e criminale indifferenza con cui alcuni guardano ciò che appartiene alla sua patria, perché ha visto che i suoi scarsi saperi gli bastavano per uscire vittorioso dal suo intento, poiché ha compreso che non doveva fare altro che aprire il libro della nostra storia nelle sue pagine più brillanti e poetiche; sedersi sulle verdi e venerabili rovine dell’antico monumento che fu testimone degli eroici fatti che in quella si descrivono, e indicare con il dito l’una e l’altro affinché leggessero in essi coloro che avevano sete di nobili sentimenti e di forti palpitazioni.

    Un’idea in gran modo triste e disincantata ha costantemente occupato l’autore nella composizione delle presenti poesie. Credette, nell’intraprendere il suo lavoro, che alcuni dei suoi giovani compatrioti, tra i quali ha la soddisfazione di contarne non pochi che potrebbero degnamente cingere il berretto di velluto con la rosa canina d’argento, lo avrebbero aiutato nella sua impresa alternando i loro canti armoniosi con i suoi aspri versi, i toni incantati delle loro arpe con quelli della sua zampogna: ma purtroppo non è successo. Da solo intraprese il suo cammino e da solo è arrivato alla fine del suo viaggio: unicamente hanno risuonato nelle sue orecchie tre voci delle quali soltanto una gli era conosciuta, che non ha più udito, e che sono servite a rendergli più sensibile e dolorosa la solitudine che lo circondava. Sa che gli risponderanno che li trattiene dal farlo la difficoltà che sperimenterebbero nel voler versificare in una lingua della quale quasi non conoscono la grammatica; che anche in castigliano possono cantarsi le nostre antiche glorie e le gesta dei nostri avi senza per questo smettere di produrre in noi lo stesso effetto: ma è forse così aspro e povero il nostro idioma che non compensi più che sufficientemente il lavoro che si impiega nello studiarlo? Non abbiamo una collezione di cronache tanto abbondante e variata quanto la possa possedere qualsiasi altro popolo, e un’immensa galleria di trovatori, padri della poesia volgare moderna e ai quali sono debitori di molte delle loro bellezze l’innamorato Petrarca e perfino il terribile Dante, più ricca di qualsiasi altra nazione del mondo, e in cui appaiono le ombre gigantesche degli ultimi due Berengario; di un Giacomo il Conquistatore; di un Pietro del pugnaletto, terrore delle armate del “Crudele di Castiglia”; di un Giovanni, di un Martino, ecc. accanto alle venerabili e famose figure di Guglielmo IX, conte d’Aquitania, che se ne andò come scapestrato e tornò santo delle crociate; di Vidal de Besalú a cui sconvolsero la ragione gli amori della Penaultier, orgogliosa castellana di Provenza; di Cabestany morto a tradimento per la gelosia di un marito che diede a mangiare il suo cuore a quella che credeva adultera; di Bertran de Born, il genio della discordia degli antichi secoli; colui che ha cantato soltanto le guerre che accendeva e che Dante pose nel suo inferno portando la sua testa tra le mani in pena per i cuori che aveva separato e i legami che aveva spezzato nella vita; di Riccardo, Cuor di Leone, il crociato invincibile che, come dice un antico cronista, usciva sempre dalla battaglia con la corazza irta di frecce come un’arancia di aghi; dei Berguedan, dei Mallol, dei Jordi e di Ausiàs March, infine, il Petrarca Valenciano, che come lui si innamorò in una chiesa, e dovette piangere come lui la morte della sua amata. E smetteremo di studiare le famose opere di tanti maestri del “gay saber” per non darci il leggero fastidio di imparare la lingua che bevemmo con il latte delle nostre madri, che balbettammo da piccoli, e che dovremmo conservare come un gioiello prezioso, se non per altro, per l’importanza che godette in altre epoche e per quanto ci ricorda. È passato un secolo e un quarto dall’assalto di Barcellona (settembre 1714), quando i nostri avi lottarono quattordici ore consecutive in difesa dei loro antichi privilegi e il loro sangue scorreva a fiotti per le mura, le piazze e i templi di questa città, per poter trasmettere ai loro nipoti l’eredità e l’idioma che i loro padri avevano lasciato loro; e nonostante sia trascorso così poco tempo, i loro discendenti non solo hanno dimenticato tutto questo ma alcuni di essi, ingrati verso i loro avi, ingrati verso la loro patria, si vergognano persino di essere sorpresi a parlare in catalano come un criminale che viene colto sul fatto. Ma questo cesserà, almeno così si promette l’autore di queste poesie, per quanto poco si vada generalizzando l’affetto che comincia a prender piede tra i nostri compatrioti verso tutto ciò che ha relazione con la nostra storia.
    Per quanto riguarda ciò che gli si può obiettare, che anche il castigliano può risvegliare in noi uguali sentimenti purché si occupi di celebrare le glorie della nostra patria, l’autore di questa raccolta si accontenterà di rispondere che si mettano una mano sul petto, e giudichino poi per ciò che questo dirà loro. Non nega che, pur essendo catalani, dobbiamo superare alcune difficoltà per poter versificare facilmente nella nostra lingua, ma nega che esse siano motivo sufficiente per scusarci dal cantare in essa. Non la conoscono a fondo coloro che la trovano aspra, povera e poco adatta alla poesia. Il catalano è dolce nonostante le parole esotiche che vi sono state introdotte e il molto che si è corrotto per la nostra trascuratezza e abbandono; è ricco quanto qualsiasi altra delle lingue figlie del latino, tra le quali fu la primogenita; e si adatta alla versificazione tanto o forse più delle altre, escludendo l’Italiano, perché conserva ancora molte delle trasposizioni del latino e per il gran numero di monosillabi che conta, i quali la rendono elastica, concisa, energica e armoniosa.
    E parla così, non per spirito di provincialismo o perché lo hanno detto altri la cui autorità venera, ma per propria convinzione. Nessuno può valutare meglio la ricchezza di una miniera di colui che vi lavora, ed egli può dire, anche se senza orgoglio, di essere sceso fino a toccarne il filone. Da quando giunse alle sue orecchie, cosa che purtroppo fu molto tardi, la parola Trovatore; da quando sentì parlare i suoi giovani amici, ai quali deve il poco che vale, di questi figli dell’arpa che andavano di castello in castello per distrarre la noia dei baroni in tempo di pace e che lasciavano il berretto per l’elmo in tempo di guerra; di questi figli dell’arpa che poeti e cavalieri insieme venivano a deporre ai piedi della loro dama tanto la rosa canina d’argento che avevano guadagnato in un certame, quanto la banda ricamata con cui la regina di un torneo aveva premiato la loro bravura; di questi figli dell’arpa insomma che trascorrevano la loro vita cantando gli amori, la religione e la cavalleria, gli prese un desiderio ardente di conoscerli; desiderio che è sempre aumentato, e che in parte ha avuto occasione di soddisfare.

    Egli ha percorso e percorre ancora tutta la galleria di trovatori da Guglielmo d’Aquitania al modesto Aribau che sembra aver voluto mettere il sigillo ai canti dei nostri poeti con la sua ode alla Patria, degna del dialetto in cui è scritta; egli ha esaminato ed esamina ancora parte per parte questo venerabile e gigantesco monumento dei secoli passati, del quale si può dire, come di quello che innalzano gli abitanti del Messico nel centro del loro paese e a cui portano una pietra tutti coloro che passano per la strada: tutti hanno contribuito ad innalzarlo ma nessuno gli ha dato il suo nome; egli ha studiato e studia ancora queste poesie scritte in una lingua quasi sconosciuta alle quali sono affidati tante dolorose sofferenze, tanti sentimenti appassionati, tante palpitazioni segrete; quelle che sembrano, come dice Sismondi, iscrizioni di morte scritte sulle tombe degli stessi che le cantarono, e che interessano per la stessa ragione per cui nessuno se ne ricorda; e sua o del suo scarso talento è la colpa se non ne ha tratto il profitto che poteva, e se le sue poesie, invece di essere un argomento pratico di ciò che ha appena detto in favore del suo idioma, servono soltanto a smentirlo. Sia quel che sia il lavoro è fatto; la miniera è aperta; così ripete qui ciò che ha detto prima, cioè che spera che i suoi compatrioti accoglieranno con indulgenza l’opera, se non per il poco che essa vale in sé, per il lavoro che gli è costato e per l’intenzione con cui è stata fatta, mentre si promette che altri a cui il cielo ha favorito con più dei suoi doni intraprenderanno con calore lo studio della nostra lingua, e torneranno per l’onore del nostro vessillo con argomenti di fatti e di parole.

    La Catalogna può ancora aspirare all’indipendenza, non a quella politica, poiché pesa molto poco in confronto alle altre nazioni, le quali possono porre sul piatto della bilancia, oltre al volume della loro storia, eserciti di molte migliaia di uomini e squadre di centinaia di navi; ma sì a quella letteraria, fino alla quale non si estende né si può estendere la politica dell’equilibrio. La Catalogna fu per lo spazio di due secoli la maestra in lettere degli altri popoli; perché dunque non può smettere di fare l’umiliante ruolo di discepola o imitatrice, creandosi una letteratura propria e a parte da quella castigliana? Perché non può ristabilire i suoi Giochi Floreali e la sua Accademia della Gaia Scienza e tornare a sorprendere il mondo con le sue tenzoni, i suoi canti d’amore, i suoi sirventesi e le sue albe? Un piccolo sforzo le basterebbe per riconquistare l’importanza letteraria di cui godette in altre epoche e, se Dio permettesse che questa idea si realizzasse un giorno e che i geni catalani riprendessero le arpe dei trovatori che sono state dimenticate per tanto tempo, il Gayté del Llobregat, per scarse che siano le sue forze, si impegna da ora per allora a guerreggiare nel luogo che gli sarà assegnato, anche se sia all’ultima fila, per conquistare la corona della poesia che la nostra patria lasciò cadere così vergognosamente dalla sua fronte e che gli altri popoli raccolsero e fecero propria.

    Frattanto arrivi quel giorno, l’autore di questi leggeri saggi, opera di due anni di lavoro e di studio, si terrà più che premiato se meriterà che i suoi compatrioti gli dicano ciò che dice a sé stesso il Dottor Ballot alla fine della sua grammatica: “Poiché parla in catalano, Dio gliene dia gloria”.




  • La vida di Guillem de Cabestany

    La vida di Guillem de Cabestany

    Guillems de Cabestaing si fo us cavalliers de l’encontrada de Rossillon, que confina ab Cataloigna et ab Narbones. Mout fo avinens hom de la persona e mout presatz d’armas, e de cortesia e de servir. Et avia en la soa encotrada una dompna que avia nom Madona Soremonda, moiller d’En Raimon de Castel Rossillon, que era mout gentils e rics e mals e braus e fers et orgoillos. En Guillems de Cabestaing si amava la dompna per amor e chantava de lieis e·n fazia sas chanssos. E la dompna, qu’era ioves e gaia e gentils e bella, si·l volia ben mais qe a ren del mon. E fon dich so a·N Raimon de Castel Rossillon; et el, cum hom iratz e gelos, enqeric tot lo faich e saup que vers era. E fetz gardar la moiller.
    E qan venc un dia Raimons de Castel Rossillon trobet paissan Guillem de Cabestaing ses gran compaignia et aucis lo. E fetz li traire lo cor del cors e fetz li taillar la testa; e·l cor fetz portar a son alberc, e la testa atressi. E fetz lo cor raustir e far apebrada, e fetz lo dar a maniar a la moiller. E qan la dompna l’ac maniat, Raimons de Castel Rossillon li dis: «Sabetz vos so que vos avetz maniat?», et elle dis: «Non, si non que mout es estada bona vianda e saborida». Et el li dis q’el era lo cors d’En Guillem de Cabestaing so que ella avia maniat, et aso q’ella·l crezes mieils si fetz aportar la testa denan lieis; e qan la dompna vic so et auzic, ella perdet lo vezer e l’auzir. E qand ella revenc si dis: «Seigner ben m’avetz dat si bon maniar que iamais non maniarai d’autre». E qand el auzic so, el cors ab s’espaza e volc li dar sus en la testa, et ella cors ad un balcon e laisset se cazer ios; et enaissi moric.
    E la novella cors per Rossillon e per tota Cataloigna: q’En Guillems de Cabestaing e la dompna eran enaissi malamen mort, e q’En Raimons del Castel Rossillon avia donat lo cor d’En Guillem a maniar a la dompna. Mout fo grans tristessa per totas las encontradas. E·l reclams venc denan lo rei d’Aragon, que era seigner d’En Raimon de Castel Rossillon e d’En Guillem de Cabestang. E venc s’en a Perpignan en Rossillon, e fetz
    venir Raimon de Castel Rossillon denan si. E qand fo vengutz, si·l fetz prendre e tolc li totz sos chastels e·ls fetz desfar, e tolc li tot qant avia, e lui enmenet en preison. E pois fetz penre Guillem de Cabestaing e la dompna, e fetz los portar a Perpignan e metre en un monumen denan l’uis de la gleisa, e fetz desseignar
    de sobre·l monumen cum ill eron estat mort, et ordenet per tot lo comtat de Rossillon que tuich li cavallier e las dompnas lor vengesson far anoal chascun an. E Raimons de Castel Rossillon moric en la preison del rei.

    Traduzione

    Guillem de Cabestany era un cavaliere della contea del Roussillon, che confina con la Catalogna e il Narbonese. Era di fisico molto bello ed era molto stimato per le sue capacità guerresche, la cortesia e lo spirito di servizio.

    Nella sua contea viveva una signora chiamata Madonna Soremonda, moglie di Raimondo de Castell Rosselló, che era un uomo molto nobile e ricco, cattivo e arrogante, feroce e orgoglioso. Guillem de Cabestany amava la dama d’amore sincero e cantava e componeva le sue canzoni su di lei. E la signora, che era giovane, allegra, gentile e bella, lo desiderava più di ogni altra cosa al mondo. Questa cosa fu detta a Ramon de Castell Rosselló e lui, da uomo tristo e geloso, indagò sull’intero fatto, venne a sapere che era vero e fece imprigionare sua moglie.

    Accadde un giorno che Ramon de Castell Rosselló trovò Guillem de Cabestany che andava in giro senza molti compagni e lo uccise; gli fece togliere il cuore dal corpo e tagliare la testa; poi portò a casa sua il cuore e anche la testa; fece arrostire il cuore, fece fare una salsa peverata e lo fece mangiare a sua moglie. Quando la signora lo ebbe mangiato, Ramon de Castell Rosselló le disse: “Sai cosa hai mangiato?”. E lei: “No, ma mi sembrava un cibo buonissimo e molto saporito”. Allora le disse che aveva mangiato il cuore di Guillem de Cabestany e, affinché ci credesse, le portò davanti la testa. Quando la signora vide e udì ciò, perse la vista e l’udito. Quando ritornò disse: “Signore, mi hai dato un cibo così buono che non mangerò mai più”. Quando egli sentì questa cosa, la rincorse brandendo la spada, con l’intenzione di ferirla sul capo, ma lei corse su un balcone e si lasciò cadere, e così morì.

    Allora per il Roussillon e per tutta la Catalogna corse la notizia che Guillem de Cabestany e la signora erano morti in maniera così truce e che Ramon de Castell Rosselló aveva dato da mangiare alla signora il cuore di Guillem. C’era gran tristezza in tutte le contee e la lamentela raggiunse anche il re d’Aragona, che era signore di Ramon de Castell Rosselló e di Guillem de Cabestany. Il re andò a Perpignan, nel Rossiglione, e fece portare al suo cospetto Ramon de Castell Rosselló; quando questi arrivò, lo fece imprigionare, confiscò e fece distruggere tutti i suoi castelli, prese tutto ciò che aveva e lo fece condurre in prigione. E poi mandò a prendere Guillem de Cabestany e la signora e li fece condurre a Perpignan e li fece mettere in un monumento davanti alla porta della chiesa; poi fece scolpire sul monumento come erano morti e ordinò che tutti i cavalieri e le dame di tutta la contea del Roussillon venissero a celebrare quel fatto ogni anno. E Ramon de Castell Rosselló morì nella prigione del re.

    Dante Alighieri, Vita nova

    Poi che fuoro passati tanti die, che appunto erano compiuti li nove anni appresso l’apparimento soprascritto di questa gentilissima, ne l’ultimo di questi die avvenne che questa mirabile donna apparve a me vestita di colore bianchissimo, in mezzo a due gentili donne, le quali erano di più lunga etade; e passando per una via, volse li occhi verso quella parte ov’io era molto pauroso, e per la sua ineffabile cortesia, la quale è oggi meritata nel grande secolo, mi salutoe molto virtuosamente, tanto che me parve allora vedere tutti li termini de la beatitudine.

    L’ora che lo suo dolcissimo salutare mi giunse, era fermamente nona di quello giorno; e però che quella fu la prima volta che le sue parole si mossero per venire a li miei orecchi, presi tanta dolcezza, che come inebriato mi partio da le genti, e ricorsi a lo solingo luogo d’una mia camera, e puosimi a pensare di questa cortesissima.

    E pensando di lei, mi sopragiunse uno soave sonno, ne lo quale m’apparve una maravigliosa visione: che me parea vedere ne la mia camera una nebula di colore di fuoco, dentro a la quale io discernea una figura d’uno segnore di pauroso aspetto a chi la guardasse; e pareami con tanta letizia, quanto a sé, che mirabile cosa era; e ne le sue parole dicea molte cose, le quali io non intendea se non poche; tra le quali intendea queste: “Ego dominus tuus”.

    Ne le sue braccia mi parea vedere una persona dormire nuda, salvo che involta mi parea in uno drappo sanguigno leggeramente; la quale io riguardando molto intentivamente, conobbi ch’era la donna de la salute, la quale m’avea lo giorno dinanzi degnato di salutare.

    E ne l’una de le mani mi parea che questi tenesse una cosa la quale ardesse tutta, e pareami che mi dicesse queste parole: “Vide cor tuum”.

    E quando elli era stato alquanto, pareami che disvegliasse questa che dormia; e tanto si sforzava per suo ingegno, che le facea mangiare questa cosa che in mano li ardea, la quale ella mangiava dubitosamente.

    Appresso ciò poco dimorava che la sua letizia si convertia in amarissimo pianto; e così piangendo, si ricogliea questa donna ne le sue braccia, e con essa mi parea che si ne gisse verso lo cielo; onde io sostenea sì grande angoscia, che lo mio deboletto sonno non poteo sostenere, anzi si ruppe e fui disvegliato.

    E mantenente cominciai a pensare, e trovai che l’ora ne la quale m’era questa visione apparita, era la quarta de la notte stata; sì che appare manifestamente ch’ella fue la prima ora de le nove ultime ore de la notte.

    Pensando io a ciò che m’era apparuto, propuosi di farlo sentire a molti li quali erano famosi trovatori in quello tempo: e con ciò fosse cosa che io avesse già veduto per me medesimo l’arte del dire parole per rima, propuosi di fare uno sonetto, ne lo quale io salutasse tutti li fedeli d’Amore; e pregandoli che giudicassero la mia visione, scrissi a loro ciò che io avea nel mio sonno veduto. E cominciai allora questo sonetto, lo quale comincia:

    A ciascun’alma presa.

    A ciascun’alma presa e gentil core
    nel cui cospetto ven lo dir presente,
    in ciò che mi rescrivan suo parvente,
    salute in lor segnor, cioè Amore.

    Già eran quasi che atterzate l’ore
    del tempo che onne stella n’è lucente,
    quando m’apparve Amor subitamente,
    cui essenza membrar mi dà orrore.

    Allegro mi sembrava Amor tenendo
    meo core in mano, e ne le braccia avea
    madonna involta in un drappo dormendo.

    Poi la svegliava, e d’esto core ardendo
    lei paventosa umilmente pascea:
    appresso gir lo ne vedea piangendo.

    Questo sonetto si divide in due parti; che ne la prima parte saluto e domando risponsione, ne la seconda significo a che si dee rispondere. La seconda parte comincia quivi:Già eran.

    A questo sonetto fue risposto da molti e di diverse sentenzie; tra li quali fue risponditore quelli cui io chiamo primo de li miei amici, e disse allora uno sonetto, lo quale comincia:Vedeste, al mio parere, onne valore. E questo fue quasi lo principio de l’amistà tra lui e me, quando elli seppe che io era quelli che li avea ciò mandato.

    Lo verace giudicio del detto sogno non fue veduto allora per alcuno, ma ora è manifestissimo a li più semplici.

    Giovanni Boccaccio, Decameron, Giornata IV, Novella 9, confrontata con le 4 versioni della vida di Guillem de Cabestany

    A = FbIK

    B = ABN2

    C = HR

    D = P

    Messer Guiglielmo [vs Raimon ABCD] Rossiglione [D de Rosillion vs de Castel Rossilhon ABC] dà a mangiare alla moglie sua il cuore di messer Guiglielmo Guardastagno [Capestanh o Cabestanh ABC Castaing o Cabstaing D] ucciso da lui e amato da lei; il che ella sappiendo, poi si gitta da una alta finestra [balcon ABCD] in terra e muore e col suo amante è sepellita.

    Essendo la novella di Neifile finita, non senza aver gran compassion messa in tutte le sue compagne, il re, il qual non intendeva di guastare il privilegio di Dioneo, non essendovi altri a dire, incominciò.

    Emmisi parata dinanzi, pietose donne, una novella alla qual, poi che così degli infortunati casi d’amore vi duole, vi converrà non meno di compassione avere che alla passata, per ciò che da più furono coloro a’ quali ciò che io dirò avvenne, e con più fiero accidente che quegli de’ quali è parlato.

    Dovete adunque sapere che, secondo che raccontano i provenzali, in Provenza furon già due nobili cavalieri, de’ quali ciascuno e castella e vassalli aveva sotto di sé [qui rapporto paritetico, Guillem è vassallo di Raimon in ACD, in B indeterminato], e aveva l’uno nome messer Guiglielmo Rossiglione e l’altro messer Guiglielmo Gardastagno; e per ciò che l’uno e l’altro era prod’uomo molto nell’arme [Guillem: prezatz d’armas AB bos cavaliers d’armas C, manca D Raimon: mals e braus e fers e orgoillos AB] s’amavano assai [D: son compagnon qe tant amava] e in costume avean d’andar sempre ad ogni torniamento o giostra o altro fatto d’arme insieme e vestiti d’una assisa.

    E come che ciascun dimorasse in un suo castello e fosse l’un dall’altro lontano ben diece miglia, pur avvenne che, avendo messer Guiglielmo Rossiglione una bellissima e vaga donna per moglie [D: ac per meller ma dompna Margarida, la plus bella dompna c’om saupes en aqel temps], messer Guiglielmo Guardastagno fuor di misura, non ostante l’amistà e la compagnia che era tra loro, s’innamorò di lei [AB: si amava la dompna; C: Et enamoret se d’una gentil dompna; D: Amors volc assalir ma dompna Margarida] e tanto, or con uno atto e or con uno altro fece, che la donna se n’accorse [riassume D, con ruoli invertiti. D: qe s’en era perceubutz]; e conoscendolo per valorosissimo cavaliere [D: Adonc s’esforzet Guillem de mais valer], le piacque, e cominciò a porre amore a lui, in tanto che niuna cosa più che lui disiderava o amava, né altro attendeva che da lui esser richiesta; il che non guari stette che avvenne, e insieme furono e una volta e altra, amandosi forte.

    E men discretamente insieme usando, avvenne che il marito se n’accorse [D: Et duret non longamen, qe lausengers, cui Dieus aïr, commenseron de s’amor parlar, e anar devinan per las chansos qe Guillem fasia, disen q’el s’etendia en ma dompna Margarida. Tan annero disen, e jus e sus, c’a l’aurella de mon segnor Raimon venc] e forte ne sdegnò, in tanto che il grande amore che al Guardastagno portava in mortale odio convertì [D: Adonc li saup trop mal, e trop greu fo iratz, per so c’a perdre li avinia son compagnon qe tant amava]; ma meglio il seppe tener nascoso che i due amanti non avevano saputo tenere il loro amore, e seco diliberò del tutto d’ucciderlo.

    Per che, essendo il Rossiglione in questa disposizione, sopravenne che un gran torneamento si bandì in Francia, il che il Rossiglione incontanente significò al Guardastagno, e mandogli a dire che, se a lui piacesse, da lui venisse e insieme diliberrebbono se andar vi volessono e come [Un jorn avenc qe Guillem era anat a esparvier ab un escuier solamen. Et mon segnor Raimon lo fetz demandar on era; et un valletz li dis c’anatz era a esparvier]. Il Guardastagno lietissimo rispose che senza fallo il dì seguente andrebbe a cenar con lui.

    Il Rossiglione, udendo questo, pensò il tempo esser venuto di poterlo uccidere; e armatosi il dì seguente con alcuno suo famigliare montò a cavallo, e forse un miglio fuori del suo castello in un bosco si ripose in agguato, donde doveva il Guardastagno passare; e avendolo per un buono spazio atteso, venir lo vide disarmato con due famigliari appresso disarmati[A: Raimon de Castel Rossillon troba passan Guillem senes gran compaignia], sì come colui che di niente da lui si guardava [D: Mantenent se vai armar d’armas celadas e si fetz amenar son destrier, et a pres tot sol son chamin vas cella part on Guillem era annat. Tan chavalguet qe trobet lo]; e come in quella parte il vide giunto dove voleva, fellone e pieno di mal talento con una lancia sopra mano gli uscì addosso gridando:

    – Traditor, tu se’ morto [D, ma parla la donna: et apelet lo fals e traïtor]; – e il così dire e il dargli di questa lancia per lo petto fu una cosa.

    Il Guardastagno, senza potere alcuna difesa fare o pur dire una parola, passato di quella lancia, cadde e poco appresso morì. I suoi famigliari, senza aver conosciuto chi ciò fatto s’avesse, voltate le teste de’ cavalli, quanto più poterono si fuggirono verso il castello del lor signore.

    Il Rossiglione, smontato, con un coltello il petto del Guardastagno aprì e colle proprie mani il cuor gli trasse, e quel fatto avviluppare in un pennoncello di lancia, comandò ad un de’ suoi famigliari che nel portasse [A: e trais li lo cor del cors; e fetz lo portar a un escuier a son alberc]; e avendo a ciascun comandato che niun fosse tanto ardito che di questo facesse parola, rimontò a cavallo, ed essendo già notte al suo castello se ne tornò.

    La donna, che udito aveva il Guardastagno dovervi esser la sera a cena e con disidero grandissimo l’aspettava, non vedendol venire si maravigliò forte e al marito disse:

    – E come è così, messere, che il Guardastagno non è venuto?

    A cui il marito disse:

    – Donna, io ho avuto da lui che egli non ci può essere di qui domane; – di che la donna un poco turbatetta rimase.

    Il Rossiglione, smontato, si fece chiamare il cuoco e gli disse:

    – Prenderai quel cuor di cinghiare [C(R): per so car la don s’agradava fort de cor de salvaisina] e fa’che tu ne facci una vivandetta la migliore e la più dilettevole a mangiar che tu sai; e quando a tavola sarò, me la manda in una scodella d’argento.

    Il cuoco, presolo e postavi tutta l’arte e tutta la sollicitudine sua, minuzzatolo e messevi di buone spezie assai, ne fece uno manicaretto troppo buono.

    Messer Guiglielmo, quando tempo fu, con la sua donna si mise a tavola [C(H): fetz lo portar a la taula]. La vivanda venne, ma egli per lo malificio da lui commesso, nel pensiero impedito, poco mangiò.

    Il cuoco gli mandò il manicaretto, il quale egli fece porre davanti alla donna, sé mostrando quella sera svogliato, e lodogliele molto.

    La donna, che svogliata non era, ne cominciò a mangiare e parvele buono; per la qual cosa ella il mangiò tutto.

    Come il cavaliere ebbe veduto che la donna tutto l’ebbe mangiato, disse:

    – Donna, chente v’è paruta questa vivanda? [C: demandet li si era estat bons a manjar]

    La donna rispose:

    – Monsignore, in buona fè ella m’è piaciuta molto.[A: mout es estada bona vianda e saborida]

    – Se m’aiti Iddio, – disse il cavaliere – io il vi credo, né me ne maraviglio se morto v’è piaciuto ciò che vivo più che altra cosa vi piacque.

    La donna, udito questo, alquanto stette; poi disse:

    – Come? Che cosa è questa che voi m’avete fatta mangiare?

    Il cavalier rispose:

    – Quello che voi avete mangiato è stato veramente il cuore di messer Guiglielmo Guardastagno, il qual voi come disleal femina tanto amavate; e sappiate di certo ch’egli è stato desso, per ciò che io con queste mani gliele strappai, poco avanti che io tornassi, del petto.

    La donna, udendo questo di colui cui ella più che altra cosa amava, se dolorosa fu non è da domandare; e dopo al quanto disse:

    – Voi faceste quello che disleale e malvagio cavalier dee fare; ché se io, non sforzandomi egli, l’avea del mio amor fatto signore e voi in questo oltraggiato, non egli ma io ne doveva la pena portare. Ma unque a Dio non piaccia che sopra a così nobil vivanda, come è stata quella del cuore d’un così valoroso e così cortese cavaliere come messer Guiglielmo Guardastagno fu, mai altra vivanda vada [D: era estat si si bons e saboros qe ja mais autre manjars ni autres beures no.l tolrian sabor de la bocca qe.l cor d’En Guillem li avia laissat].

    E levata in piè, per una finestra [D: uis d’un balcon] la quale dietro a lei era, indietro senza altra diliberazione si lasciò cadere [ABCD: se laisset cazer (e varianti)].

    La finestra era molto alta da terra, per che, come la donna cadde, non solamente morì, ma quasi tutta si disfece [CD: et esmodegase el col].

    Messer Guiglielmo, vedendo questo, stordì forte, e parvegli aver mal fatto; e temendo egli de’ paesani e del conte di Proenza, fatti sellare i cavalli, andò via.

    La mattina seguente fu saputo per tutta la contrada come questa cosa era stata [CD: Aqest mals fo saubutz per tota la terra (e varianti)] : per che da quegli del castello di messer Guiglielmo Guardastagno e da quegli ancora del castello della donna con grandissimo dolore e pianto [D: Grans tristessa e grans dolors fo]furono i due corpi ricolti e nella chiesa del castello medesimo della donna in una medesima sepoltura fur posti, e sopr’essa scritti versi significanti chi fosser quegli che dentro sepolti v’erano e il modo e la cagione della lor morte [B: fetz deseignar desobre.l monumen cum ill eron estat mort].

    Bibliografia

    Luciano Rossi,Il cuore, mistico pasto d’amore:dal  Lai Guirun al Decameron, inStudi provenzali e francesi‘ 82, L’Aquila 1983, pp. 28-128.

    Leonardo Terrusi, Ancora sul ‘cuore mangiato’: riflessioni su Decameron IV, 9, con una postilla doniana, in “La parola del testo”, 2 (1998): 49–62.

    Isabel de Riquer, El corazón devorado: una leyenda desde el siglo XII hasta nuestros días, Madrid, Siruela.

    Il racconto rielaborato in catalano moderno

  • Guillem de Berguedà, Vida

    Guillem de Berguedà, Vida

    Guillems de Bergedan si fo us gentils bars de Cataloigna, vescoms de Bergedan e seigner de Madorna e de Riechs. Bons cavalliers fo e bons gerriers, et ac gerra ab Raimon Folc de Cardona, q’era plus rics e plus grans que el. Et avenc se q’un jorn el se trobet ab Raimon Folc et aucis lo malamens; e per la mort d’en Raimon Folc el fo dessertetatz. Longa sazon lo mantengront siei paren e siei amic; mas pois l’abandoneron tuich per so qe totz los escogosset e de las moillers e de las fillas e de las serors, que anc non fo neguns qe’l man-tengues, mas N’Arnautz de Castelbon, q’era uns valens gentils hom d’aquella encontrada. Bons sirventes fetz, on disia mals als uns e bens als altres, e vana-va se de totas las dompnas que il sofrion amor. Mout li vengront de grans aventuras d’armas e de dompnas, e de grans desaventuras. E puois l’aucis uns peons. Et aissi sont escriut dels sieus sirventes.

    Prosopografia e atlante

  • Elisha ben Abraham Cresques, Il Mapamundi catalano del 1375

    Elisha ben Abraham Cresques, Il Mapamundi catalano del 1375

    Il Mapamundi è uno degli esemplari più  dettagliati e artisticamente elaborati della cosmologia e della cartografia medievale. Il manufatto fu allestito verso il 1375, probabilmente nell’isola di Maiorca ed è ormai unanimemente attribuibito a Elisha ben Abraham Cresques, maestro cartografo ebreo al servizio della Corona d’Aragona.

    Pergamenaceo, ricchissimo di minature e decorazioni coloratissime, il Mapamundi è costituito di dodici fogli rettangolari incollati su sei tavolette lignee ripiegate, che possono tuttavia essere disposte una di seguito all’altra, per formare un blocco di circa tre metri di lunghezza e di oltre 60 cm di altezza. Le didascalie e i toponimi sono scritti nella lingua della Corona d’Aragona, il catalano. I primi quattro fogli forniscono informazioni cosmografiche, astrologiche e marittime, in particolare sulle maree e sulle lunazioni. 

    Negli otto fogli che seguono viene rappresentato il mondo allora conosciuto, fino all’Estremo Oriente. Dettagliatissimo per ciò che riguarda la cartografia marittima del Mediterraneo, tanto da potersi considerare alla stregua di un portolano, va via via sfumando il dettaglio con l’allontanarsi dal mondo noto, aumentando però al contempo la raffigurazione di dettagli antropici di natura leggendaria. Sulla carta si distribuiscono innumerevoli toponimi scritti, a seconda della loro importanza, con inchiostro nero, rosso o oro. Cartigli e didascalie vengono utilizzati per l’esplicazione delle raffigurazioni che spesseggiano nelle varie tavole del Mapamundi. Gli insediamenti umani sono rappresentati, oltre che mediante i toponimi, con la raffigurazione di edifici e di bandiere, che permettono di individuare i paesi cristiani, musulmani e alcuni insediamenti di ebrei. Le città più importanti mostrano mura di cinta da cui s’innalzano torri e bastioni. Tratti curvilinei di colore azzurro rappresentano i principali fiumi, mentre gli oceani, i mari e i laghi sono raffigurati con onde azzurre (tranne il Mar Rosso, che è del colore che gli dà il nome). I rilievi e le catene montuose sono figurati come prominenze brune o verdi, tranne l’Atlante in Africa, disegnato come un cordone dorato con tre punte alla fine. La geografia umana delle regioni meno conosciute dagli occidentali è data da coloratissime raffigurazioni di sovrani seduti sul trono e non mancano scene corredate da cartigli aneddotici e da informazioni etnografiche e religiose. Molte le raffigurazioni di vari animali esotici. Per la prima volta in una carta geografica, le informazioni sull’estremo oriente vengono desunte, per la gran parte, dall’opera di Marco Polo, di cui esisteva una redazione in catalano con cui alcune didascalie del Mapamundi presentano coincidenze evidenti. Il territorio dei tartari è rappresentato con dovizia di particolari e con una certa perizia riguardo alle dominazioni che vi si sono succedute. Anche l’area dell’Oceano indiano risulta dipinta con accuratezza, insieme alle innumerevoli isole che vi figurano. Tra le notizie vicine alla versione catalana del Devisement dou monde troviamo, alla tavola 12, quella sulla città di Gamalech e quella riservata a Kublai Khan. Notevoli similitudini si hanno anche nella collocazione di alcune vicende del Prete Gianni in rapporto ai territori africani di Etiopia e di Nubia (tavola 8). Rinviano ai racconti poliani la miniatura di una carovana di uomini che si recano con cammelli e cavalli nel Catai dall’Impero di Sara (tav. 10) e l’affine didascalia; quella dei musicisti che accompagna la cerimonia di cremazione di un defunto (tav. 11); dei popoli di Gog e Magog (tavole 11 e 12); dei pescatori di perle (tavola 9); quella infine che ritrae l’estrazione dei diamanti dalle montagne, utilizzando delle esche di carne atte a ricoprire i preziosi, che vengono poi raccolte e portate a valle da enormi uccelli (tav 11.), ma molte altre se ne potrebbero allegare. Con qualche allievo abbiamo realizzato l’edizione digitale di quest’opera meravigiosa: la si consulta qui.