Traduzione italiana
Proemi:
Quanto è grande il pericolo, quanto sono le preoccupazioni e le angosce per coloro che si affannano in amore.
Poiché, posto che alcuni amati dalla fortuna, dopo di infiniti infortuni, ammesso che alcuni siano arrivati al porto desiderato, tanti tuttavia sono coloro che ragionevolmente se ne dolgono che a malapena posso credere, che tra mille sventurati se ne trovi uno che abbia condotto la sua causa alla fine gloriosa.
E se per dritto giudizio sarà guardato il caso seguente, benché saranno molti coloro che diranno di volere che così con lo stesso modo fossero presi dai loro amori, tuttavia sapendo la certezza delle pene delle quali quella dolcezza amara è tutta piena, e non avendo certezza della fine se sarà prospera o avversa, si dovrebbero guardare di mettersi in questo amoroso anzi doloroso cammino.
Perciò vi voglio recitare quanto costò a un gentile cavaliere e a una nobile donna amarsi l’uno con l’altro, e come con grande fatica e a seguito di molti infortuni, dopo molto tempo conseguirono il guiderdone (italiano antico, parola che indica “il premio”: il cavaliere corteggia la dama e conquista dopo molto tempo il premio) delle loro fatiche.Llibre primer:
1
Molto tempo fa, secondo ciò che io ho letto, in Catalogna, un gentil uomo … chiamato (non sappiamo come era chiamato a causa di alcune lacune del libro), al quale fu dato più senno e grazia dalla gente, che non di quanto non gli sia stato donato di quei beni che agli uomini la fortuna comanda all’uso comune, perché era signore solamente di una casa (casa intesa come “casato”) bassa. E avendo una bellissima donna per moglie, chiamata Honorada, allontanatisi dai traffici della mondanità, poveramente e onestamente vivevano; tutto il tempo tuttavia si affannavano per acquistare la grazia del pio signor redentore, della cui cosa più di qualche altra avevano cura continua. E benché nella loro gioventù non avessero avuto figli, nostro signore Dio li volle consolare nella loro vecchiaia, e gli donò un figlio che chiamarono Curial, creatura per la sua troppa tenera età più bella che altre; e con lui il padre e la madre vivevano tanto contenti così come coloro che molto lo avevano desiderato. Il piccolo dopo pochi anni dalla sua nascita, morendo il padre, rimase orfano. La buona donna, la quale per il grande amore che portava a suo figlio non degnava di lasciar partirlo, anzi voleva che di quella povertà che da suo padre gli era rimasta si ritenesse contento, con se lo teneva. Nobile cuore tuttavia che si mette in molti uomini poveri, si mise in questo, e subito nella sua stessa infanzia gli fece annoiare di quella vita; poiché vedendo che sua madre non gli dava nessuna via di uscita, poveramente e a piedi fuggì. E se ne andò a casa del marchese di Monferrato il quale a quel tempo era giovane ragazzo e da poco tempo per la morte di suo padre gli era pervenuto il governo e la signoria della sua terra, e aveva una sorella più piccola di poca età chiamata Guelfa. Entrato dunque alla casa del marchese, il quale quel tempo stava in un suo castello chiamato “Pont de Stura”, si mise davanti fra cavalieri e nobili uomini e li guardava con attenzione, sperando che qualcuno di loro parlasse con lui; per la qual cosa, il Marchese uscito dalla messa trovandosi il ragazzino di fronte gli disse: “Di chi sei?”. Il bambino rispose “Signore, sono vostro”. Il marchese si fermò e lo guardò, e benché fosse costituito in tenera età, non di meno gli vide gli occhi molto splendenti e tanta bellezza nel suo volto che natura di più non poteva dare; per cui rispose subito: “E a me piace che tu sia mio. E rigirandosi ai suoi disse: “Per la mia fede non ho mai visto tal gentil creatura che mi piacesse cosi tanto.” E risponde: “ E tu sarai mio poiché a me ti sei donato, e lo saresti anche qualora ti fossi donato ad altri”. E domandandogli il suo nome, gli rispose di chiamarsi Curial. Lo fece vestire e mettere a puntino, e nella sua camera, al servizio della sua persona, lo tenne come cameriere. Curial crebbe in giorni e in assennatezza e in bellezza della persona in tanta singolarità che, nel comune proverbio della corte era caduto, che quando volevano parlare di una grandissima bellezza corporale, lo nominavano. E così, allo stesso modo, così come signore Dio gli aveva dato una bellezza corporale, insieme a quella gli donò la grazia di quanti occhi lo vedessero. Così nessuno lo guardava senza innamorarsi di lui.
2
In quello stesso tempo, il signore di Milano, il quale era un cavaliere giovane e gentile, aveva una sorella molto bella, chiamata Andrea. E sentendo la fama della bellezza della Guelfa, la quale senza alcuna comparazione superava in quei tempi la bellezza di tutte le donzelle d’Italia, nonostante fosse bambina che appena aveva compiuto 13 anni, si innamorò di lei e fece trattare che se fosse una cosa accettabile dal marchese di Monferrato, volentieri avrebbe dato al marchese la Andrea per moglie, caso che in cambio lui gli avrebbe donato la Guelfa. La qual cosa dopo lunghe trattative ebbe compimento. Perché il signore di Milano inviando la Andrea ricevette la Guelfa con grande piacere e gli apparve molto più bella di quanto non gli avessero detto. Perché cosi tanto si innamorò di lei e sinceramente, che nessun altra cosa non sentiva né vedeva, né aveva bene né riposo se non quando stava con la Guelfa. Questa donna era molto saggia, e soave, e temperata nei movimenti. E amando il suo marito oltre misura, lei si impossessò e si insignorì di lui, tanto che lui non faceva né ordinava alcuna cosa che prima la Guelfa non avesse saputo, e lei si comportava con tanta discrezione che era amata dal marito. Non era passato il secondo anno dal loro matrimonio che al signore sopraggiunse una grande febbre, la quale successivamente lo combatté cosi forte che tutti i medici gli pronosticarono la morte, fece un testamento, il quale ordinò in presenza di tutti i baroni. E volle che la Guelfa con marito o senza marito, fosse signora di Milano e dopo giorni, qualunque cosa avvenisse, fosse di colui o di coloro presso i quali a lei sarebbe piaciuto che pervenisse (cioè, concede la signoria a lei e ordina che dopo un tot di giorni, siccome una donna non può governare una signoria, possa passare a chiunque lei voglia), e così lui ancora vivente lo fece giurare ai propri vassalli e morì. Della qual cosa la Guelfa sentì un dolore immenso. Tuttavia donando luogo alla lunghezza del tempo le lacrime iniziarono a diminuire. Per la qual cosa suo fratello il marchese vedendo la giovane, tenera, ricca, desiderata da molti, temendo di qualche sinistro, la cominciò a sollecitare con lettere che le piacesse di venirsene in Monferrato colorando con maniere differenti la vera ragiona della sua venuta. La Guelfa che era obbediente e amava suo fratello sopra la sua stessa felicità, si mise in cammino e se ne andò a Monferrato in una città chiamata Alba dove era il suo fratello.
3
Benchè Curial fosse amato molto dal marchese lo serviva, tuttavia il marchese si era innamorato della moglie Andrea che non si curava di nessuno, anzi dimenticava tutte le cose. Perchè il detto ragazzo che aveva avuto una notevole entrata in casa di quel signore, per il medesimo detto signore che pensava solo a sua moglie era messo in oblio e non andava cosi favorito, ornato ne a punto come faceva prima che venisse l’Andrea => ci viene detto che il marchese era così innamorato della moglie, che trascura la servitù e, quindi, anche Curial. Perché trovandosi abbattuto e sfavorito non si metteva avanti come voleva fare, ma se ne stava appartato, di cui alcuni invidiosi delle quali tutte le case dei grandi signori sono iene, avevano molto grande piacere. Perchè il ragazzo così come quelle persone alla quali non mancava il senno, durante il tempo della sfortuna (cioè il tempo in cui era sfavorito dal signore) per non perdere tempo, apprese la grammatica, la logica, la retorica e la filosofia, e fu un uomo valido in queste scienze e ugualmente poeta molto grande, tanto che in molte gare poetiche si venne a sapere la sua scienza, divenne molto famoso e venne tenuto in grande stima.
4
La Guelfa, che era una giovane e alla quale non mancava nessun altra cosa se non un marito, trovandosi molto bella e molto lodata, ricca, favorita e ricca di ozio, richiesta da molti uomini e per molti sollecitata, vedendo che suo padre non si curava di darle marito, ne a lei sembrava cosa onesta chiederlo, non potendo resistere ai naturali appetiti della carne che con continue punture incessantemente la combattevano, pensò che se per fortuna amasse segretamente qualche valoroso giovane, finche nessuno se ne accorgesse, non sarebbe disonestà, e che questa cosa già era successa a più di mille altre persone; e ammesso che qualcuno attraverso gli indizi, volendo indovinare ciò che non hanno, se qualcuno se ne fosse accorto, non avrebbero osato parlare di una donna tanto grande come lei. E così dona licenza ai suoi occhi che guardassero bene tutti quelli che erano in casa di suo padre. E non avendo riguardo alla chiarezza del sangue né alla moltitudine di ricchezze, tra gli altri molto le piacque Curial, poiché vedendolo molto gentile della persona e gentile di cuore e molto saggio e assennato per la sua età, pensò che sarebbe stato un uomo valente se avesse il conchè (= soldi). Perché pensò di portarlo avanti e da qui in poi cominciò ad avvicinarsi e a gridargli e a parlare con lui molto volentieri.
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Questa nobile donna aveva un procuratore il quale teneva e riceveva per lei tutte le rendite di Milano, uomo molto saggio, discreto e valoroso, di 50anni, chiamato Melchiorre di Pandone. La Guelfa amava molto questo Melchiorre e affidava a lui non solamente le ricchezze ma anche tutti i suoi segreti. Per cui un giorno parlando lei con il detto Melchiorre di tutte le persone della casa del marchese, venne a loro a memoria di Curial, il quale Curial Melchiorre lodò molto, e maledì la povertà del giovane e la poca riconoscenza del marchese. Poiché gli sembrava che se quel ragazzo avesse un po di beni senza dubbio sarebbe divenuto valoroso; della qual cosa la Guelfa facendo mostra di avere compassione prese in carico di aiutarlo, e a dispetto della povertà farlo uomo. E subito ordinò al detto Melchiorre che se lo portasse a casa sua e senza rivelargli da dove venisse, lo mettesse in buono stato, e gli donasse dei soldi tanto quanto il detto Curiale avesse voluto o saputo spendere. Il detto Melchiorre che non aveva figlio né figlia e amava Curiale poco meno della Guelfa, lo prese per mano e avendolo portato a casa sua, gli parlò nel seguente modo:
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Curial io conobbi molto bene tuo padre il quale fu un uomo gentile e molto nobile e grande amico mio. Ho visto l’entrata che hai fatto in casa del marchese alla quale entrata il tempo non è succeduto secondo il modo che gli aveva dato il principio (la storia non è continuata come era iniziata, cioè allo stesso modo in cui ci si aspettava all’inizio), ne mi pare che si disponga a farlo, poichè il marchese non solamente ha dimenticato te, ma se stesso e tutti quelli della sua casa. E io vedendo che non ho figlio né figlia né parenti che aiutino a spendere ciò che Dio mi ha dato, ho deliberato se possibile, che le mie fortune nella mia vita, e io vedendolo, servano a qualcuno, ho deliberato comunicarti ora qualche parte dei miei beni, e qualora io veda che questi ossequi non si perde, ti farò signore, dopo i miei giorni, di un bene di gran lunga maggiore. E non lasciando rispondere Curial prendendolo per mano lo mise in una camera, e aprì una cassa grande piena del tesoro della Guelfa e gli disse: “Figlio mio vedi qui, una parte di beni; prendine a tuo piacere tanto quanto ti sembrerà che tu abbia bisogno per metterti in buono stato, e non pensare che siccome ora non puoi portarne via tanti quanti ne vorresti, che mai perciò questa cassa ti sarà vietata nel prenderlo un’altra volta; anzi tutto il tempo sarà pronta ai tuoi ordini e non prenderai oggi tanto, che domani non siano tornati, in maniera che non termineranno. Però, figlio mio sii saggio e guarda che gli stati vogliono essere graduali e bisogna salire per questa scala sociale poco a poco”. Il giovane turbato oltre misura di questa grande novità, non aveva coraggio di farsi avanti né osava prendere i soldi. Però il povero uomo prese di quella moneta e gliela donò tanta quanta poteva portarne e comandandolo a Dio, lo licenziò.
7
Curial tutto impacciato che appena trovava la porta per andarsene alla sua casa, tornò e iniziò a metter in atto ciò che l’uomo gli aveva comandato, e si vestiva molto bene, si comprò un cavallo (elemento distintivo tra persona di bassa condizione e persona di condizione elevata), e prese alcuni servitori in casa sua. E nonostante fosse già ben educato, non appena si vide crescere di stato, crebbe anche in virtù, e lasciata da parte l’altra maniera che soleva tenere, che pure era buona, diventò molto più prudente e atto (cioè capace di tutto), perché subito divenne molto bello cantatore e imparò a suonare strumenti, della qual cosa divenne anche molto famoso; e ugualmente cavalcare, trovare (=comporre poesia in musica), danzare, giostrare (=fare tornei) e tutte quelle altre capacità atte alle altezze che pertenevano a un giovane nobile valoroso. E poiché era molto bello nella persona e si comportava educatamente con grande delicatezza, fu tanto gentile che quasi tutta la corte del marchese che di altri non si faceva menzioni se non di lui, della qual cosa il marchese ebbe molto piacere. E penò che Melchiorre lo avesse adottato come figlio e gli avesse dato tutto ciò che spendeva. E la Guelfa vedendo il suo Curial crescere in bellezza e in virtù, sempre di più di giorno in giorno li si avvicinava e lo confortava a divenire migliore e maggiore, raccontandogli attraverso diverse novelle come gli uomini attraverso diversi accidenti, molte volte da povero stato vengono ad essere grandi uomini: e che a questa cosa li ha condotti il vivere virtuosamente, la qual cosa è nelle mani gestita, e maggiormente nelle mani di coloro ai quali Dio fa la grazia che la povertà non gli sia sotto i piedi. Melchiorre per ordine della Guelfa comunicava tutto il tempo con Curial e lo confortava nell’operare bene, donandogli ogni giorno denaro con grande generosità. E tanto quello si avanza, che tutti quelli della corte abbandonate le altre cose non parlavano di altro. E mentre che queste cose andavano cosi, i cavalieri anziani che la Guelfa aveva nella sua compagnia, vendendo curiale comunicare molto spesso con Guelfa e vedendolo crescere di stato e di maniera, ritenendo che ciò fece la Guelfa, presi per l’invidia parlano tra i denti:
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“Certo che questa signora ha molto cambiato maniera di vivere da qualche tempo a questa parte. Poichè questa era una delle donne più oneste del mondo e ora è tutta cambiata e non gli piacciono i consigli che le diamo né le piace la nostra compagnia, anzi fa del male e dona i suoi beni a quel taccagno di Curial, che le farà perdere l’onore ma anche la fama. E se questa cosa non è avvenuta dall’inizio fino a questo momento, questa malattia (= amore) prenderà grande crescita e noi che non ne sappiamo niente potremmo averne una punizione, punizione della quale saremo degni se non rendiamo conto al marchese di questa cosa”. E benché sopra questa cosa si soffermassero molto, tuttavia alla fine conclusero che prima di farne parola al marchese, guardassero attentamente se potevano vedere indizio di qualche disonestà e in quel caso lo avrebbero manifestato subito al marchese. Il quale marchese si avvicinava molto a Curial e a lui comunicava tutti i suoi consigli e i piaceri che aveva. E vedendo che sua sorella aveva piacere a chiacchierare con lui e della sua compagnia, ce lo mandava molto spesso, della qual cosa lei aveva consolazione. E quanto più glielo mandava, tanto più lei si scaldava del suo amore e si accendeva e viveva molto angosciosa purché lui non se ne accorgeva. E cosi lei diceva a Melchiorre che dubitava che questo giovane non fosse per caso un codardo. E ciò durò molto tempo, perché Curial che non sapeva né pensava che era la Guelfa a donargli tutto ciò che spendeva, teneva le sue attenzioni molto appartate rispetto a quelle della Guelfa e per altre via la sollazzava, attraverso parole piacevoli e burle. Ma che lui l’amasse mai glielo dava a intendere né mostrava nessun segnale che capisse che lei lo amava. Della qual cosa la donna innamorata portava una pena insostenibile. E cosi, penso un giorno che solamente la vergogna le toglieva i suoi piaceri; e che poiché non c’era nessuno / altro impedimento, lei lo pensava vincere e pensava di venire alla fine del suo desiderio. E stando immaginando in ciò cercando la strada di togliersi davanti quella crudele vergogna priva di avviso, il marchese inviò Curial alla Guelfa pregandola che andasse a mangiare da lui. La quale senza più deliberare si levò in piedi e facendo passare davanti a se tutti gli altri, lei e Curiale che la teneva sotto braccio, rimasero dietro, e vedendo l’opportunità, gli parlò in questo modo: “A povera me e com’è messo male il mio amore in te! Io meschina tanto tempo ti ho amato e ti ho donato io quello che hai ricevuto da Melchiorre e nel mio pensiero io ti ho fatto signore di me, dei miei beni e tu, più crudele di Erode, cosi come un ingrato disprezzi i doni che amore, più pietoso di te che tu medesimo, ti ha offerto. A carne da macello mai sentirai le parole pungenti che io tante volte davanti a te ho tratto dalla mia bocca! A vergogna, vieni, vieni da me e fuggi da questo insensato che sembra che mai abbia comunicato con qualcuno”. E dette queste parole a malapena riuscì a trattenere le lacrime. E già erano giunti alla camera del marchese il quale la ricevette molto allegramente e si misero a tavolo e cominciarono a mangiare. Tuttavia la donna pensando a ciò che aveva detto e pensando ancora come sarebbe stata intesa, a malapena mangiava, anzi diceva che si era appena alzata dal letto e che l’appetito di mangiare non le era ancora venuto. D’altra parte Curial comincio a pensare molto alle parole che aveva sentito, e avendo saputo che la Guelfa gli aveva dato e continuava a dare ciò di cui aveva bisogno, stette molto pensieroso. E desideroso di rispondere gli sembrava che quel pranzo durasse un anno. E nonostante stesse molto appartato, tuttavia guardava la signora, quando quelli che servivano la tavola e gli altri che stavano davanti si appartavano un pochino, e malediva tutti quelli che tra lui e lei si frapponevano. E quando quelli, per muovere la testa o in altro modo, facevano finestra , subito gli occhi di entrambi gli innamorati occupavano quel luogo e appena la finestra si chiudeva ogni piacere fuggiva via. E quindi stettero entrambi durante questo pasto che né lei mangiava né lui riposava. E nel petto gentile nel quale nessuna impressione di amoroso piacere era ancora entrata, subitamente si accese una fiamma infuocata la quale finche la morte lo prese non si potè spegnere. Il pranzo finì e sparecchiarono le tavole della qual cosa entrambe le parti furono contente. E dopo che la donna si fermò un po’, prese commiato da suo fratello, e alla sua camera, accompagnata da molte persone importanti, tornò angosciata. La quale disse a Melchiorre: “Dite a Curial che vi risponda alle parole che io gli dissi oggi” e girandosi verso Curial gli disse: “Parlerai con Melchiorre cosi come faresti con me”. Per cui Curial andò a casa di Melchiorre e parola per parola ciò che la Guelfa gli aveva detto gli rivelò; aggiustandosi a ciò che il tempo aveva che pensava che le cose stessero cosi e sperava in un momento in cui questa sua passione la potesse fare certa: e poiché nostro signore lo aveva portato a questo punto che il comandare era a lei. E che li supplicava che a ciò volesse accondiscendere e che potessero dare un ordine discreto a questo fatto; poiché mentre lui pensava che lei non fosse disposta a compiacerlo, sopportava la pena in una certa maniera, ma ora che tra i due mediante parole la cosa si era palesata, sarebbe stata molto più difficile sopportarla. Il nobile che erano già vari giorni a cui erano state dette queste cose capiva che quella entrata doveva avere questa uscita. ammonì pregandolo che fosse discreto e pieno di cautela e che in questa cosa c’era più bisogno di assennatezza che di nessun altra cosa, perché ciascuno si guardava in quello specchio. E già era molto invidiato e ora lo sarebbe ancora molto di più. Melchiorre tornando dalla signora gli disse che Curial non era nato se non per servirla e che lei ordinò che non avesse altro da fare che non obbedirle. Per cui la donna gli disse: “Melchiorre io mi sono messa in testa di fare questo uomo, perché mi sembra che lo meriti. E ho pensato che ci sono molti uomini che tutte le ricchezze del mondo non li farebbero buoni e solamente l’amore è sufficiente a risollevarlo in un giorno. E’ vero che la mia intenzione è farlo uomo però non intendo donare a lui il mio amore subito ma lavorare nel farlo prode e valoroso donandogli intendere che lo amo. Perciò la sera portatelo qui perché davanti a voi gli voglio parlare mettendolo nella strada della bontà”. Venuto dunque la sera, Melchiorre prese Curial con se, se ne andarono alla camera della signora, e quando furono davanti la camera lei iniziò a parlare e gli disse: “Curial ho deliberato di trasmettere a te tutti i miei tesori e senza dirti nulla ho dato inizio al tuo onore. È vero che io ti amo, e cosi come ti ho concesso i beni ti donerò altre cose quando a me sarà evidente che dovrò farlo, perché ti prego che tu voglia lavorare nel cercare la via attraverso la quale il tuo onore possa accrescersi. E non dubitare che mai ti manchino ideali. Però voglio che questa legge rispetti per me che tu mai mi chiederai il mio amore prima che io deciderò di donartelo. E d’altra parte ti avviso, e ricordatelo bene, che se tu in qualche momento dirai pubblicamente che sei mio servitore, mi perderai per sempre e ti priverò del bene che tu speri di avere da me. E da questo momento in poi non dire che non te lo avevo detto”.E prendendolo per le guance lo baciò comandandogli che tornasse a casa sua. Curial allegro senza misura, se ne andò a cada sua e quella notte quasi non riuscì a dormire; fu occupato di un inestimabile piacere. Però appena venne il mattino se ne andò ad ascoltare messa, e dopo andandosene verso il marchese i piaceri, burle e sollazzi, con lui tutto quel mattino consumò. E appena potè andò a vedere la Guelfa, la quale desiderava lui più che la propria salute; e così stette con lei un pò di tempo, e prese commiato e se ne tornò a casa sua. Gli invidiosi turbati non sapevano cosa fare né riuscivano a vedere alcuna cosa che fosse da riprender, se non la frequentazione dell’andare e venire, e ugualmente la crescita dello stato / della ricchezza di Curial che gli sembrava che uscisse / venisse da lei.
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Mentre queste cose procedevano per questa via, avvenne un giorno che Guelfa andando a pranzare con il marchese suo fratello, avendo messo davanti tutti gli uomini, avendo mantenuto solo Curial sotto braccio, lei muovendo il capo al detto Curial si avvicinò, e attesa a suo modo di vedere l’ora giusta che nessuno li avrebbe visti, gli dette un bacio: nel qual caso per sua sventura i due anziani girando gli occhi verso quella parte, videro solamente lo spostarsi delle teste di questi due che amore, senza rendersi conto di ciò che facevano, dolcemente li aveva fatti baciare. E non parlando ma mormorando, andarono fino alla camera del marchese. Però appena furono giunti se ne uscirono e pensando che avevano sufficiente occasione di mettere in opera ciò che avevano desiderato, deliberarono denunciarlo al marchese. E così tenuto un breve consiglio se ne andarono a mangiare e non tardando molto nel pranzo, tornati nella camera, stettero fin tanto le tavole furono sparecchiate e la Guelfa in compagnia di molti fu accompagnata alla sua camera. Perché immediatamente i due anziani presero il marchese da parte e uno di loro, detto Ansaldo, il quale era molo bravo a parlare e grande oratore, ottenuta licenzia dagli altri così parlò e disse:
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Signore prima che la mia lingua dica qualsiasi cosa, ti supplico che tu mi voglia ascoltare con orecchio pacifico, e che le cose che io ti dirò, per quanto pesanti, non ti muovano repentinamente a fare qualche cosa, finchè deliberatamente e guardato il tuo onore, il quale deve esserti molto caro, potrai operare. Noi per nostra sventura, che già piacesse a Dio fosse ancora da fare , siamo stati al servizio di Guelfa tua sorella, la quale per un certo tempo mentre le è piaciuto avere consiglio ha vissuto assai onestamente e a tuo onore, tanto che noi eravamo molto contenti pensando di donarti buon conto del suo onore. E crediamo che se a casa tua non fosse venuta, il suo vivere sarebbe andato di bene in meglio. Tu, ritenendo, di operare giustamente la facesti venire qui, alla qual cosa avevi il nostro consiglio favorevole, dicendoci che la successione dei suoi principi ricevesse miglioramento. E certamente sarebbe stato così se un demonio, che già piacesse a dio che dovesse ancora nascere, non si fosse contrapposto. Così è vero che noi duramente abbiamo sostenuto la disonesta e continua frequentazione di Curial con Guelfa, dicendoci che era preferibile non rivelare ciò che avevamo visto, e siamo stati molte volte vicini a dirtelo, ma pensando al tuo dolore, fino a questo momento siamo stati zitti. Dei suoi beni, i quali Curial prodigamente consuma e spreca, non abbiamo grande ansia, pensando piuttosto che supplisce la tua magnificenza. Ma ciò che oggi abbiamo visto, e pronosticando che ragionevolmente ci sarà di più, questa cosa ci ha completamente turbati. E se non fosse che giudichiamo che per il nostro silenzio, crescendo il male, crescerebbe il nostro delitto, ancora non aprissimo la bocca per parlare. Dicendo che oggi venendo a cenare con te, fece mettere davanti a lei tutti gli uomini che l’accompagnavano e anche noi che eravamo soliti portarla sotto braccio, e rimasti solo lei e Curial, mentre noi ci giravamo, vedemmo che si baciavano; della qual cosa avemmo intollerabile dolore, pensando che nella nostra vecchiaia siamo giunti fino a questo punto per essere dei ruffiani, la qual cosa non piacerebbe a Dio che noi nella nostra gioventù abbiamo ritenuto di aver ben vissuto, ora venga proprio un, non sappiamo chi, a rubarci la nostra gloria di onore e fama. E così ti pregiamo, ammoniamo e richiediamo, che tu tolga l’occasione mettendo da parte Curiale nel modo che ti sembrerà giusto, o ci scuserai, perchè rimanendo i fatti in questo modo, noi non possiamo più stare qui.
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Il marchese che era un uomo saggio, molto buono cavaliere, donando fede alle parole di Ansaldo, si mise a tremare e fu sul punto di muoversi immediatamente senza fare alcun altra deliberazione per fare qualcosa di strano a quei due amanti. Però l’altro anziano, il quale era chiamato Ambrosio, lo ritenne dicendo: “Signore non ti turbare per ciò che questo ti ha detto, ma ricordati che sei giovane e alcune volte, per quanto tu possa essere saggio, hai operato come una persona giovane. E se quei giovani sottomessi alle forze dell’amore, anzi follia hanno fatto o fanno ciò che non devono, in questo atto non fanno una cosa nuova; anzi molte volte persone molto più sagge di loro hanno fatto la stessa cosa. Perciò riposati e tempera i tuoi movimenti e pensaci bene, non lasciare la cosa senza una reazione, ma ti prego di fare tutte le cose con studio e consiglio, e che mille volte e più tu possa provvedere al tuo onore. E quelli che hanno alienato da se il loro onore non facciano perdere a te il senno, del quale il signore nostro Dio per la sua grazia tra gli altri giovani d’Italia copiosamente vi ha dato”. Il cui marchese non potendo più ascoltare i due anziani, mormorando e muovendo il capo, si partì da loro e entrando in una camera si chiuse dentro e si mise a pensare solamente a ciò che avrebbe fatto in questo caso. E cosi passò quel giorno che neanche quasi uscì dalla camera, anzi stava tutto turbato e pensoso dentro se stesso, varie cose pensando. Il giorno seguente, in compagnia di due cavalieri giovani forti e valenti e lo stesso Curial senza nessun altro, entrò in una chiesa e preso solamente da parte Curial gli parò nella seguente forma:
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“Curial fin qui io ti ho amato molto e ti ho portato in alto / messo davanti a tutti quelli della mia casa, pensando che il mio onore fosse nelle tue mani e per questo ti sommettessi ad ogni pericolo. Ora mi è stato detto che tu ami molto più i tuoi piaceri che non il mio onore, del quale sono molto meravigliato. E devo pensare che la Guelfa è mia sorella e io devo avere sentimento di tutto ciò che viene fatto contro il mio onore nella persona di lei. E se io come uomo volessi operare in questa cosa, prima che ti allontanassi da me ti farei puzzare la sua bocca la quale ieri, venendo da me a pranzare, baciasti. E tanto come da m e hai ricevuto favore, onore e profitto, tanto più mi dovrei incrudelire con te. Però pensando che nella mia casa da piccolo infante fino a questa età ti ho nutrito, non voglio così d’un tratto disfare la fattura delle mie mani. Però preferendo tenerti più lontano che vicino, ti dico, che in questo momento da tutta la mia terra, tu debba allontanarti senza mai fare ritorno, e cercare in altre parti di condurre a un miglior porto la tua giovinezza più di quanto abbia fatto io con la tua infanzia.” Curial che in questo non pensava, sentì immediatamente nel suo cuore un dolore molto grande e in un momento gli vennero alla memoria diverse cose, e pensò che qui gli conveniva essere uomo. Perchè con la faccia sicura e per nulla turbata, subito rispose: “Signore, non sapendo chi di questo ti ha informato, appena so rispondere, ma per provvedere a la mia vera e semplice difesa, e poi se la qualità degli accusatori lo richiederà seguendo quella queste due mani, mi renderanno libero dall’accusa che a me con grande torto è stata falsamente imposta. E in questo tu potresti essere un vero giudice e se lo volessi, volendo conoscere quelli o quelle che te lo anno detto se fossero presi d’invidia o per ingraziarti a te, perchè io non sapendo chi sono non lo so pensare. La Guelfa, la quale è tua sorella, credo che sia una donna valorosa e in questo momento non la intendo scusare, perchè davanti a te non ce n’è necessità. Dico, che se sono cavalieri o uomini gentili o uomini tali ai quali pertenga la presente risposta, che mentono falsamente per le gole, e io li combatterò corpo a corpo, uno dopo l’altro, fin quando io da questo biasimo a tuo giudizio sia libero. Da qui in avanti se tu mi hai fatto avanzare, io penso che dal momento che mi so riconoscere, ti ho ben servito e intensivo servirti molto più da qui in avanti. Il mio allontanarmi dalla tua casa non mi duole, lo fa l’allontanarmi dalla tua persona, la quale ho amato e amo con tutto il mio cuore avendomene data ragione. Però vivo sicuro, che dove che io sarò tu potrai usare del mio servizio nel modo che fino ad adesso hai fatto e molto meglio”. Il marchese sentendo queste parole, gli cadde nel cuore che questo potesse essere l’invidia di quegli anziani, perché veramente non poteva credere che Curial facesse un tale errore e replicando disse: “ Ora vattene Curial, il grande amore che io porto, mi spinge, richiedendomi che io lasci andare queste parole e altre cose, e che sopra ciò più avanti non si faccia. Perchè ora sia vero oppure no, io lo voglio avere per non farlo. Ma ti prego che se con verità sei stato da me accusato, ti guardi da qui in avanti che tu non cada in tal follia. E se per fortuna non è vero, così ugualmente ti voglia guardare di donare modo di parlare di te in modo tale che io in difesa del mio onore e della mia vergogna, non abbia a fare cose che mi dispiacerebbero. E per tutte queste parole, non pensare di essere retrocesso in niente nel mio amore, anzi con quella stessa faccia, con quello stesso comportamento con cui fino ad adesso sei stato trattato, lo sarai da qui in avanti, così però quel andare e venire dalla camera di mia sorella lo abbia per scusato se non che ci andassi in mia compagnia”. E girando la schiena non volle più ascoltare, anzi insieme se ne andarono, e per nascondere la cosa e affinchè gli anziani capissero che lui teneva in poco quello che gli avevano detto, come arrivò l’ora di pranzare, ordinò a Curial che si mettesse la tavola, e lo fece pranzare con lui, della qual cosa gli anziani si turbarono molto, furono tristi e si ritennero abbattuti. Però come se fossero uomini di grande astuzia e non avessero smesso se non di tacere, dissimularono la cosa sperando quale uscita avessero questi fatti. La Guelfa per via di Melchiorre sentiva tutte le cose, e fu molto vicina a litigare con suo fratello e tornarsene a Milano. Però alla fine decise di tacere e di dissimulare, pensando che la cosa non sarebbe andata oltre, anzi si sarebbe messa a tacere e sarebbe stata messa nell’ oblio. Però sosteneva una terribile angoscia perchè il suo Curial non andava alla sua camera come era solito fare. Ma lui continuava a giostrare, la qual cosa lui faceva meglio che qualunque altra, e lei tutto il tempo lo guardava. E quanto più le veniva tolta la possibilità, tanto più il suo amore si accendeva e si riscaldava; e nei gironi in cui Curial non giostrava, passava tutto il giorno a giocare a palla davanti al palazzo ed era continuamente osservato e visto da lei.
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Non passarono molti giorni che essendo il marchese, sua moglie e sua sorella in una villa detta Casalo, arrivò dalla Germania un araldo che cercava un cavaliere che in pellegrinaggio a San Giacomo di Galizia era andato e si trovava lì in una locanda dove giaceva gravemente malato, e gli donò una lettera della duchessa d’Austria che diceva de da quando lui era partito per fare il suo pellegrinaggio lei era stata accusata di adulterio, il quale dicevano che aveva commesso con lui, per la qual cosa il duca, suo signore e marito la aveva condannata a morte. Però le suppliche della regina d’Ungheria, che era sua cugina germana (cugina di primo grado) era, aveva ottenuto che se lui con il quale era accusata dell’adulterio, facesse una battaglia con il suo corpo e con un compagno, contro due cavalieri che L’accusavano avesse voluto difenderla, vincendo la battaglia sarebbe libera, in altro modo la sentenza sarebbe stata eseguita, secondo cui lei sarebbe stata bruciata e sarebbe morta con grande ingiustizia . Il cavaliere che era molto valoroso, ricevuta la lettera e trovandosi gravemente malato e sul punto di non poter soccorrere la duchessa, sentì della presente un dolore inestimabile nel suo cuore. E quasi fosse uscito di senno cominciò a gridare grandi urla e a fare il più grande e maggiore lamento del mondo. Finirono queste novità nelle orecchie del marchese, perché il marchese subito accompagnato da Curiale e da molti altri della sua casa andassero a vedere il cavaliere, il quale trovarono molto triste e sconsolato, e dopo che lo ebbero salutato gli chiesero da quanto tempo era malato e come si sentiva, e se avesse bisogno di qualcosa. Il cavaliere malato sentendo ciò cominciò a lamentarsi gravemente e rispondendo disse: “Il male che io ho è questo che oggi mi è venuto, al quale per mia sventura non posso supplire. E subito fece leggere la lettera che quell’araldo gli aveva portato. Il Marchese sentendo ciò cominciò a consolarlo, però la consolazione che gli offriva non era nulla rispetto al dolore ce lui sentiva, e dopo molto tempo, il marchese se ne andò parlando tutto il tempo di quel caso e dolendosi molto della duchessa, la quale era una donna molto valorosa. Il cavaliere non appena il marchese se ne andò da lui chiese ad alcuni che erano andati a visitarlo, chi fosse quell’uomo che stava vicino al Marchese, e gli fu risposto che era un gentil uomo molto valoroso chiamato Curial, e in gran segreto gli fu detto come pochi giorni prima era stato accusato di un fatto come il suo, con tutte le circostanze che eran accadute su quel fatto. Il cavaliere rimase in silenzio maledicendo in cuor suo tutti coloro che in queste cose si intromettono.
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Poichè Curial aveva accompagnato il Marchese, tornò segretamente dal cavaliere malato, e parlando con lui di molte cose, l’araldo si mescolò nella conversazione e disse: “Ahi, che grande danno sarà che una tanto nobile signora come quella, due uomini malvagi per invidia facciano morire. Il cavaliere sentendo ciò cominciò a piangere amaramente, e si lamentò tanto gravemente che Curial essendo presente, commosso dalle lacrime del cavaliere, pianse similmente, e disse: “cavaliere, io non vi conosco, nè conosco questa signora la quale dite essere ingiustamente accusata, però se così è come voi dite e se gradite la mia compagnia, volentieri sarei vostro compagno in una tale impresa come questa: del quale cavaliere li fece molte grazie, e accettandolo per compagnia, giurò che quell’infamia era stata imposta contro Dio, la giustizia e buona verità, e che Dio sapeva ce lui ne lei avevano colpa. Allora Curial replicò. “Cavaliere, sforzatevi bene e recuperate la vostra salute, perchè poichè le cose stanno cosi, io presto con voi e senza voi, come il caso lo richiederà, difenderò l’onore di questa signora e il vostro. E preso commiato tornò alla sua dimora, e tramite Melchiorre fece sapere tutto alla Guelfa, lei ne ebbe grande piacere, e subito ordinò a Milano armaioli e fece preparare arnesi per Curial e per il cavaliere
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Il cavaliere malato si sforzò e in pochi giorni recuperò la salute. E Curial fece fare livree, paramenti molto ricchi e altre cose per la giornata, e prima che arrivasse il momento della partenza tutto fu pronto. Il Marchese lo confortò molto a operare bene e gli donò dell’argento e Curial lo prese anche se non ne aveva bisogno. La notte seguente, la Guelfa ordinò a Melchiorre che, segretamente e di nascosto, le conducesse Curial: arrivata l’ora, Melchiorre con Curial andò in camera della Guelfa, i quali la Guelfa allegramente accolse, e domandò a Curial in che modo si fosse preparato, e Curial le raccontò tutto per filo e per segno, lei quasi perso tutto il colore così gli cominciò a dire: “ Curial, poco bisogno hai tu degli ammonimenti di una donna debole e di poco valore come sono io. Solamente voglio ricordarti che sei mio, e che io altra cosa in questo mondo non desidero se non il tuo avanzamento e la crescita del tuo onore, perchè io non vedendo altra via per la quale tu possa meglio avanzare se non questa delle armi alla quale nostro Signore Dio ti ha portato, ho sostenuto con pazienza, non però senza grande dolore del mio cuore, che tu ti sia offerto liberamente a fare questa battaglia. E tanto come è maggiore il pericolo e la paura tanto è maggiore l’onore che ne seguirà Hai intrapreso una giusta causa, e la fortuna ti è stata favorevole, che combatterai per una delle più nobili donne del mondo e più valorosa, secondo quello che ho sentito, la quale con quel cavaliere è stata accusata con ingiustizia. Mi venga meno il cuore che se da ciò, come io ho speranza in Dio, non uscirai con la tale reputazione che d’ora in poi nessuno oserà parlare male di te o di me, considerando vero che chi l’onore altrui difende con doppio cuore difenderà il proprio. Pensa che sarai davanti a molti re e principi e che le più nobili del mondo ti guarderanno. Scrivimi spesso e fa che io sappia ogni cosa tramite uomini fidati. Non mi fare morire dal desiderio di sapere notizie da te: non temere che ti manchi qualcosa, perchè io dubito che tu osi spendere quanto Melchiorre ti darà”. Mettendogli un molto ricco diamante alla mano e con le labbra già bagnate di lacrime lo baciò, e raccomandandolo a Dio gli disse che se ne andasse. Curial voleva rispondere ed era già con la bocca aperta per parlare, lei disse: “Va, non dirmi nulla: ricordati di me”. E così come lui sospirando girò la faccia e se ne andò, lei stava a guardarlo tutta ferma: però come lui si allontanò il cuore le venne meno e cadde quasi priva di vita a terra, al soccorso della quale tutte le sue donne vennero e con molti rimedi la rianimarono, e a forza di braccia la misero nel suo letto. Curial molto addolorato e triste, tornò alla sua dimora piangendo. Pensi ciascuno quanti pensieri e quante varie preoccupazioni abbracciarono quella dolorosa notte i due amanti. La quale dopo che fu passata e venuto il giorno, il cavaliere tedesco, chiamato Jacob di Claves, si alzò di buon mattino, e preparò tutta la sua gente, montò a cavallo e se ne andò alla dimora di Curial, il quale era già a cavallo, e non aspettava altro che il Marchese che gli fatto dire di attenderlo perchè voleva uscire con lui: il quale arrivato, si misero in cammino. La guelfa che sentì suonare le trombe domandò che rumore fosse quello e le fu detto che Curial partiva accompagnato dal marchese e da molta gente nobile e che già erano fuori dalla villa, pero che bene poteva vedere da quelle finestre. “Ah triste io”, gridò la guelfa “e chi potrebbe guardarli senza scoppiare”. E benché fosse donna di grande cuore e sapesse nascondere molto bene le sue passioni, in questa separazioni non seppe trattenersi, anzi molte parole scomposte disse. Però tanto senno ebbe che fece uscire tutte quelle che erano nella sua camera e tutta sola pianse a lungo il suo dolore: più nella virtù del suo valoroso Curial e della buona giustizia della Duchessa aveva grande speranza. Chi volesse raccontare / recitare tutte le cose della tristezza dei due amanti minuziosamente, renderebbe il libro molto grande, però per essere breve lo tralascerò: solamente reciterò ciò che mi sembra necessario volendo scrivere a vostra consolazione e piacere.
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Non appena a Curial fu chiaro che il marchese si fosse allontanato abbastanza si girò verso di lui e disse: “Signore, tornate ci avete fatto abbastanza e molto onore”. Il marchese disse allora: “Curial, io prego Dio che ti lasci tornare con quell’onore che tu desideri”. Perchè preso commiato gli uni dagli altri si separarono. E così i cavalieri vennero continuando il loro cammino verso il regno d’Ungheria, e siccome avessero camminato per quello alcuni giorni, un giorno entrando per una città, venuti alla piazza videro molta gente radunata, e domandando che gente fosse quella, gli fu risposto che un vecchio cavaliere stava per essere decapitato, perchè lo accusavano di aver fatto uccidere malamente e falsamente in un cammino un cavaliere molto valoroso, il quale in quella stessa piazza era morto. Curial domandò: “Si può provare che sia stato lui a farlo uccidere?” Gli risposero di no: però prove che tra loro ci fosse un’inimicizia e quel cavaliere morto non avesse altri nemici, e che il vecchio molte volte aveva minacciato di farlo uccidere: ora lo accusava di un fratello morto il quale era un cavaliere molto valoroso. Era vero che il cavaliere accusato aveva due figli i quali, da poco tornati dalla Boemia, non osarono rispondere all’accusatore, il quale offrì di farsi conoscere per battaglia a tutti i cavalieri che contro di lui fossero voluti entrare in campo, e i figli, come codardi cavalieri, non osarono rispondere”. Allora, disse Curial al suo compagno, facciamoci avanti e vediamo se per fortuna possiamo mettere alcun rimedio alla vita di questo uomo. Rispose Jacob: “ Che cura abbiamo noi dei fatti degli altri? Abbiamo cura dei nostri e faremo abbastanza”. Disse Curial: “Se Dio mi da onore, volentieri mi intrometterei in questo fatto per vedere se potessi fare alcun bene, in modo che questo uomo indebolito la sua vecchiai non sia disonorata. E mettendosi avanti salutò il pretore che stava facendo eseguire la sentenza e non sperava altro che il pretore facesse la confessione. Il pretore vedendo gli stranieri, desiderando onorarli, si avvicinò e gli ricambiò il saluto. E Curial subito disse: “Che ha fatto quest’uomo perchè lo vogliate far morire cosi?” Poiché volendo rispondere il pretore, il cavaliere accusatore disse: “Ha fatto uccidere con tradimento mio fratello che giace qui davanti a voi. Rispose il vecchio “Menti per la gola perché io non ho fatto uccidere nessuno, né so nulla della sua morte, anche se lo avrebbe meritato. E se io fossi ancora quello che ero un tempo, ti farei rimangiare. Aperrin e Hans, non siete voi miei figli, io morirò dunque con la fama di assassino. I due cavalieri giovani suoi figli che qui erano, temendo la forza dell’accusatore che era molto potente e famoso nelle armi, tacevano, ma certo i loro occhi non erano asciutti, perchè Curial disse. “cavaliere, per amor di Dio, abbi pietà di questa vecchiaia. E che avrai fatto quando avrai fatto morire questo cavaliere che non si può difendere? Posto che sia mal meritevole, la qual cosa lui nega, maggiore vendetta è il tuo perdono che non ciò che fai fare, tenendo davanti a te i suoi figli, i quali per paura di te non osano difendere il loro padre. Il cavaliere rispose che lo dispensava dal parlare perchè non avrebbe cambiato nulla. “Se Dio mi aiuta disse Curial, voi avete poca parte con Dio e meno con l’onore della cavalleria, la quale vi insegna che giudiziariamente uomo che abbia offeso non sia perseguito, molto meno quelli che non abbiano offeso. L’altro rispose: “Cavaliere , sono molto meravigliato da voi e da ciò che dite, però più tanta cura avete dei fatti che non vi riguardano, e vedete i suoi figli che non vogliono difenderlo, prendetelo voi che io vi concedo del tempo per armarvi e combattere e e allora saprete che cosa significa combattere contro il diritto. Quanto a ciò che dite che per me non sia onorevole menare questo fatto per giustizia, io non posso fare altro: certo vorrei che egli fosse in età tale da potergli domandare conto in un altro modo; ma poichè questo mi è stato tolto, e i suoi figli non soddisfano; prendo la vendetta che posso non quello che vorrei. E certamente è maggior vergogna per una stirpe avere un parente moto per giustizia che cento morti per battaglia.
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Il cavaliere vecchio che udì queste parole disse: “A uomo valoroso chiunque tu sia, abbi pietà della mia vecchiaia: sappi che nella mia giovinezza ho combattuto molte battaglie difendendo non la mia causa, bensì quella altrui: perchè se hai qualche debito con l’onore della cavalleria ti prego che ce lo mostri, perchè io giuro così come un cavaliere, che in ciò di cui sono accusato non sono consapevole”. E come Curial si volse già facendosi avanti per offrirsi alla attaglia, Jacob de Cleues il suo compagno lo sgridò dicendo: “Che è questo fratello mio? E sei nato nel mondo per emendare tutte le cose di armi che vedrai non essere ben fatte? Stai sicuro e lascia fare la giustizia, perchè la giustizia non vuole fare torto alcuno, e il pretore non lo condannerebbe se prima non fosse certo che questo lo abbia meritato”. Il cavaliere vecchio gridò: “A Jacob io ti conosco bene: e non puoi pensare che togliendomi l’aiuto di questo uomo gentile mi togli la vita? Possa nostro signore Dio aiutarti il giorno della battaglia che intendi fare, così come tu ora nella mia. E se tale cavaliere fosse come credi di essere, non dovresti sperare che questo si metta davanti a te per difendere la mia causa, perchè tu vi sei obbligato per molte ragioni le quali ora non ho tempo di dire, ma io prego Dio che ti punisca per la tua ingratitudine. E tu gentil uomo, avendo misericordia della mia vecchiaia io ti supplico che se mai desideri con onore tornare davanti gli occhi che desiderano vederti, voglio mostrarti qui la tua virtù, e con il valore della tua persona la quale vedo disposta a tale caso come questo, più che altra che io mai vedessi, tu voglia prepararti a difendere la mia giustizia, perchè quello che di ciò ti vuole rimproverare, io confido in Dio che non passeranno molti giorni che avrà bisogno dell’aiuto che io a te così chiedo, e desideroso del soccorso che a me vuole togliere si vedrà in terribile angosci”. Ribollì il sangue nel cuore di Curial sentendo queste parole, perchè guardando l’accusatore nella faccia disse: “Cavaliere, prego te per bene e per quell’onore che in te è che voglia lasciar vivere questo uomo cavaliere, il quale ancora che tu voglia, poichè è già di età di ottanta anni non può vivere lungo tempo. L’accusatore rispose che non farebbe nulla, perchè Curial cambiato dalle preghiere in collera gli disse “Vediamo d’un que che cosa gli domandi”. “Io gli domando la morte di mio fratello, il quale ingiustamente deve uccidere in una strada”. E girandosi Curial all’uomo gli disse: “E voi che rispondete?”. “Che mente per la gola e se avessi buoni figli essi mi difenderebbero. E così vi richiedo come un uomo gentile che siate voi a difendermi da questo grande torto che mi demandano”. Curial dunque rispose: “E io con l’aiuto del nostro signore Dio e della sua preziosa madre vi difenderò”. E girandosi verso l’accusatore disse: “Ora vedete che poichè Dio ne la Vergine Maria contro voi non hanno voluto pregare, la mia lancia e la mia spada vi pregheranno e vedremo se le obbedirete, e dunque mettetevi in armi, poichè io difenderò la verità di questo uomo”. Jacob de Cleues che udì che Curial aveva accettato la battaglia disse: “ Curial, percè prometti ciò che non puoi compiere? Poichè voi sapete che voi ed io tra poco tempo dobbiamo fare una battaglia all’ultimo sangue con due cavalieri e voi mi avete promesso così, e ora vedo che volete fare questa battaglia, e dico voi che se cento corpi aveste, volendo fare come avete cominciato, non ve ne resterebbe uno per la mia giornata, tanti potrebbero esserlo gli inconvenienti che ci darebbero assalto durante il cammino: perciò vi richiedo che lasciate ciò e veniate con me, e fatto ciò che dobbiamo fare potrete difendere questo uomo, il quale io medesimo difenderei se io non fossi già prima in un altro luogo obbligato”. Curial rispose: “Jacob io vedo chiamante che se in questo momento questo uomo non sia sostenuto lui è morto, e il suo fatto non sopporta dilatazione, e sono obbligato ora a difenderlo: e dovrei ora venir meno alla mia parola? Piuttosto muoia io. E’ vero che il diretto d’armi non lo permette, pero lo domanda la necessità e l’anima di questo uomo che ancora non vorrebbe uscire dal corpo, e finalmente ti dico che ciò che ho presente è a me primo. E così ti prego dunque di darmi luogo affinchè io liberi questo uomo e subito ti seguirò”. E continuando disse: “Pretore, prego voi che concediate a questo uomo tanto spazio di vita quanto durerà questa nostra battaglia, e se per fortuna nostro signore e il suo buon diritto lo aiuteranno, gli vogliate restituire il suo onore e fama, i quali quel cavaliere insieme con la vita li vuole togliere.” Rispose il pretore essendo contento. L’accusatore si andò ad armare, mormorando e dicendo che per fortuna varrebbe meglio tenere il suo cammino e fare il suo viaggio, che intraprendere una battaglia che non gli apparteneva.
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Curial con maggiore angoscia di quanto dire non si possa, se ne andò correndo alla sua dimora e rapidamente e con forza dispiegata le sue armi, si fece armare, e avendo un forte e molto bello cavallo montò sopra per andare alla piazza. Curial sebbene fosse straniero fu molto bene accompagnato cosi dai suoi stessi uomini come dai parenti e amici dell’uomo. Era questo Curiale, secondo in altri luoghi e già detto, uno dei più bei gentili uomini del mondo: e dispiegò il suo stendardo, il quale era grigio e nero, mezzo diviso da un leone d’argento rampante, che attraversava con i due colori dello stendardo: e similmente portò un elmo molto bello e ricco con un leone che aveva nelle mani un uccello; alcuni dissero che era un’aquila, altri un nibbio. I cavalieri giovani, figli dell’uomo, furono pronti a prendere l’uno lo stendardo, l’altro l’elmo, ma Jacob gridò: “Lasciatelo cavalieri senza vergogna: io prego Dio che vi veda morire di mala morte, poichè la vostra malvagità e gran codardia mettono in pericolo tutte le mie imprese! Meglio vi starebbe prendere le armi e combattere per la liberazione di vostro padre!” E subito consegnati lo stendardo e l’elmo a due cavalieri della compagnia di Curial, accompagnati da menestrelli e trombe, mostrando grande allegria se ne andarono verso la piazza. Il pretore come vide venire Curial, lo guardò e fu molto meravigliato di come fosse venuto così prontamente e disse: “E io prometto a Dio che ancora mai vidi un cavaliere tanto ben seduto in sella come questo. O Dio! E perchè non mi avete fatto tale?” E seguendo disse al vecchio cavaliere: “Se Dio mi dà onore, di molto siete tenuto al signore Dio che in un caso tanto stretto vi ha soccorso in tal modo”. L’accusatore, che era chiamato Harrich Fonteynes, era già nel campo e con grande furore mostrava di prendere questo fatto grande dilatazione. E quando vollero partire. Jacob de Cleues si mise avanti e disse: “Harrich, tu vedi che quel gentile uomo ha Dio dalla sua parte, poichè la tua offerta di pace che tu hai disprezzato: io prego per nostro signore Gesù Cristo, che perdona la sua morte, che tu ti ritiri da questa contesa, maggiormente perchè non è vero che l’uomo abbia fatto morire tuo fratello. E se per Gesù Cristo non lo fai, avrai Dio per nemico, e quel cavaliere che hai davanti”. Harric mostrò molto maggiore furore che prima, e pensava che la paura li facesse parlare così. Gli araldi iniziarono a gridare. Ill pretore fece suonare la sua tromba, perchè tutti si allontanassero, e i cavalieri cominciarono a muoversi l’uno contro l’altro. Era quel Harrich Fontanyes un assai bravo cavaliere e molto forte, e si fidava molto della sua cavalleria, e donando speroni correva verso Curial, il quale contro lui andava ferendo con speroni con tutta la sua forza, perchè incontrato Harrich a Curial per lo scudo, in quello la sua lancia si ruppe, ma dalla sella non cadde. Curial, che era di molta più forza e virtù, avendo una grossa e molto forte lancia nella mano lo ferì di tal virtù, che dal cavallo lo fece cadere, e la caduta fu così grande, che Harrich si stordì tanto che non muoveva ne piede ne mano, tutti credevano fosse morto. Tuttavia nulla dissero, anzi speravano ciò che Curial avrebbe fatto: il quale come vide che il cavaliere non si muoveva, scese dal cavallo, e levandogli l’elmo dalla testa, lo vide come un morto, e osservò per una grande ferita, dentro la quale il cavaliere ricordò e si vide a terra e tra le mani del suo nemico. E nonostante facesse tutto il suo potere per rialzarsi, tuttavia vanamente si affaticava, poichè Curial gli stava sopra con la spada in mano, e se si rialzava lo minacciava di morte. Dunque disse Curial: “Harrich, sà Dio che io non desidero la tua morte, poichè non mi hai offeso in alcuna cosa, e ti prego che tu faccia libero quell’uomo che è nelle mani del boia a grande vergogna di quanti cavalieri e gentili uomini lo guardano, e maggiore per te stesso, se con giusto giudizio lo volessi guardare. E cosi ancora torno a pregarti, poiché le preghiere di un uomo che la vita o la morte può donarti devono essere ascoltate, che tu voglia ritirarti da questa contesta, e pensa che non è mancanza di cavalleria, ma la tua cattiva giustizia, che ti ha condotto f ino a questo punto. Harrich credendo di avere cattivo diritto e temendo la spada dell’altro che gli stava sopra il capo, rispose: “ Cavaliere, io per amore tuo voglio avere l’uomo per libero, poichè credo certamente che non sia tenuto a nulla, perchè se io avessi buon diritto, ne tu ne altri mi potreste vincere”. I fedeli, che avevano sentito queste cose corsero dal pretore, il quale subito venne e sollevò il cavaliere, che giaceva, e liberò l’uomo: e quindi trasse dal campo i cavalieri, andando prima Harrich de Fontanyes e poi Curial e il pretore. Grande fu l’onore che il pretore fece quel giorno a Curial, ma maggiore era il piacere che Jacob de Cleues ebbe, pensando che avendo tal compagno in difesa della duchessa, la battaglia si sarebbe conclusa a suo onore. Che vi dirò dell’uomo chiamato Messer Auger Bellian? Lui se ne andò da Curial e si mise in ginocchio davanti a lui per parlargli: ma Curial non lo sopportò anzi lo sollevò e disse: “Signore cavaliere, io prego Dio che benedetta sia l’ora che voi siete venuto qui, poichè certamente se non foste venuto, ora la mia testa non sarebbe sulle mie spalle. Io ho in questa regione abbastanza grande e molto buona eredità, della quale fin da ora e per sempre voglio che siate signore. E poiché questo è una cosa molto piccola rispetto a ciò che per me avete fatto, prego nostro signore che voglia ricompensarvi, poichè io non ne sono capace. Curial con una faccia molto allegra gli rispose: “Messer Auger, non ho cura della vostra eredità: sia in nome di Dio vostra e dei vostri figli, e io sono assai e molto contendo dell’onore che la vostra buona giustizia mi ha fatto in questa giornata; e così siate a Dio raccomandato, perchè non viglio che per questo mi siate in nulla obbligato.” E fatta piegare le sue armi il giorno seguenti se ne partì ma certo il pretore non fu negligente anzi si alzò di buon mattino, entrato nella sua compagnia gli disse: “Gentil uomo, io prego per quel bene e per quel onore che è in te, che tu voglia consentire che io vada nella tua compagnia in questo viaggio che fai. E se il caso lo dovesse richiedere mi voglia far partecipe dei tuoi onori, poichè io conosco certamente che un cavaliere che sia nella tua compagnia non può avere se non onore in qualcuno luogo vada”. Allo stesso modo Messer Auger lo pregò che lo ricevesse come servitore, poichè per nulla al mondo lo avrebbe lasciato. Curial molto contento della compagnia li prese e molti altri con lui andarono per vedere la battaglia, ai quali egli dava tutto ciò di cui avevano bisogno, così che quando giunsero dove era l’imperatore, erano gente grande e molto bella.
19
Tanto andarono per le loro giornate che finirono all’imperatore, il quale sapendo che Jacob de Cleues veniva per difendere la duchessa e conduceva nella sua compagnia il gentile uomo che aveva vinto la battaglia, ebbe molto grande piacere, e molti duchi e principi andavano da loro per rendere loro onore, ma per desiderio di vedere Curial che per altra cosa, dato che aveva fama del più bello e miglior uomo d’armi del mondo. Grande fu la festa che fu fatta quel giorno: ma l’imperatore era vicino a Curial e non poteva smettere di guardarlo, e domandò della sua battaglia, e per l’uomo fu tutto il caso recitato; della quale relazione mostrando Curial vergogna, quasi guardava … in faccia. Allora Jacob de Cleues in presenza di molti signori disse all’imperatore: “Signore, io ho saputo attraverso questo araldo che la duchessa d’Austria è stata accusata da due malvagi uomini di adulterio, e per questa ragione il duca, credendo troppo leggermente, la condannò a morte. Perchè io e questo compagnino mio che qui è con l’aiuto di nostro signore Dio, e confidando nel buon diritto della duchessa, siamo pronti a difenderla; perciò vi supplico, vi chiedo misericordia che la battaglia si faccia davanti a voi, perchè non è ragionevole che il duca ne possa essere giudice e parte”. L’imperatore rispose: “Jacob, la battaglia si farà davanti a me; e io farò venire qui la duchessa e gli accusatori e ancora il duca. E ora scriverò al duca che venga dal continente, conducendo in sua compagnia la duchessa, e similmente coloro che l’accusano, e siano davanti lui per il giorno di San Marco, che è a 25 giorni d’aprile, perchè qui c’erano due cavalieri che volevano difendere attraverso la battaglia l’onore della duchessa”. Il duca fu molto contento, e per il girono assegnato fu davanti l’imperatore, accompagnato da molti baroni e altra gente nobile. Dentro il quale tempo per Curial si mostrò molto, cosi nell’ornarsi, come in conviti e molto grandi feste, nei quali largamente spendeva, e similmente nel mantenere grande stato e nei molti doni che donava; in modo che era tenuto in stima molto grande. L’imperatore fece costruire la piazza dove la battaglia si doveva fare, molto bella e grande, circondata da luoghi per guardare, perchè i signori che per guardare la battaglia erano venuti, erano molti dalla Germania, e dalla Francia e dall’Italia e da molte altre regioni: e da un lato, fuori però dalla pista, vi era un catafalco, molto alto, circondato da molta legna, sopra il quale stava la duchessa accusata e il fuoco acceso in un angolo. Il Duca di Baviera, che vide montare la sua figlia sul catafalco, disse: “Figlia mia, se tu sei senza colpa da questo crimine che ti è stato imposto, abbi speranza nel nostro Signore Dio, che lui tirerà fuori con quell’onore che tu desideri, e vedrai la vendetta dei crudeli accusatori. La duchessa sua madre, sopraffatta di dolore, piange molto dolorosamente e così fanno molte altre donne che in sua compagnia erano venute, e non meno l’imperatrice che era sua cugina. Però, ordinato l’imperatore, ciascuno andò al suo posto, maldicendo quei due cattivi uomini che in tanto disonesto pericolo l’avevano portata.
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Mentre queste cose accadevano, si videro i due cavalieri accusatori venire con uno stendardo bianco chiaro, tutto cosparso di volpi nere, e tali i paramenti dei cavalli: e ben accompagnati, scesero dai cavalli nella loro tenda. Non passò molto tempo che dall’altra parte vennero Jacob e Curial, con uno stendardo grigio e nero mezzo diviso con un leone rampante in mezzo, con grande rumore di trombe e menestrelli, accompagnai da infinti conti e baroni che in torno a piedi li seguivano. Tutta la gente delle logge si girò a guardare verso quella parte, e scesero dai cavalli nelle loro tende. Gli accusatori avevano sentito che Curial era molto valoroso uomo d’armi a cavallo, perchè pensando d’avere un miglior partito di lui a piedi, fecero in modo che a piedi si facesse; per cui gli altri ne furono molto contenti. Perchè uscendo dalle tende, ordinando l’imperatore, gli accusatori dei quali uno era nominato Otho de Cribaut, e l’altro Parrot de Sant Laydier, entrarono nel campo e fatta reverenza all’imperatore, al suo padiglione, che era blu chiaro cosparso di volpi, continuando se ne andarono. Subito e senza ritardo vennero Jacob e Curial, e così come furono dentro, Curial si fermò e guardò verso quella parte dove l’imperatore era e andò verso lui, e inginocchiandosi gli chiese che lo facesse cavaliere. L’imperatore scese in una delle scale della sua loggia, e accostandosi Curial lo fece cavaliere; e come fu compiuto disse ai principi e signori che gli stavano vicino: “Certamente io credo che ho fatto cavaliere il più bello gentile uomo che io abbia mai visto, e se lui è così prode come è bello, non vorrei essere uno degli accusatori”. Molte cose furono dette in quella piazza in lode di Curial, il quale dopo che ebbe fatto reverenza all’imperatrice e a tutti i duchi e duchesse che erano nella piazza, si alzò un pianto molto grande nel catafalco della duchessa di Baviera, che a tutte le donne e quasi gli uomini invitò a piangere: il quale sentendo Curial che alla porta della sua tenda si stava segnando con il ventaglietto, con un grande grido fece un salto tanto alto, che tutti coloro che lo guardavano fece meravigliare; e entrando dentro sulla sua sedia si sedette. La tenda era di velluto vellutato grigio e nero ricamato d’oro molto ricco, sopra la quale c’era uno stendardo mezzo diviso di grigio e nero con un leone rampante doro. L’imperatore ordinò il duca d’Olanda e di Lorena, i quali erano belli e molto saggi signori, che lavorassero tra questi cavalieri per vedere se per caso senza battaglia questo fatto si potesse risolvere e la duchessa potesse essere liberata. E incominciarono a trattare, e andando inizialmente dagli accusatori, gli dissero che ricordassero di essere cristiani e che Dio era giusto e mostrava la sua giustizia in tali momenti, e che si togliessero dall’accusa, dalla quale non ricavavano nulla, e che cessassero la battaglia, o se per caso qualche modo sapessero come la battaglia si sarebbe conclusa, lo dicessero, perchè loro ne avrebbero usato molto bene. I cavalieri risposero che loro non sapevano in che modo la battaglia potesse terminare, se non che gli altri cavalieri lasciassero la difesa della duchessa: perciò i duchi continuando andarono all’altro padiglione, e entrati dentro salutarono i cavalieri e gli dissero come erano stati nell’altro padiglione e avevano un certo sentimento verso quei due cavalieri, che la battaglia poteva concludersi se loro avessero voluto dare spazio, per cui pregavano di accordarsi su ciò e di cercare un modo perchè l’evento si risolvesse. Jacob rispose: “Signori, io non conosco altra via a questa: che quei due cavalieri cosi come hanno detto disdicano, e finirebbe la battaglia”. Quando i duchi risposero che loro non sarebbero tornati dagli altri con questa risposta, ne portato tale ambasciata, e che ci pensasse meglio poichè questa partito molto disonesto gli sembrava, e su ciò si scambiarono molte parole; finalmente Curial, che ancora non aveva detto niente, disse cosi: “Signori, vi chiedo pietà che vi ricordiate che siete cavalieri e figli di donne, e se per lo sguardo dovuto vi é alto questa battaglia non può essere fermata, né noi dobbiamo ne possiamo lasciarla senza grande disonore, perchè è interesse della duchessa, per la quale siamo entrati qui a difendere. Se solamente fosse interesse nostro, sarebbe cosa lieve trovare un modo perchè la battaglia cessasse; ma l’interesse della parte come l potremmo rilasciare essendo noi cosi avanti? Guardate ciò che io guardo, cioè quella triste e sventurata signora che guarda noi d’una parte e il fuoco dall’altra, e cosi donando fine alle parole facciamo ciò per cui siamo venuti, poichè non mi sembra che questo fatto, ne agli altri ne a noi, possa dare fine onorevole se non quello della battaglia: e di me vi certifico che posto che il mio compagno lo rilasciasse, cosa che non credo, io non uscirò da questa lizza (arena per tornei) senza battaglia e così mi troverete morto o vincitore”. Jacob confermò così, per la qual ragione i duchi non tornarono più agli altri padiglioni, anzi se ne andassero dall’imperatore, il quale sentita la relazione fece suonare una tromba, e subito i cavalieri uscirono fuori e gli furono donate le asce, e i padiglioni furono demoliti e tratti dalla lizza, e l’imperatore ordinò che tutti uscissero dal campo, salutando i cavalieri che dovevano fare la battaglia e i fedeli, e così fu fatto. E il re d’armi per ordine dell’imperatore urlò ai quattro angoli del campo che nessuno parlasse ne facesse segni sotto pena di morte, e fece giurare ai cavalieri di non avere cose scritte, scongiure / formule magiche ne altri artifici che li potessero aiutare, ma solo le armi, che erano asce, spade e daghe (spada corta). Ora potete dire che guardandosi gli uni agli altri ragionassero l’anima con il corpo, e la duchessa triste, sconsolata e sempre più afflitta, pregava Dio per i suoi, e cosi fecero tutte le donne e la maggior parte degli uomini che erano nelle logge.
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Stando in ciò il trombettiere dell’imperatore fece un suono, perchè i fedeli prendessero i cavalieri, li mettessero nel luogo dove avevano diviso il suolo, e così come la trombetta fece altri suoni i cavalieri si mossero per ferire, al movimento dei quali la duchessa che stava sul catafalco svenne e cadde. Però nessuna ne ebbe cura ne guardava verso quella parte. Otho de Cribaut venne verso Jacob de Cleues, e all’inizio si diedero grandi colpi con le asce, e poi cominciarono a ingegnarsi per ingannasi l’un l’altro, e combatterono molto valorosamente cosi come quelli che erano cavalieri valenti e molto buoni. Parrot che in quei tempi era tenuto per uno dei migliori e più aspri cavalieri della Germania, e il quale molte volte si era trovato nella lizza a oltranza, e da cui sempre aveva riportato onore, corse contro Curial, con l’ascia bassa, per ferirlo di punta in faccia, ma Curial scostandosi un poco lo lasciò passare, e gli diede un così grande colpo d’ascia sull’elmo che il manico si ruppe: e quando Parrot si girò, Curial ebbe messo mano alla spada e si affrontarono molto brutalmente. Curial dopo molti colpi dati e ricevuti, si avvicinò tanto a Parrot, e preso con la mano sinistra sotto le giunture delle piastre, e con la punta della spada cominciò a dargli grandi colpi, e le spinte che gli dava erano tali che lo muoveva e lo conduceva ora qua, ora la. Così che Parrot vedendo che l’ascia non gli giovava, la lasciò, e mise mano alla spada cominciandosi a difendere valorosamente.
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Stavano questi due cavalieri in questo punto quando gli altri due, già lasciate le asce, erano venuti ad abbracciarsi. Ma Otho che era molto più forte di Jacob, lo sopraffece, lo mise per terra, e si sforzava a togliergli la vita, quando Curial guardando verso quella parte prese la sua spada a due mani, diede con la punta ai fianchi di Otho, che era curvo sopra Jacob, che fece cadere di spalle tutto rovesciato, e girandosi verso Parrot che si affrettava già per ferirlo, e gli disse: “O falso cavaliere! E ti affretti che in te debba rimanere la piazza? Perciò lo assalì fortemente e li diede così grandi colpi, che certo Parrot capì che aveva molto da fare per difendersi da Curial; perciò Curial conoscendo che quell’altro più avanti non poteva, anzi gli mancavano fiato e forza, affrettandosi molto poderosamente, e lasciata la spada l’afferrò con le mani e dopo averlo sopraffatto un poco, con un giro lo mise per terra, e quando fu caduto fu così stanco che non aveva cura ne potere di rialzarsi. Curial, girandosi, vide gli altri due cavalieri già legati e che facevano aspra battaglia, ma Curial li fece finire subito, perchè afferrò Otho per le spalle e gli diede un così grande colpo che un’altra volta lo buttò a terra: perciò Jacob corse alla sua ascia e prima che Otho si rialzasse lo ferì per il capo con grandi colpi, in modo che Otho non avesse cura di alzarsi anzi fu tutto perso e disperato della sua vita. Curial già aveva sollevato a Parrot la faccia dall’elmo, come Parrot che aveva tutta la faccia bagnata di sudore ed era tanto stanco che non poteva riprendere fiato, ne quindi parlare, giaceva steso e non faceva cenno di alzarsi; perciò Curial gli disse: “ Parrot, di cosa ha spinto te e il tuo compagno ad alzare una tanto disonesto crimine alla duchessa”. Parrot rispose: “ Cavaliere, chiedilo al mio domando se è vivo, perchè te lo dirà lui, perchè io non so niente, se non che sono aiutante come lo sei tu stesso”. Allora Curial guardò verso Jacob, e vide che voleva uccidere Otho mettendogli la daga negli occhi, ma Curial gridò: “Non farlo, che altra fine deve fare questo cavaliere”. E continuando Curial disse a Otho: “Dimmi, cavaliere sleale, e che avrebbe fatto la duchessa perchè in questo modo l’avessi minacciata?” Rispose Otho: “Certo lei niente, ma Jacob mi aveva tolto dal mio onore, cacciandomi dall’intimità del Duca e io non sapendo come potessi vendicarmi, pensai che per quella via lo potessi sopraffare e confidando nella cavalleria di Parrot intrapresi questa battaglia, non pensando che arrivassi a questo punto. Disse Curial: “Dunque la duchessa non ha commesso il crimine del qual l’avete accusata”. “Certo non successe” rispose Otho. Ah malvagio cavaliere, disse Curial, e come hai poca parte in Dio e nell’onore della cavalleria! Perciò chiamati i fedeli, il detto Otho senza oppressione, confessò davanti a loro che ingiustamente e a grande torto aveva accusato la duchessa, pensando che il Duca avrebbe mandato alcune persone che uccidessero Jacob nel cammino, non credendo che si comportasse cosi crudelmente verso la duchessa. Perciò Curial disse ai fedeli: “Signori, Jacob e io abbiamo altro da fare in questa piazza?” I fedeli risposero: “No, basta ciò che avete fatto finora”. Sollevati i cavalieri che giacevano a terra, l’imperatore scese dal catafalco e venne a Curial e prendendolo per la mano, gli disse: “Ah valoroso cavaliere, piacesse a Dio che io fossi tale come te, e tu fossi imperatore. A onore e gloria di tutta la cavalleria del mondo e di quanto ti sono tenuti i cavalieri leali, certo il duca di Baviera non ti ripagherebbe di tanto onore come lo hai fatto con la metà del suo ducato, ne il duca d’Austria (lasciando stare la sua moglie), con tutto ciò che c’è nel mondo. E girandosi agli altri, disse: “E voi malvagi cavalieri, che pena sarà abbastanza a punirvi delle vostre colpe? Dica Curial che vuole che sia fatto di voi”. Rispose Curial: “Signore, non piaccia a Dio che io procuri la morte ad alcun cavaliere: così sono tutti e due; li è la duchessa di cui è interesse; fatene ciò che vi piaccia, poichè io non mi intendo intromettere oltre. Era già sera quando l’imperatore fece uscire i cavalieri dal campo, e quando uscirono prima i vinti, la duchessa di Baviera che alla porta della lizza stava aspettando l’uscita di quei uomini cattivi, li assalì con le unghie in faccia gridando grandi urla: “traditori!”. Ma i signori che stavano intorno la trattennero e l’allontanarono, e cosi con le facce basse, carichi di vergogna li portarono fuori dal campo. L’imperatore ordinò Jacob de Cleves ai re di Sicilia e di Boemia, e lo condussero in mezzo a loro f ino al palazzo dell’imperatore, il quale prese Curial per la mano, e mai si separò da lui finchè non l’avesse messo nel suo palazzo e nella sua camera. La duchessa fu fatta scendere dal catafalco, e vi montarono i due falsi cavalieri, e acceso il fuoco morirono di morte crudele e vergognosa.
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La duchessa delirava, che per l’allegria non sapeva che si facesse, venne a casa dell’imperatore, e chiese dei suoi cavalieri, e li furono mostrati: e subito corse verso Curial e lasciandosi cadere ai piedi glieli volle baciare, ma Curial tutto vergognoso glieli allontanava e spostandola, si inginocchiò davanti a lei dicendo: “A signora, per pietà di Dio, non considerate una cosa importante questo poco che Jacob de Cleves per voi ha fatto, poichè vi è tenuto per debito della cavalleria, e io e tutti gli altri cavalieri eravamo e siamo obbligati per nostra dignità: ma vi chiedo la cortesia che vi serviate di me in tutte le cose nelle quali io vi possa servire, che io lo compirò per quanto posso. La duchessa e sua madre e molte altre signore piangevano di gioia, della qual cosa Curial aveva molta grande vergogna. Perchè l’imperatore prese i cavalieri, e per allontanarli dalla moltitudine della gente che li infastidiva, li mise in un cantuccio, e con poca gente si chiuse dento con loro. Il grande pranzo fu apparecchiato e le tavole messe: quei due cavalieri, e in particolare Curial, furono collocati onorevolmente a capo tavola; le vivande furono molte e furono servite splendidamente; perchè il Duca di Baviera, volendo davanti a tutti mostrare la sua magnificenza, avendo una figlia donzella molto bella di età per caso di 15 anni, ed era bella di fama e di fatto che in quel tempo nell’impero di Germania di trovava, presa quella per la mano, se ne andarono davanti Curial e disse: “Curial, caro amico mio non so in quale maniera ti possa retribuire l’onore che il giorno di oggi mi hai fatto, se non donandoti questa mia figlia per mogli e che prenda la metà della mia terra, e dopo la mia morte sii di tutta signore. Curial sentita queste parole e vista la donzella, che di bellezza era molto grande, diventò tutto rosso e infiammato, e prima di rispondere, però già quasi aperta la bocca per parlare, Melchiorre di Pandone, che era venuto da Monferrato ed era passato un bel pezzo che faticava per avvicinarsi a lui, con gran forte fatica e pena si mise tra la gene, e in presenza di tutti, gli donò una lettera scritta dalla Guelfa. Curial perse tutto il colore che aveva preso e anche la parola, poichè volendo parlare balbettò e gli tremarono le labbra in modo che non fu in grado di dire alcuna parola, ne fu in potere di rispondere. Ma il duca che era un signore molto signore, percepì che quella lettera lo avrebbe turbato, proseguendo ciò che aveva cominciato a dire disse: “Curial, non vi turbate dell’offerta che vi ho fatto; io me ne torno alla mia casa con la mia figlia, la quale condussi per vostra, ogni volta che a voi verrà in piacere di accettarla. Il rumore era molto grande di trombe e menestrelli, e della gente che gridava, parlava e mormorava, che se Giove avesse tuonato non lo avrebbero sentito. Però come il pranzo fu finito e le tavole sparecchiate, l’imperatore prese per la mano Curial e con loro allegro lo iniziò a festeggiare, e ordinando che danzassero, pregò Curial che danzasse. Il quale obbedendo all’ordine, fatta innanzitutto sgombrare la sala, volle iniziare una bassa danza, ma la duchessa liberata si presentò davanti a lui e gli disse: “Signore cavaliere, verità è che voi mi avete sottratta alla morte, per la qual cosa dopo nostro signore Dio sono a voi tenuta più di qualsiasi altra persona viva al mondo, e avendomi fatta scendere dal catafalco non mi avete restituita a mio marito, ne mi avete fatta avere la sua grazia, poichè vi supplico che ve ne liberiate.” Curial, tutto vergognoso per ciò che prima non aveva fatto, prese la duchessa e cominciò a condurla verso il Duca, il quale sentendo che verso di lui andava, subito si avvicinò a Curial lo salutò molto amichevolmente. Ma quando Curial e la duchessa si misero in ginocchio per parlare, il Duca, con la maggiore attenzione del mondo, sollevò Curial e similmente la duchessa. Curial allora disse: “Signore, a voi non è necessario spiegare il caso che è successo tra quei due cavalieri che presuntuosamente provarono a gettare una macchia sull’onore della signora duchessa vostra moglie, e come con grande vergogna e danno di loro la verità è venuta alla luce, la vittoria che nei loro confronti c’è stata non deve essere attribuita ne al mio compagno ne a me, ma solamente alla buona giustizia della duchessa, la quale i più fiacchi cavalieri del mondo in questo caso avrebbe reso vincitori; perchè supplico che la riceviate con quell’amore, e con quella grazia che in altri tempi usavate avere con lei. Il duca sentendo queste parole rispose: “Curial, vero è che mia moglie non è offesa più di niente, e come lo è stata, poichè mi prega un tale cavaliere come voi siete, non vi saprei dire di no”. E prendendola per la mano le disse: “Moglie, baciate Curial così come al migliore e più valoroso cavaliere del mondo, e al quale voi e io siamo tenuti di tanto, che io credo che nella nostra vita non saremmo ne potremmo essere liberi di tanto onore come ci ha fatto”. La duchessa baciò Curial e dopo il duca la baciò; la madre della duchessa, che era la duchessa di Baviera, vedendo ciò venne da Curial e abbracciandolo gli fece una festa smisurata, e fecero altrettanto altre principesse e signori. L’imperatore dunque venne verso quella parte e ordinò che tutti si mettessero da parte e che danzassero, e così fecero; perchè Curial ordinato dall’imperatore, pres al duchessa libera per la mano, e seguendolo molte signori e signore, fece una bassa danza, con tanta grazia e con tanta grande piacevolezza che ciò fu una grande meraviglia. L’imperatore, che stava guardando il comportamento di Curial, meravigliandosi molto di ciò che vedeva disse: “Certo io mai non vidi per arena e per camera se non questo, e per la mia fede e grande danno di tutto il mondo che questo non sia signore. A maledetta sia la fortuna che questo cavaliere non lo ha posto in uno stato nobile!”. E’ già un bel pezzo che stavano danzando e la notte se ne andava, quando Melchiorre di Pandone si avvicinò a Curial e gli disse: “E’ ora che ve ne andiate alla vostra casa; affinchè Curial si ricordi della Guelfa” e rigirandosi verso l’imperatore ottenuta licenza, non senza innumerevole compagnia e molta gente nobile se ne andò alla sua dimora. E essendo sceso dal cavallo, la colazione si fece molto grande. Qui vedrete spreco di infiniti confetti di zucchero e di preziosi vini. Ma era già passata la mezzanotte, quando suonando le campane nei monasteri cominciavano gli inni del mattino, e qualcuno ancora non poteva allontanarsi da Curial: perchè Melchiorre invitò ciascuno ad andarsene e ottenuta licenza, ciascuno parlando tutto il tempo di Curial, tornò alla sua dimora. La gente era appena uscita dalla camera, quando Curial tirata fuori la lettera della Guelfa e baciata quella infinite volte, si mise in ginocchio a terra e aprendo la lettera e guardando la sottoscrizione che diceva, “Guelfa la tua”, gli occhi si riempirono di acqua e vendendoli al cuore in un filo, gli si generò nel cuore un tale desiderio di vederla che tutto il sangue gli fuggì. E cessando i suoi polsi di muoversi, perse il colore non in altro modo che se l’anima lo avesse abbandonato, a terra cadde; della qual cosa vedendo Melchiorre e allo stesso modo Jacob de Cleves che da lui non si allontanava, lo presero e lo misero in un letto di riposo. Lo tirarono dai capelli e dal naso e lo gridavano per nome, ma certo questo non serviva a nulla: i suoi spiriti si erano allontanati di molto da lui; della qual cosa le persone intorno sopraffatte di compassione tutti piangevano, e con acqua fredda e altri argomenti si affaticavano di riportarlo alla salute, e così fecero, che dopo un molto tempo tornò in sè fece un sospiro molto grande, e senza che osasse dire nulla, cominciò a piangere molto amaramente e guardava a ciascuno in volto, e senza parlare faceva meravigliare tutti coloro che stavano qui, i quali con buone parole si sforzavano di consolarlo. E quando lui si fosse già riposato ordinò che tutti uscissero dalla sua camera, e solamente trattenuto in sua compagnia Melchiorre di Pandone, disse: “A Melchiorre, padre mio! E che ne è della dea del mondo, e lei si ricorda di me? A Cupido, le armi le quali porto conficcate nel mio cuore! Io guardo spesso i cieli e nel terzo cielo (cielo di Venere, la dea dell’amore) contemplo tua madre, la quale con i raggi luminosi del suo grande splendore è solita illuminare questo super tenebroso cuore promettendomi buona speranza; dimmi se alcuna cosa di quelle che avverranno è a te certa, se vedrò mai quella di cui sono schiavo, e senza la quale la signoria di tutto il mondo disprezzerei e considererei cosa da niente, se mi vuole bene e se mi tiene per suo, così come mi ha detto. A povero me, e quanto meriterò i beni che mi ha donato e gli onori che mi ha fatto e mi fa tutti i giorni! E quali buoni auguri avevo guadagnato, e quali fate mi hanno incantato per cui la regina della nobiltà a sue proprie spese mi ha sollevato dalla polvere!” Melchiorre di Pandone il quale tutto ciò aveva sentito, disse: “Curial, perchè ti comporti e dici parole di femmina? Asciugati le lacrime che troppo hai pronte, e non è opera di cavaliere, e il bene non vi faccia male; leggete la vostra lettera e non piangete prima di averne ragione.” Curial lesse la lettera e trovò in quella parole molto consolatrici, e promesse di sicura e ferma speranza, della qual cosa il cuore tutto si schiarì; e dopo che una e molte volte la lesse, e, con le labbra baciandola, bagnata, la piegò in un ripiego molto stretto e legata con fili di oro e di seta grigia e nera l’appese al collo. E da qui in avanti fattala incastonare in un leone d’oro con molte pietre preziose e perle grosse orientali, la portava tutto il tempo appesa davanti ai petti. In tale reliquiario fu messa la prima lettera che Curial ebbe dalla Guelfa. Ma appena passò il resto della notte, condotto da Melchiorre, si ritirò a dormire. Passò ben poco tempo che arrivò il giorno, e il sole chiaro e luminoso gettò fuori le tenebre dalla faccia della terra. Quando Melchiorre di Pandone alzandosi, sentì alla porta della dimora di Curial grande rumore di trombe e menestrelli e di molta gente nobile, e andando da Curial, lo svegliò e gli disse: “Curial alzati, ed esci dal letto; vedi la strada e anche la casa piena di infinita gente che viene per farti onore.” E così come lui si alzò, il duca d’Austria venne accompagnato da molta gente nobile, il quale alla porta della camera urlò con grandi grida: “Curial, che ne è di voi?” Perchè Curial uscendo subito dalla camera fece reverenza al duca, e con parole e detti piacevoli passarono un pò di tempo, dentro la quale Curial finì di sistemarsi.
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Ma l’imperatore che non aveva passato tutta la notte dormendo, inviò a Curial il dono seguente: cioè, una cinta grossa d’ora con perle di valore e molte pietre preziose, la quale valeva un gran prezzo, una collana con perle tanto grosse che mai si erano viste simili, e molti diamanti e rubini. Ancora gli regalò una scarpa d’oro molto ricca, e due vestiti, una di raso di seta verde scuro ricamata nella seguente forma: aveva intorno delle falde del vestito arboreo con le radici, il tronco e tutti i rami di perle, le foglie battenti tutte d’oro fino, e i frutti che erano more, era composto di smeraldi, balassi e zaffiri molto preziosi, e in questo modo questi alberi occupavano tutto il vestito che di quello non ci mostrava il drappo; l’altro vestito era di velluto nero, e aveva intorno alle falde una testa di drago molto ben ricamata che sembrava che divorasse l’uomo che lo portava, gli occhi del quale erano due riunioni grandi tanto splendenti che erano di un prezzo inestimabile. E inoltre gli donò tutta la sua biancheria d’oro, e quattro cavalli molto belli e dieci giumenche molto belle. E così come Curial accompagnato da quei duchi e signori cominciò ad uscire dalla camera, il dono dell’imperatore attese, il quale fu guardato da tutti, e lodarono l’imperatore di gran magnificenza dicendo che in ciò aveva operato in maniera molto nobile; perchè Curial tornò indietro e indossò uno di quei vestiti, e si mise in piedi da quei gioielli, i quali li furono visti, per dono dei quali vestiti e altri gioielli, Curial donò al portatore tutta la sua attrezzatura di scudiero, della qual cosa fu lodato molto. I duchi di Baviera e l’altro duca loro genero vennero e con il maggiore onore che gli potevano fare lo condussero al palazzo dell’imperatore, dove era apparecchiato il gran convitto, poichè l’imperatore estese l’invito ai re, principi, duchi e conti che erano qui. Non si meravigli nessuno che qui non si parla di Jacob de Cleves, perchè non appartiene alla nostra materia parlarne più, poichè dobbiamo raggiuntare i fatti di Curial, e d’altra parte, nonostante Jacob de Cleves fosse festeggiato, onorato e favorito, però a confronto di ciò che si faceva a Curial, era povera cosa e perciò non ce ne cureremo in questo momento. Melchiorre di Pandone temeva molto che Curial non avesse la faccia di dire no al duca di Baviera del matrimonio che gli aveva proposto, vedendo la cosa tanto grande e che non era da rifiutare da parte di nessun re del mondo. E dubitava che se Curial lo concedeva, visto l’onore che aveva guadagnato, del quale la fama sarebbe giunta alle orecchie della Guelfa, la vita di lei sarebbe molto poco, perchè con grande fatica per la moltitudine della gente che vi era potè avvicinarsi a Curial, il quale tra quei signori stava, e gli disse con voce bassa: “Curial, se i duca di Baviera, vi torna a parlare, ricordatevi di chi vi ha fatto uomo, cioè la Guelfa, alla quale, se a ciò venite meno, alla quale converrà morire subito o avrà vita dolorosa”. Curial, che sentì il nome della Guelfa, guardò nella faccia di Melchiorre e cambiò tutto il colore, della qual cosa l’imperatore gli disse: “Che succede Curial, c’è niente di nuovo?”. Rispose Curial: “Signore, questo prode che qui si tiene al posto di padre e quasi mi ha nutrito e a spese sue mi ha fatto uomo, mi ha donato tutto il tempo copiosamente tutto ciò di cui avevo bisogno, e ora è venuto qui e mi ha ricordato un’attività la quale mi carica molto, perchè è a me molto necessario tornarmene al mio paese con attenzione”. L’imperatore si girò verso Melchiorre e gli fece onore, e gli disse: “ Prode, non ti penare di ciò che in questo cavaliere hai oberato, perchè certo la tua vecchia ne i tuoi beni non potranno meglio splendere che nutrire tale cavaliere come questo è, al quale più che nessun altro al mondo io vorrei assomigliare, e così vedi se il mio aiuto ti può in niente essere utile; dimmelo, ce per amore di Curial non mancherò”. Il prode si lasciò cadere ai piedi dell’imperatore, e allo stesso modo Curial tutto vergognoso gli baciò le mani facendogli infinite grazie della sua offerta. E quindi l’imperatore si mise a tavola solo con i re, Curial e la Duchessa, davanti la quale ce n’era un’altra parte molo grande dove sedevano principi, duchi e grandi signori e con loro Jacob de Cleves e Melchiorre di Pandone, e dopo altri tavoli dove sedevano grandi baroni e cavalieri. La festa fu molto grande e furono serviti splendidamente e copiosamente molte vivande e preziosi vini, l’ordine del quale non vi dirò, perchè non ho tempo. Dopo che ebbero cenato, i giullari vennero e cominciarono a suonare il corno, e l’imperatore presa l’imperatrice per la mano e tutto ridendo cominciò una bassa danza, dopo dei quali seguirono molti, e danzarono molti altri. Grande e molto allegra fu la festa che l’imperatore fece quel giorno, tanto che tutti si erano meravigliati che se tutti i re del mondo ci fossero non si sarebbe potuta ne fare ne mostrare maggiore baldoria. La quale festa finita, il duca di Baviera non scordando ciò che aveva iniziato, quando l’imperatore si andò a riposare, prese Curial per la mano, e lo pregò che cenasse con lui. Curial glielo concesse molto contento, e subito se lo portò al suo palazzo, e deliberò di fargli una grande festa, e così ordinò che alla tavola principale non sedessero se non la duchessa sua moglie e Curial, e che non servissero se non donne, tra le quali ordinò che la duchessa libera che era sua figlia maggiore e, e si chiamava Cloto, fosse maestra dello stallo, l’altra figlia donzella, la quale Laquesis era chiamata, gli servisse il vino. Era questa Laquesis una donzella che appena i quindici anni superava, assai alta e di emerravigliosa bellezza, e la quale in quel giorno si studiò nell’aggiungere bellezza artificiale a quella naturale della quale nostro signore Dio l’aveva dotata più di tutte le altre donne dell’impero della Germania ampiamente e molto copiosamente. Non voglio perdere tempo nello scrivere minuziosamente tutte le circostanze della sua bellezza, ma chi lo vorrà sapere legga Guido delle Colonne (scrittore siciliano) laddove descrive la bellezza di Elena e sia contento con ciò e pensi che a Laquesis non mancava la bellezza, perchè certo natura con grande studio per far meravigliare la gente la produsse tale nel mondo. E sopra tutte le bellezze che c’erano, si aveva i più begli occhi e più risplendenti e allegri che in alcun tempo fossero mai stati visti, con i quali non c’era persona che lei guardasse che subito non gli facesse dimenticare tutte le altre cose, e solamente guardandola non gli facesse avere cura continua; in tanto che con gli occhi solamente aveva molte bestie da cibare, i quali se lei non fosse, avrebbero cercato in altre parti la loro libertà, nonostante che lei era tanto fredda che mai alcun uomo per bello e valente che fosse si era potuta riscaldare, ne uomo del mondo potè conoscere che lei più da una parte ce dall’altra si inclinasse, e a molte signore le quali, se questa non fosse mai esistita, avrebbero avuto molti corteggiatori, a loro fece riservare onestà forzata. E oltre a ciò tutte le cos e che faceva o diceva erano dette e fatte con tanta grazie e con tanta affabilità che questa era sovrana d’ammirazione. Perchè come Curial guardava questa attentamente e la contemplava a particolarmente tutte le sue bellezze, subito rubò il suo cuore alla Guelfa alla quale inizialmente l’aveva donato, cominciò a disporre di presentarlo a Laquesis, al quale aveva gli occhi confitti in quelli di Curial e dentro se stessa, contenta della bellezza e cavalleria di quello, tutta ansiosa, preparava un nuovo modo con cui potesse piacere a Curial. E mentre i due stavano così alienati, una nobile donzella chiamata Tura, la quale serviva a Curial i coltelli, e nemmeno che Laquesis si era allontanata da lui, si accorse di ciò, e vedendo che Curial non mangiava, così come quella che era assai bella e molto adatta disse: “Curial, guardandomi vi dimenticate di mangiare, o per caso non è alla vostra altezza il mio servizio’” Curial dunque sveglio il cuore e spostando un poco gli occhi da là dove li teneva, separò la mano che non stava usando dal piatto e si mise a mangiare. Duqnue la duchessa disse: “Tura, mi ha fatto piacere che tu lo abbia sollecitato”, e Tura rispose: “Signore, è un pezzi che l’avrei fatto, am temendo l’usanza della sua terra che dicono che se l’uomo gli invita loro se ne vanno, sono stata zitta”. La duchessa rise molto; dunque Curial vedendo che di lui ridevano rise un poco, ma non fu capace di rispondere. Però lui mangiava poco e beveva meno, poichè non osava domandare; perciò Laquesis andando al bicchiere non gli girò la schiena. Ma la duchessa ordinò a Laquesis che portasse da bere a Curial. Questo giorn indossava Laquesis un vestito di damasco bianco tutto rivestito di ermellino, tutta ricamata di occhi, die quali uscivano lacci di oro fatti in diverso modo. E sebbene i lacci fossero vuoti, certo molti c’erano caduti e tra gli altri Curial, al quale il laccio stringeva tanto che già non era più in grado di fuggire. Così Laquesis, accompagnata da molti cavalieri e donzelle, andò per il bicchiere e venendo lo presnetò a Curial. E’ vero che Curial sapeva che era molto grande carico prenderlo dalla mano di Laquesis, e anche gli sembrava maggior carico rifiutarlo, farglielo tenere, per cui allargando la mano prese il bicchiere e bevve, e come Laquesis bevve il bicchiere, la duchessa sua madre le disse: “Laquesis, bevi quello ce rimane per amore di Curial” e così fece. Poi la duchessa disse: “Curial che ti pare di mia figlia”. Curial rispose: “Certo, signora, io credo che voi avete la più bella bella e più graziosa figlia del mondo”. Replica la duchessa: “E che è ciò di cui più vi alzate di mia figlia?” Rispose Curial: “Signora , tutte le cose che io vedo in Laquesis sono le più belle del mondo, però i suoi occhi sono tanto belli che io non credo che Dio sappia tornare un’altra volta a farne altri uguali; e certo il suo vestito si abbina bene con la sua faccia. È così parlando di ciò e di altre cose la cena fu finita. Non voglio perdere tempo nel descrivere le vivande ne in nominare i convitati:pensi ciascuno che non mancava nulla che potessero nobilitare il convitto. Ma dopo che le tavole furono sparecchiate, il duca venne a quella parte, e ordinò che sua figlia si sedesse vicino a Curial, della qual cosa lui fu tanto contento come se fosse la miglior cosa che li potesse avvenire. Si sedettero molti conti e grandi baroni e dame, damigelle in gran nome, e qui giocarono allegramente a molti tipi di giochi a cui si è soliti giocare nelle feste nelle grandi corti; dopo dei quali, essendo già passata gran parte della notte la gente se ne andò, ma il duca non lasciò uscire quella notte Curial dal suo palazzo, anzi nella camera dove Laquesis soleva dormire, molto riccamente preparata, ordinò che dormisse. Neanche Melchiorre di Pandone ebbe potere di dire una sola parola con Curial, tanto lo vedeva circondato di doni e donzelle che alla camera lo accompagnarono, perchè con molto grande dispiacere, però ben accompagnato, alla sua casa se ne tornò. Entrato dunque curial nella camera e fatta colazione, la duchessa disse: “Curial, vedi qui il letto di Laquesis, dormite bene e guardatevi che non facciate alcun brutto sogno”. Curial rispose: “Signora, questo letto penso che sia piacevole, però non credo che sia da dormire ne riposare; poiché la duchessa intendendo le parole di Curial, tutta ridendo, preso commiato insieme alle altre donne se ne andò. Rimase dunque Curial solo con i suoi camerieri, e quando di vide libero dalla gente che infastidiva, osservò attentamente la camera di Laquesis la quale vide molto riccamente preparata di tutte quelle cose che a una signora tale si addicono. E tra le altre cose c’era in questa camera un altare da una parte con un retablo di monsignore Sant March molto f inemente finita. E subito che lui vide Sant March nella figura di un leone si ricordò di Guelfa, e subitamente dimenticati gli occhi di Laquesis si sentì colpevole e ficcando le ginocchia davanti l’altare con voce bassa disse: “ A misero me e dove sono? Quale vento deve essere stato quello che mi ha trasportato da una terra all’altra? O sventurato, o uomo di poco senno, e che ho fatto e quale penitenza sarà abbastanza a purgare tanto grande crimine come è questo che ho commesso? A cuore sleale e che hai pensato? A occhi falsi e traditori e perchè io no vi strappo ora dalla mia faccia, affinchè un’altra volta non mi rubiate a colei a cui appartengo? E mescolando con queste parole sospiri e singhiozzi infiniti, ricordandosi della grande mancanza che aveva fatto alla Guelfa nel guardar Laquesis con occhi desiderosi, aveva desiderio di lamentarsi gravemente, ma dubitando che lo sentissero coloro che erano nella camera non osava parlare, perchè alzandosi dall’altare se ne andò a letto, il quale era molto riccamente coperto di una coperta tutta bianca, di damasco foderato con ermellino ricamato con occhi e lacci d’oro, com’era l’abito di Laquesis. Dello stesso damasco erano le tende in questa stessa forma ricamate, per cui Curial guardando questo letto si cominciò a meravigliare molto, non solamente de la bellezza di Laquesis, ma anche del suo essere adatta, aggiungendo a ciò che lui non credeva che più adatta donzella ne più bella ci fosse nel mondo. E mentre lui così pensava, dimenticati i sospiri allargando gli occhi vide una stanza che li si trovava e entrò dentro, nella quale Laquesis era solita legare e mettere a puntino, molto ben addobbata con drappi di raso, nella quale c’era un altro letto molto bello e molto ricco sopra il quale trovò tutti i gioielli di Laquesis, cioè frontali di perle, orecchini, collane, pettorali, scarpe, catene, cinture, bracciali, fermagli, anelli e molti altri gioielli di oro con pietre e perle di inestimabile prezzo. E tra le altre cose gli piacque molto, un fermaglio assai grande nel quale c’erano perle molto grosse e diamanti molto ricchi, nel mezzo del quale c’era un leone con gli occhi di due rubini fini, e era ferito nel petto, della quale ferita gli usciva un cartello con lettere che dicevano: “cuore desideroso non trova dimora”. Tuttavia la vista di questo leone non ebbe tanta virtù come quella del retablo, poichè non riuscì a riportargli la memoria alla Guelfa, anzi gli allargando gli occhi e guardando i gioielli uno per uno, diceva tra se stesso: certo non si addicono cose meno preziose a una signora tanto nobile e bella come questa. E mentre guardava questi gioielli la notte se ne andava senza che curial se ne accorgesse, per cui i suoi camerieri gli dissero: Curial, tra poco sarà giorno; e così Curial subito si spogliò, si mise a letto, e non appena si addormentò, così come se fosse letargico, nel sonno sognando li venne la seguente visione:
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Un bambino molto povero li apparve e andava tutto spogliato senza alcuna copertura, e andando a chiedere l’elemosina di casa in casa non trovava chi gli desse qualcosa ne chi gli facesse misericordia, tanto che gli sembrava che morisse di fame, e quando si strangolò e fu sul punto di morire, ad una porta vide una donna tanto bella che Venere sarebbe stata contenta di tanta bellezza come questa aveva. Era questa donna vestita tutta di nero e in un abito da vedova, e senza che il ragazzo le chiedeva l’elemosina ne le osava parlare, tanto la vedeva degna di reverenza, lei gli gridò e gli disse: “Ragazzo che cerchi?”. Il ragazzo rispose: “Signora, muoio di fame e di freddo”. E subito la donna si spogliò delle sue vesti e lo vestì, e gli parve che gli stessero bene. E si mise la mano al seno, e strappandosi il cuore gli disse: “Mangia questo pane, e sii contento, perchè basta a toglierti la fame”. E mentre il fanciullo mangiava quel cuore e gli sembrava che vivanda tanto dolce nel mondo non ci fosse. E così mangiando lo vide crescere e tornare molto bello e grande di persona; dunque la donna disse: “Mangia bene, e saziati a questa condizione, che se mai mi vedrai morire di fame, avrai pietà di me”. E dal ragazzo le fu così promesso. E fatto ciò, il ragazzo che già era un uomo molto grande e bello se ne andò, e lui e la donna si separarono. Dopo di ciò accadde che gli parve di vedere questa donna in stato molto povero, triste e molto afflitta, con i capelli tutti scomposti e pettinati male, e la faccia molto triste e senza colore e quasi morendo di fame, era diventata tanto magra che tra le ossa e la pelle non c’era alcuna carne; e che chiedeva da mangiare a coloro che lei aveva saziato, e lui non voleva darle nulla, prima le girava la schiena e di tanto in tanto la dimenticava; così che la donna guardando questa ingratitudine quasi veniva meno e ignorava quale rimedio prendere, né tantomeno voleva prendere niente che le donassero altri; per cui era sul punto di morire, tanto più vedeva che quell’uomo donava a altre donne il pane che lei doveva mangiare , e per questa ragione Curial lo voleva uccidere. Dopo di ciò vide che i cieli si aprivano, e Febo, che tutte le cose vede, racontava a Venere questa ingratitudine, per cui immediatamente Venere adirata ordinò a suo figlio Cupido, che in aiuto di questa donna andasse. Perchè il detto Cupido prese il suo arco e lanciò due frecce, una di piombo, l’altra d’oro, e con quella di piombo ferì la donna in mezzo del cuore e con quella d’oro ferì l’uomo ingrato, e così forte li ferì che la donna si addormentò e l’uomo soffriva e pativa la maggior pena del mondo, e desiderava la morte ma non la poteva ottenere.
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Durò questo sogno per lungo tempo, finche il giorno arrivò e il sole, aperti i suoi occhi, dorava la faccia della terra. E Curial ancora dormiva quando Melchiorre di Pandone venne alla camera e bussando alla porta gli fu aperta. Entrando trovò Curial che ancora dormiva, e svegliandolo disse: “Curial, dormite troppo.”. Perchè Curial, non in altro modo come se fosse tornato dalla morte alla vita, tutto turbato si drizzò nel letto e disse: “Padre mio, mi avete tolto dalla più grande fatica del mondo, poichè io ero nel punto di uccider un uomo, il più ingrato e irriconoscente che io credo ci fosse al mondo”. E da qui in avanti gli raccontò il sogno parola per parola, alla qual cosa Melchiorre scuotendo solamente il capo disse: “Brutta cosa è l’ingratitudine, anzi vi dico che è un peccato così grande che raramente o mai se ne ottiene perdono”. Curial non capì ciò che Melchiorre voleva dire, anzi si alzò molto in fretta dal letto, e così come la porta della camera si apriva, una donzella di Laquesis, accompagnata da altre donzelle, andò da Curial a presentargli il vestito bianco di Laquesis la quale aveva indossato il giorno precedente, dicendogli così: “Curial, Laquesis si raccomanda a voi e dice che ieri a cena vi vantavate dei suoi occhi, e se a voi potesse giovare o fare alcun piacere dopo che li avesse tolti, non curandosi del proprio danno se li sarebbe tolti dal capo per darveli: ma sapendo che a voi non servirebbero a nulla e a lei farebbero grande mancanza, ha cessato: però, vi manda questi della sua veste, pregandovi che se volete la sua vita ve ne facciate giubboni e, lei vedendo, li vediate. Perché Curial, con molto grande piacere prese la veste e ne fece tanta festa che che non si può dire. E facendo infinite grazie rispose che così avrebbe fatto come Laquesis ordinava, alla quale la pregava che lo raccomandasse. E subito ordinò a un suo cameriere che da quella veste fosse fatto fare giubboni come era stato detto. E appena furono fatti, Curial non indossava altri giubboni se non di quella veste. Per cui Melchiorre di Pandone, che ciò vide, disse: “Curial, questa donzella può chiamarsi Laquesis, ma lei è Atropo, certamente e così lo proverete col tempo.
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Gli onori nei quali Curial si vedeva, i quali di giorno in giorno crescevano, così come se lui avesse bevuto tutto il fiume Lete, li fecero dimenticare non solamente le cose di Monferrato, ma addirittura le disprezzava. Perciò nonostante Melchiorre di Pandone lo sollecitasse a tornarsene, Curial non lo metteva in pratica, anzi viveva tanto contento che non gli sembrava che queste feste dovessero mai finire. Già era il duca fuori dalla camera e la messa pronta, quando Curial uscì e gli andarono incontro la duchessa e Laquesis, la quale come vide Curial cambiò tutta e perse il modo di camminare che era solita avere. Così che quasi uscì di de, balbettando disse: “Curial, Dio vi dia buon giorno”. Curial, che non era meno acces dalla bellezza di Laquesis, la abbracciò e la prese dal braccio. La duchessa disse: “Curial, avete dormito bene questa notte?”. Curial rispose di si. E così andarono alla messa. Il duca fece a Curial molto onore, e tutto il tempo sperava che gli chiedesse Laquesis per moglie, poichè egli gliel’aveva offerta. Però Curial, nonostante le cose che vedeva non poteva credere che gliela dessero, e d’altra parte ricordandosi della Guelfa non aveva il coraggio di farsi avanti. E perciò stava titubante e non osava aprire la bocca per parlare. Sarebbe potuto accadere che se il duca lo avesse invitato un’altra volta, lui si sarebbe dibattuto; però al duca sembrava una cosa disonestà parlare né ancora, e così il fatto non si realizzava. Così che sentendo la messa, quando vennero allo scambio di pace, il duca a prese, e chiamò la sua figlia, e baciandola le disse: “Bella figlia, andate da Curial e donategli la pace.” Per cui Laquesis, compiendo l’ordine del padre gli diede la pace. Baciatisi dunque Curial e Laquesis, l’uno e l’altra si accesero così forte, che tutti capirono apertamente che erano innamorati: poiché Laquesis tornò tutta rossa e tremante così come quella che mai aveva amato. All’oro stesso modo Curial si turbò tutto. Ma quando lei quasi con passi scomposti si volse a tornare, e le mancò la virtù al punto che sembrava non potersi muovere, Jacob de Cleves accortosi di ciò, si affrettò e andò da Laquesis e aiutandola ad andare, con grande fatica la riportò al luogo da cui era partita; la quale andando come una nuova innamorata, non sapendo coprire le sue passioni, due volte si girò a guardare Curial. E così andò fino alla duchessa, sua madre, la qual accogliendola le disse: “Tutto il colore hai perso”. Rispose Laquesis: “ Signora, tutta questa mattina mi venne un mancamento di cuore che sento di svenire, e ora mi era venuto più forte; e se non ci fosse stato Jacob de Cleves che mi ha aiutata, sarei stata costretta a sedermi prima di arrivare qui”. La duchessa la slacciò e gli mise la mano al seno, trovandole il cuore tanto battente, che ciò era una grande meraviglia; ma certo i polsi le erano deboli, poichè per quanto le strofinassero le braccia non facevano alcun movimento. Finita la messa, tutti si avvicinarono al duca e così andarono dino alla sua camera. E quando furono entrato, venne un messaggio dell’imperatore, il quale disse a Curial che andasse perchè l’imperatore lo aspettava per cenare, e gli avrebbe raccontato buone notizie. Per cui Curial, preso commiato dal duca e dalla duchessa e lo stesso da Laquesis, fece la via della dimora dell’imperatore. Ma quando Curial si fu allontanato, Laquesis lo guardò, e così come lo perse dalla vista tutti gli spiriti le vennero meno, e con voce tremante girandosi a sua madre disse: “Signora, io muoio”. E subito Eros il colore e le labbra tornate tutte bianche, coperta da una sudore freddo, cadde. La duchessa, sua madre, gridò grandi urla, e con acqua fredda e altri argomenti si sforzava di farla rinvenire; ma poichè ciò serviva a poco, la madre, che era donna accorta e pensava bene da dve questo male potesse venire, gridò grandi urla: “Laquesis, ecco qui Curial!”. Per cui Laquesis, al nome di Curial, non meno che Priamo al nome di Tisbe, aprì gli occhi e aprendo le braccia allungò il collo, e sua madre la baciò molte volte. Ma quando Laquesis si accorse dell’inganno e non seppe coprire la sua passione, disse: “Dov’è?”. La madre rispose: “Figlia mia, è qui, e dice che se no ti riprendi lui è morto”. La presero subito e la misero su un letto. Curial non era ancora arrivato al palazzo dell’imperatore, quando un messaggero della duchessa gli arrivò; e quando Melchiorre di Pandone lo riconobbe, gli chiese:”che vuoi?”. Il messaggero disse: “Signore, appena Curial è partito, un tale accidente ha colto Laquesis, che è caduta come morta; e se non fosse che con il nome di Curial ha recuperato i sensi, sarebbe morta certamente: per cui la duchessa lo prega molto che voglia tornare, affinchè Laquesis non muoia per mancanza di sua vista”. Melchiorre gli rispose: “Amico, tornatene dalla duchessa e dille che Curial già lo sa, e che tornerà volentieri, se non per la grande attenzione che l’imperatore ha che egli vada subito da lui, e così che appena avrà saputo ciò che l’imperatore vuole, farà quanto la duchessa comanda”. Perciò il messaggero tornò indietro senza che Curial sentisse l’accidente di Laquesis. E quando fu giunto alla camera, l’imperatore gli fece una festa molto grande e gli disse: “Curial, senti ciò che dice questo araldo” E quando Curial lo interrogò, l’araldo rispose: “ Signore cavaliere, io sono venuto qui per annunciare che il re di Francia ha ordinato un torneo davanti a Melu, e si deve fare entro sei mesi, al quale parteciperà il re personalmente. E sarà diviso in quattro parti; cioè che i cavalieri che verranno al torneo, se sono innamorati di vedove, vengano con paramenti grigi e neri; e se sono innamorati di donne sposate, abbiano paramenti viola; e se sono innamorati di donzelle, abbiano i paramenti verdi e bianchi; e se sono di monache, verdi e grigi; e per questa ragione sarà conosciuto ciascuno di quale tipo di queste donne sarà innamorato. Ora sappiate che il duca di Bretagna e il duca d’Orelans, che sono giovani e molto valorosi cavalieri, con licenza del re, il primo giorno di giugno cavalcarono con duecento cavalieri ciascuno della loro compagnia, e a modo di cavalieri camminando come erranti, andranno per tutte le contrade e combatteranno tutti i cavalieri che al torneo andranno, se saranno trovati per le strade. E quel cavaliere che non andrà in forma di cavaliere errante, non sarà ammesso al torneo, ne gli sarà fatto onore, ne sarà tenuto per cavaliere. E vi certifico che molti duchi e conti e altri grandi signori, sapendo ciò si prepararono per il primo giorno di giugno come è detto, a cavalcare o ad accrescere il loro onore. Sentendo ciò Curial, tutto il sangue gli ribollì; e l’imperatore lo abbracciò e gli fece molta grande festa e disse: “io penso che voi non mancherete.” Curial rispose: “Signore, non sono mio, e per conseguenza non so ciò che mi sarà comandato”. E tornando all’araldo disse: “Dimmi amico: e se il cavaliere che andrà al torneo non ha mai avuto amanti, che paramenti porterà?” Rispose l’araldo: “Bianchi”. Torna Curial: “E se l’ha avuta e ora non ce l’ha, che farà?”. Replica l’araldo: “Avrà paramenti tutti neri”. Rispose l’imperatore, ridendo: “Curial, non penso che alcuna di queste due modi di paramenti facciano per voi. Ma certo ora vedremo come di comporteranno colo che danno a intendere di averne molte”. Il pranzo fu pronto, e si misero alla tavola e dopo che ebbero mangiato, l’imperatore si ritirò e Curial se ne andò al suo ostello, e trovò nella sua camera preparato il letto di Laquesis, nel qule la notte precedente lui aveva dormito con tutti i paramenti secondo come li aveva visti, di ciò Curial si rallegrò molto, e ne fece molta gran festa. Ma certo non fece così Melchiorre di Pandone, anzi fu come se con una lama gli avessero dato sul volto. Tuttavia conoscendo Curial essere molto acceso nell’amore di Laquesis, se in un punto lo avesse voluto rimproverare avrebbe potuto rompere con lui e non avrebbe ottenuto nulla; perciò deliberò poco a poco di farglielo intendere, perchè disse: “A! Quanto piacere avrà la Guelfa e quanta allegria occuperà il suo cuore quando saprà gli onori che avete avuto, così della battaglia come gli altri! Certo io credo che tanto allegra donna non ci sarà al mondo: e così Curial, io vi prego che ci affrettiamo da questa terra, e al più presto che possiamo partiamo da qui e andiamo in nome di Dio. Poichè sappiate che dell’uomo saggio è mentre le feste scaldano andarsene, e non aspettare che si raffreddino, a fine che l’uomo non ottenga sfavore. D’altra parte già vedete come questo torneo si è ordinato, e così andiamo e vedremo la Guelfa che ordinerà a voi. Certo io dico che anche se l’imperatore vi tiene personalmente, sarà cosa pericolosa essere in un punto così ricco come quello in cui sarete, sebbene sarete meglio accompagnati”. Curial mostrò di avere molto grande piacere di ciò che Melchiorre diceva e rispose: “A, …! E quando la vedrò io, come potrò vivere lontano Dio mi dia tanta grazia che io accresca il suo onore sopra tutte le donne del mondo, così come lei lo merita sopra tutte le altre?” Tornò Melchiorre e disse: “ Curial, prendete oggi commiato solamente dall’imperatore e partite da qui, poichè feste e pesce a tre giorni puzzano. E quando vi vedessero restare qui, il vostro onore na varrebbe meno. E andate nel nome di Dio là dove avere avuto inizio, e se ora partite vi lasciate qui la più nobile fama di cavaliere del mondo, la quale in un momento potreste perdere per molti accidenti dai quali l’uomo non si può guardare. Curial rispose: “Padre mio, non dite se non la verità, però prendere tanto affrettatamente commiato sarebbe una cosa molto vergognosa; ma vi prego che vestiate tutta la mia gente, in modo che io torni presto a Monferrato, e nel frattempo io mi sbrigherò”.
28
E mentre loro stavano in ciò venne un messaggero della duchessa, il quale dopo che salutò Curial, gli disse: “Signore, Laquesis è già migliorata”, Curial ripose: “ Ditemi, che ha avuto Laquesis?” Rispose il messaggero: “Signore, sappiate che dopo che ve ne siete partiti dall’ostello Del duca le venne un così grande svenimento che fino ad ora l’hanno tenuta per morta, ma ora è già in buon stato, grazie a Dio”. Rispose Curial: “In fede mia io ciò non l’ho saputo fino ad ora”. E subito montò sul cavallo e andò all’ostello del duca dove fu ricevuto assai onorevolmente. Lo condussero alla camera dove giaceva Laquesis, e così come entrò Laquesis lo vide, e subito perdendo tutta la sua virtù, svenne e la duchessa gridò grandi urla: “A Laquesis figlia mia, figlia mia Laquesis!” E pregò Curial che la baciasse e così fece per cui baciandola molte volte lei tornò. E disse: “ Curial, poco fa credevo di morire e mandai per voi, e non voleste farmi tanto bene che io vi vedessi”. Curial si incominciò a scusare dicendo che non aveva saputo niente: dunque la duchessa chiamò il messaggero che aveva mandato, e lui rispose che a Melchiorre lo aveva detto. Curial affermò con giuramento che mai gli avevano detto parola, ne tal cosa era venuta a sua notizia, di cui concepì tanta ira nel cuore che fu una grande meraviglia. E se non fosse stato l’amore grande che lui aveva per il prode, certo Curial avrebbe mostrato quanto gli era venuto a noia questo fatto. Però quando Laquesis fu già migliorata e in un miglior punto, Curial prese grazioso commiato, alla sua dimora se ne tornò e disse a Melchiorre che si guardasse un’altra vota dal metterlo in tale prova. La livrea si fece tale come Curial volle, però egli portava sempre giubboni della stoffa di Laquesis. E cominciò a mandare la sua roba e si fece un abito di stoffa nera, nel quale fece ricamare un falco incappucciato, così che non restava altro che prendere commiato. E andando dall’imperatore prese commiato, al quale l’imperatore gli si offrì molto lo pregò che volesse visitarlo, e d’ora in avanti scrivergli di tutte le cose che per lui potesse fare, poiché egli lo avrebbe fatto più che per qualsiasi uomo del mondo. Così pure prese congedo dall’imperatrice. Il duca d’Austria che seppe che Curial se ne andava venne a lui e, presentandogli doni molto preziosi, lo pregò che si servisse di lui in tutte le cose che gli piacessero e inoltre gli diede una spada, il cui guarnimento della quale non sarebbe stato stimato alla leggera. E così prese commiato e similmente dalla duchessa, se ne andarono all’ostello del duca di Baviera per prendere commiato, e così come fu entrato, sapendo Laquesis che Curial veniva per congedarsi da sua madre e da lei, gli venne incontro e lo pregò che volesse ascoltarla un poco. Per cui allontanatisi dagli altri, Laquesis cominciò così: “Curial, la necessità in cui sono posta ha scacciato da me la vergogna in modo che mi ha costretta a dire ciò che volentieri avrei celato. E pensando che qualche scusa sia per la donna o fanciulla che ama o vuole amare, aver scelto un uomo nobile e valoroso e degno della sua nobiltà ho ardire di parlare, e poiché devo seguire il senno, sono in tal punto che se non in altro modo potrei reggere. È vero che io mai amai uomo al mondo, né il mio cuore poté mai inclinarsi ad amare alcuno, ma certo ora è del tutto alienato e fuori dal mio arbitrio ed è in vostro potere; perciò vi supplico che, poiché lo avete in vostro dominio, vogliate trattarlo bene in modo che non perisca né io con esso, poiché non mi pare che per amarvi bene lo abbiamo meritato”. E dette queste parole non potendo trattenere le lacrime, pianse molto amaramente. Curial rispose:”Signora, è certo che non vi è cosa al mondo che io possa fare per il vostro servizio che non faccia prima che per qualunque fanciulla al mondo, tuttavia venendo il caso mi proverete, ciò che mi chiedete che tratti bene il vostro cuore: così vi supplico che mi trattiate bene che non soffro meno per voi, di quanto dite di soffrire per me”. E dette queste parole prese congedo da lei, ricevendo doni di inestimabile valore, e così già congedatosi dagli altri signori e signore, montando a cavallo partì e iniziò il suo cammino.
29
Laquesis, che vide partire Curial cominciò a essere molto triste, e conoscendola sua madre, le disse: “Figlia, non ti dolga la partenza di questo cavaliere, perché per amor tuo io farò tanto che il duca ed io andremo al torneo e là lo vedremo.” Laquesis rispose: “Signora, è vero che per me sarebbe qualche consolazione essere certa di andarvi e di vedere Curial, ma quale Dio mi darà sicurezza che io possa avere tanta forza da non morire per lui prima di quel tempo?” La madre le disse: “Figlia mia, non è necessario che ti comporti così, ma sforzatevi bene e pensate certamente che tutte le più belle donne e donne del mondo vi saranno, e così fa’ in modo di poter stare tra loro, e che la vostra tristezza non abbia così tanto potere da togliere la vostra bellezza così che per colpa vostra si faccia poca menzione, e che colui che ora vi stima molto venga a stimarti poco: poiché sappiate che amore non vuole cuore triste, né afflitto, e così consolatevi, e fate in modo che gli mandi qualche cosa che porti per voi nel torneo affinché tu lo possa riconoscere.” Laquesis si consolò, sperando di andare al torneo, e da quel momento tutta la sua cura fu di accrescere la sua bellezza, come sua madre le aveva consigliato.
30
Abbiamo ora parlato di Laquesis e di Curial e abbiamo lasciato Guelfa, la quale provava non poco desiderio di vedere Curial e stava in continue preghiere e digiuni per la sua salute, e ogni giorno del mondo ascoltava tre messe, quando le giunse la prima lettera della battaglia che egli aveva vinto in difesa del suo prode, della qual cosa ne ebbe grandissimo piacere e nel suo cuore fece tale festa che fu grande meraviglia. E similmente il marchese fece fare grande festa nella sua casa, e disse molte parole in lode di Curial, di cui Guelfa aveva molto grande gioia. Tuttavia non lo mostrava apertamente, anzi diceva che non era cosa nuova che un cavaliere valoroso e forte avendo cattivo diritto fosse vinto da un altro non tanto valoroso, e che ciò si vedeva ogni giorno per esperienza, tuttavia dava occasione quanto poteva di nascosto che di questo fatto si parlasse nella qual cosa lei trovava consolazione sovrana, e non aveva altro bene se non udire parlare di Curial. Ma come nuove notizie fanno dimenticare le altre, giunse notizia della grande menzione che l’imperatore aveva fatto della sua venuta, e delle grandi feste che gli facevano e come di altri non si parlava, e che quello si teneva per migliore chi più lo poteva festeggiare. Ciò possiamo dire che piacque a Guelfa tanto che a stento lo poteva nascondere, ma diceva sempre che credeva che gli facessero grande festa, così per ciò che aveva fatto come per ciò che sperava di fare, tuttavia che ognuno doveva pensare ragionevolmente, che le fame sono maggiori dei fatti, e che spesso gli uomini raccontano con esagerazione ciò che vedono e sentono. Tuttavia tutti parlavano di Curial, perché quelli che erano andati in sua compagnia così per servirlo come altri, scrivevano ogni giorno, e il marchese sapeva tutte le cose e le comunicava subito a sua sorella, la quale già le sapeva da gran tempo prima, tuttavia le teneva segrete e il marchese le divulgava. Saputo però da Guelfa che il giorno di San Marco doveva essere la battaglia, il quale giorno era ormai molto vicino, ella cominciò a rattristarsi e a sentire nel suo cuore un grandissimo dolore, e perdendo il mangiare e il dormire, diventò gialla e molto scolorit, e i medici credendo di guarirla, la purgavano e la salassavano, ed ella prendeva tutto secondo quanto essi ordinavano per coprire la sua malattia, della quale essi non avevano alcuna conoscenza. Ma poiché peggiorava ogni giorno, disse a suo fratello che voleva andare in un monastero di donne al quale era molto devota e che se le convenisse morire di questo accidente, voleva essere sepolta lì. Perciò il marchese lo lodò e, subito la portarono là, pregando suo fratello che nessun uomo al mondo la visitasse. Nel frattempo Guelfa fece fare un’immagine di San Marco, molto finemente f inita, e fece costruire un altare là dove giaceva, dove faceva dire messe continue, per tutti gli ospedali e altri luoghi dove poteva sapere di povertà faceva grandissime elemosine, e pregava continuamente Nostro Signore Gesù Cristo e la sua gloriosa madre, che aiutassero Curial, e gli facessero ottenere vittoria. Che dirvi di San Marco? Certo ella fece voto di digiunare la sua vigilia con pane e acqua soltanto ogni anno, e fece voto di costruire una chiesa in suo onore e dotarla nobilmente. E così la donna innamorata, tutta ansiosa aspettava notizia che dovesse consolarla o ucciderla. Giunto dunque il giorno di San Marco, ella invitò quanti poveri poté avere, e lei stessa a piedi scalzi li servì e tutte le monache con lei, di che tutte erano meravigliate. E quel giorno dopo che i poveri furono serviti, lei senza mangiare né bere si mise a letto, e certo tutte le monache credettero che questo fosse l’ultimo giorno della sua vita, per cui mandarono a chiamare il marchese e quando egli fu venuto, le disse: “O bellissima sorella, qual è il male che avete, che nessun uomo al mondo ha potuto conoscere? Vi prego che prendiate un poco di forza, e vediate se desiderate qualcosa che si possa darvi, affinché non veniate meno così”. Lei rispose: “Signore fratello, io non so quale male io abbia, né nella mia vita vidi medici così grossolani, poiché mai con tutta la loro scienza hanno saputo procurarmi rimedio; e piaccia a Dio, che è potente a guarirmi e conosce il mio male, che voglia provvedervi e trarmi al meglio, poiché vi avviso che se egli non provvede, entro otto giorni è certo che sarò fuori da questo mondo.” Ma quando l’ora dei vespri si avvicinava, il marchese disse: “Ahimè! e in quale travaglio deve essere ora Curial? Piaccia a Dio che voglia aiutarlo.” E dette queste parole, prese commiato e girando le spalle se ne andò. La Guelfa udendo ciò, chiamata la badessa, e ordinando alle altre di farle spazio, disse: “Signora, io muoio”. E subito con gli occhi velati e perduto ogni colore, inclinando il capo sulla spalla della badessa, cadde; la quale gridò grandi urla. Le monache che si erano allontanate tornarono subito, e si sforzavano con diversi modi di argomenti di richiamare i suoi spiriti che se ne andavano. Ma invano si affaticavano; la Guelfa certo, in questo caso era molto più vicina alla morte che alla vita. Tuttavia, dopo molto tempo, tornò un poco in sé e fatto un sospiro, tutte le donne gridarono: “Ah, signora, per misericordia di Dio, sforzatevi un poco!” “Ah, signor San Marco, aiutatela poiché oggi è il vostro santo giorno!”. Ma poiché Guelfa era molto affaticata sia dal dolore sia dal digiuno, si addormentò un poco. Non dormì molto, che vide in sogno due volpi che davanti a molta gente, volevano uccidere una donna nuda, e che la gente stava a guardare senza aiutarla. Ma quando la donna si credeva morta, venivano due leoni molto feroci e forti, specialmente uno, e fecero fuggire le volpi cosicché la donna era libera e le davano le sue vesti e la rivestivano. Allora messer San Marco, appariva alla donna e le diceva: “Abbi buona speranza. Curial difende la giustizia e ha avuto il meglio nella battaglia ed è già fuori dal campo.” E così la visione e il sogno finirono. La Guelfa, svegliandosi, schiarì un poco il suo volto, e disse che voleva mangiare. Allora le monache, con la massima fretta del mondo le diedero da mangiare, e le chiesero come si sentisse. Rispose: “Molto meglio di prima, e in fede mia credo di essere guarita.”. Stando in ciò il Marchese venne, poichè le monache avevano mandato per lui, e trovò sua sorella che mangiava, di cui lui ebbe molto grande piacere, poiché l’amava molto. E la badessa disse: “Signore, da quando partiste da qui è stata sul punto di morire: però ora già sta bene grazie a Dio, e parlando di molte cose.” E il marchese tornò a dire: “A quest’ora ormai la battaglia dei cavalieri è già stata fatta. La Guelfa non rispose né disse alcuna cosa, e il marchese replicò: “Certo io vorrei che mi costasse una grande gioia, e che io a questo sapessi com’è stata finita questa battaglia, poichè nella mia fede ne ho grande dubbio, poichè ho inteso che gli altri sono cavalieri forti e valorosi; e sebbene Curial sia assai e molto valoroso e forte, tuttavia pero non è stato visto tante volte in arena come gli altri. La badessa, che non poteva tacere, disse: “Signore, ho sentito dire che Curial porta nelle sue armi un leone; ora sappiate che questa notte, ho sognato che due leoni uccidevano due volpi, e in fede mia ricordando questo sogno ho pensato che Curial e il suo compagno siano i leoni e gli altri le volpi che chiedono baratteria; e così sono vinti e non aspettiamo altra notizia.” Guelfa voltando il capo verso la badessa, vide che il sogno concordava con quello che ella aveva fatto, e ritenne in ogni caso che Curial fosse vincitore. E disse: “Signore fratello, tanti sono oggi gli uomini che per invidia e in altro modo gettano infamie sulle donne, che non si potrebbero contare; e se costoro accusavano ingiustamente quella signora, non aspettate se non buone notizie, poiché Dio è giusto e non permette che a lungo la verga del peccatore stia sopra la sorte del giusto, affinché il giusto non stenda le mani a cose illecite; e così lasciateli stare, vorrei io essere ben guarita e se vincessero i leoni del sogno della badessa. Replicò la badessa: “Ora io vi giuro per Dio che i leoni hanno certamente vinto.” Rispose Guelfa: “Perché lo vorreste, e in fede mia credo che non vi sia qui nessuno che non lo voglia per amore di Curial, ma ancor più per amore della duchessa, che se l’esito fosse diverso verrebbe bruciata.” “Per Dio” disse la badessa, “ella non sarà bruciata in questo caso, poiché i leoni hanno vinto”; alla sua insistenza Guelfa sorrise un poco e così fecero tutte le altre. E dopo aver parlato a lungo, il marchese partì e tornò al suo palazzo. La Guelfa era un poco confortata, e disse alla badessa: “In fede mia ho avuto piacere del vostro sogno; anch’io ho sognato, in questo poco che ho dormito la stessa cosa, aggiungendo però tutta la vicenda della donna nuda, la quale pensavo fosse la duchessa accusata, e poi le disse ciò che San Marco le aveva detto. Perciò la badessa disse: “Su, signora, alzatevi dal letto e vengano tutte le monache e facciamo processione e cantiamo Te Deum laudamus, poiché Curial è tutto nostro ed è certamente stato vincitore, e messer San Marco, che è leone, lo ha aiutato.” Perciò Guelfa si alzò subito e così come se non avesse alcun male, andò così leggermente che non c’era bisogno di sostenerla. E fatta la processione e rese grazie a Nostro Signore Dio, ciascuna tornò al proprio luogo. Guelfa moriva dal desiderio di parlare di Curial e così fatte uscire le altre monache e rimasta sola con la badessa, cominciò a parlare delle notizie. E benché lei sapesse molto, tuttavia non sapeva tanto da poter nascondere l’amore che portava a Curial; tanto che la badessa capì che grande affetto lei gli aveva. E disse: “Signora, vi prego per quel Dio che può mandarvi buone notizie delle cose che più amate in questo mondo, che mi diciate la verità di una cosa che vi domanderò”. Guelfa rispose che le piaceva. Allora la badessa disse: “Signora, da tutte le vostre parole, ho capito che siete un poco innamorata di Curial; perciò vi supplico di nuovo che mi diciate se è vero.” Guelfa rispose: “Badessa amica mia, io non vi nasconderei nè posso nascondere cosa alcuna che dovessi rivelare ad altra persona, e se parlerò con voi apertamente e siate certa che non mancherà la conoscenza, perché se io non so nascondere le mie passioni, ancor meno le sapreste nascondere voi o chiunque altro al quale io le affidassi, sapendo che non vi giova molto. Tuttavia il desiderio che ho di parlare di questo fatto, e l’occasione che ho con voi mi costringe a dirvi ciò che dovrei celare; ma questa pena avrete da me se le parole che vi dirò vi usciranno di bocca: che la lingua con cui avrete parlato ve la farò strappare. E da qui in avanti vi rispondo che io non so che cosa sia amore, né mai lo vidi per quanto mi ricordi, né so chi sia; ho bensì sentito dire che amore è qualcosa, ma non vedo che sia altro, se non furor acceso, e passione piacevole. È vero che voglio bene a Curial, e se questo vuol dire amore, allora sia amore, perché io non lo so; se non che ho piacere di sentir parlare di lui, e desidero che faccia il meglio e il maggiore del mondo, e vorrei che stesse vicino a me, e da me non si allontanasse mai. Ora sapete tutto il mio stato.” La badessa replicò: “Signora, sebbene le monache vivano appartate, talvolta sono richieste da alcuni uomini che hanno pochi affari, e io in gioventù ho avuto questa esperienza più di quattro volte. È certo che amore non è altro che una grande e ampia affezione che si ha verso la cosa che piace, la quale genera desiderio di compiacerla in tutte le cose, e questo amore dura f inché la persona o la cosa gli piace, poiché poi il cuore ha cessato di amare. Tuttavia vi dico che avete fatto molto bene a tenerlo così a lungo segreto, poichè tanto grande sollievo è della pena dire a qualcuno le proprie passioni.” E da quel momento in poi entrambe si comunicarono tutti i fatti e leggevano tutte le lettere che aveva ricevuto, e di altro non parlavano; ed erano ormai così amiche, che la badessa le parlava senza alcuna riserva. Così stettero alcuni giorni, finché Dio volle che Guelfa ricevesse una lettera di Melchior, come la battaglia era stata fatta, raccontandole in dettaglio tutte le cose come le aveva sapute, della qual cosa Guelfa e la badessa ebbero grandissimo piacere, però tacquero. Non passarono molti giorni che un gentiluomo, il quale il marchese aveva in compagnia di Curial, e il quale aveva visto tutti le cose fino al dono che gli fece l’imperatore, venne e raccontò al marchese tutti i fatti per filo e per segno com’erano successi, del giorno che lui era partito da Curial, di cui il marchese si allegrò molto. E di fatto se ne andò al monastero, e trovò la Guelfa già guarita, e Andrea, sua moglie, che con lei stava. E subito il marchese fece raccontare al gentil uomo tutto i fatti minuziosamente secondo come li aveva sentiti prima, della qual cosa Guelfa ebbe grandissima gioia, ma non lo mostrava. Ma certo la badessa non sapeva nascondere la sua gioia, anzi lo mostrava così fortemente, che ciò era meraviglia. Raccontati ormai dal gentiluomo tutti i fatti; ma quando narrò l’offerta che il duca di Baviera aveva fatto a Curial della sua figlia e della sua terra, tutti ne furono meravigliati e rimasero quasi smarriti tra se stessi. Ma certo Guelfa non lo prese in festa, anzi guardò la badessa in volto e fu sul punto di perdere colore. Ma la badessa subito, disse: “E lui che rispose, l’accettò?”. Rispose il gentiluomo: “No in quel momento; perché in quell’istante arrivò Melchior di Pandone, si presentò davanti a lui e gli diede una lettera. E Curial prendendo la lettera, non rispose al duca”, e da qui in avanti continua ciò che il duca aveva detto, e cosi stesso tutto ciò che era stato fatto f ino al giorno che l’imperatore gli mandò il dono, del quale tutti ebbero molto grande piacere e aspettavano di sapere da altri messaggeri gli altri fatti che ne seguirono. E così parlando molto di questo fatto, il marchese e sua moglie se ne andarono a cenare, tutto il tempo parlando di Curial, poichè non se ne potevano saziare. Ma quando la badessa e Guelfa rimasero sole, fatte allontanare le altre, Guelfa cominciò a dire: “Ah madre mia, sono morta! Certo io non vedrò il giorno seguente. Ah uomo malvagio, e per questo ti ho fatto tanto! Certo Laquesis non aveva meritato che io le mandassi questo cavaliere perché lei se lo portasse via! Ah vita, e perché resti ancora con me! Lasciami, ti prego, e non voglia io sentire altro dolore oltre a quello che oggi ho udito! Ah Laquesis sorella mia, perché ti sei rallegrata del mio, e da così lontano mi hai rubato la mia vita! Io disgraziata, mandai soccorso a tua sorella, che credevo dovesse essere bruciata, e tu per ricompensa hai ucciso me! Ah, che facendo il bene sempre ricevo male! Ah Cloto, e perché non mi restituisci ciò che ti ho prestato, cioè il mio Curial! Non avevo gioiello più prezioso che ti mandai. Questo ti è servito contro il fuoco che ti avrebbe bruciata, e tu me lo hai rubato e dato a tua sorella. Buon mercato gli hai fatto di ciò che non costava niente. Ah Medea nobile e valorosa, ora voglio bene a te che sapesti togliere ciò che era tuo davanti alla falsa Creusa, sapendo accendere il fuoco che la bruciò, ma io per spegnere il fuoco altrui ho acceso il mio, nel quale certamente morirò. Ma perché desidero male a Laquesis?; qual è la fanciulla che abbia sentimento che non si innamorerebbe di Curial, vedendolo nel punto in cui io l’ho posto?” Diceva Guelfa queste parole piangendo continuamente, di che la badessa piena di compassione tutta si doleva. E le disse: “Signora, non vi lamentate così, perché per quanto io capisco, il duca è vero che gli offrì sua figlia, ma Curial non la volle accettare.” “Madre mia” disse Güelfa, “pensate che Laquesis non abbia occhi, e non veda in Curial ciò che io vi ho visto?; e inoltre, d’altra arte, quale uomo sarebbe così stolto da rifiutare una così nobile e vantaggiosa partita come avere Laquesis per moglie, la quale porta con sé tutto il ducato di suo padre? Ah io meschina”, risponde la Guelfa, “e gli avesse fatto Laquesis il principio che io gli ho fatto e fosse suo!” La badessa gli disse: “Signora, in mia fede io non posso credere per partita del mondo, che Curial diede luogo a tale cosa: e inoltre, posto che Curial sia un un buon cavaliere, non mancherà al duca qualcuno che gli dica che Curial non è adatto a sposare sua figlia, e io non credo che sia vero che gliela diano. E così confortatevi, che subito sapremo altre notizie; e nel caso fosse vero ciò che non può essere, pensate che Curial avrà memoria dei benefici che da voi ha ricevuto, e non ci sarà in lui tanta ingratitudine; e così signora ceniamo, che nella mia fede giuro che non c’è nulla di vero. Guelfa si mise male alla tavola e cenò peggio, sempre pensando a ciò che poteva essere.
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Dopo cena la badessa fece entrare tutte le monache in un giardino molto piacevole e, alla presenza di Guelfa, le fece giocare in molti modi. Ma Güelfa non avvertiva anzi pensava così tanto intensamente a Curial, che non sapeva se fosse notte o giorno; per la qual cosa quando la badessa intese che convenientemente c’erano stata, alzandosi in piedi con la Guelfa se ne andarono, e ciascuna andò al proprio posto come erano solite fare. Però la Guelfa non faceva altro se non pensare, finchè il suo pensiero si convertì in meglio. Non passarono molti giorni che altri messaggi arrivarono uno dopo l’altro, per i quali Guelfa seppe che il matrimonio non si sarebbe fatto, ma tutti pronosticavano che si sarebbe fatto, considerata la festa che il duca di Baviera faceva a Curial; e ci furono alcuni che dissero quando Curial aveva il letto di Laquesis nella sua dimora, e in quello dormiva e che della sua veste si era fatto giubboni, della qual cosa la Guelfa sentì grande dolore. E sebbene avesse desiderio di morire, però tuttavia sperava vedere se era caso che venisse, e donargli a intendere che si curava poco di lui. E mentre queste cose passavano così, Melchiorre di Pandone che aveva lasciato Curial nel cammino, attese. Il quale dopo che ebbe fatto reverenza al marchese, andò dalla Guelfa, la quale gli fece una festa molto grande, e lo interrogò di molte cose, alle quali Melchiorre rispose. Ma certo non si dimenticò di chiederle di Laquesis, e Melchiorre disse che era una fanciulla molto bella e molto graziosa. E Guelfa replicò: “È sposata con Curial?”. Melchior rispose di no, tuttavia era vero che suo padre gliela aveva offerta, ma Curial non aveva mai deciso di accettarla, né nessuno al mondo riteneva che gliela dessero, perché molti grandi signori si affaticavano per ostacolare questo fatto, ne poi non se ne era più parlato. Quanto a ciò che si diceva delle feste che gli facevano rispose che era vero, e che chi non lo avesse visto non lo potrebbe credere, e chi lo aveva visto non lo potrebbe neppure ben spiegare, e in ciò essi avevano agito con discrezione considerato l’onore che egli aveva loro fatto, e se non avessero fatto così avrebbero molto errato e certo non lo potevano festeggiare tanto quanto egli aveva meritato. E ditemi, signora, mai si è visto Curial in così poco pericolo e fatica come quando combatté contro Parrot di Sant Laydier, cavaliere di venticinque anni, grande come un gigante, forte e robusto più di ogni altro nell’impero, feroce e ardito più di un leone, tanto che nel campo dove egli si trovava tutti gli facevano spazio e nessuno osava affrontarlo, poiché aveva già ucciso tre uomini in combattimento a oltranza, che egli faceva così poca festa di un cavaliere da combattere, come voi fareste di una cosa vana. E inoltre accadde che vinse e abbatté due volte Otho di Cribaut, cavaliere molto valoroso, il quale aveva già gettato a terra Jacob di Cleves per ucciderlo, né Lancillotto né Tristano fecero mai una simile impresa; queste sono cose miracolose non opere di uomo mortale né umano. La Guelfa riposò un poco, ma certo non era contenta dei giubboni che portava. “Ora” disse Guelfa, “io penso che egli non tarderà a venire, a meno che Laquesis con i suoi lacci non lo prenda di nuovo e lo faccia tornare indietro dal cammino. E ditemi, Melchior, era già molto lontano da Laquesis?” “Signora” rispose Melchior, “ il corpo era lontano da lei più di ottanta leghe, ma il cuore non si allontana mai, neppure di mille leghe.” “Tutto si vedrà” rispose Guelfa. In questo modo come avete udito, si tormentava Guelfa senza poter trovare riposo in alcuna cosa, quando Melchiorre di Pandone scrisse a Curial, pregandolo che non vestisse i giubboni della stoffa di Laquesis, né dormisse nel letto che ella gli aveva dato, perché era certo che Guelfa ne avrebbe avuto grande dolore; perciò Curial subito lasciò quei giubboni, e così proseguendo il suo viaggio giunse a Monferrato. Il marchese che seppe che Curial arrivava, fece preparare tende e padiglioni fuori dalla città in una grande prateria, e qui fece costruire un meraviglioso torneo, il quale da giorni faceva allestire, nel quale egli stesso doveva entrare. E quando giunse il giorno dell’arrivo di Curial, fatte venire Andrea, Guelfa e molte altre signori, e salite su logge convenientemente alte, Curial, il quale ricevuto molto onorevolmente dal marchese e da altri signori molto assai notabili, fu collocato nelle logge tra Guelfa e Andrea, dalle quali fu accolto con grazia e festeggiato molto allegramente.
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Era il marchese bel cavaliere assai e molto valoroso della persona e trovandosi molto lieto e in buon punto pensando di parlare in segreto, tentò di dire parole non tanto discrete come si addicevano a un tale signore in un tal giorno e in un tal luogo, cioè; “Io vorrei che Curial fosse dall’altra parte, perché io giuro per la donna che amo, che gli farei conoscere con il mio corpo contro il suo in questo torneo, che egli non è innamorato di una dama tanto bella quanto io, né le è tanto fedele quanto io sono alla mia”. E così suonando le trombe con grande rumore, entrò nel torneo con paramenti di seta tutti ricamati di foglie di malva, e così anche lo stendardo. Dall’altra parte venne un cavaliere napoletano chiamato Boca de Far, molto ben montato e riccamente preparato e con notabile compagnia, il quale era venuto al torneo più per amore di Guelfa che per la festa, pensando di averla in moglie, trattando gli anziani, e così entrambe le parti entrarono nel campo. Il marchese spronò il cavallo e tenendo una lancia grossa e molto forte in mano, ferì il primo che gli venne davanti così potentemente che lo abbatté dal cavallo, e così fece con altri due subito dopo. Ma quando ebbe rotto la lancia, mise mano alla spada, e cominciò a colpire a destra e a sinistra così vigorosamente, che da tutte le parti dove passava gli facevano spazio. Curial che lo guardava senza mai staccare gli occhi da lui, disse così forte che tutti attorno poterono udirlo: “Certo il marchese è un cavaliere molto valoroso, ma ciò che ora fa, assomiglia più a una battaglia mortale che a un torneo. Allora si avvicinò a Curial un gentiluomo e gli riferì le parole che il marchese aveva detto di lui nell’ora che voleva entrare nel torneo, per cui Curial acceso d’ira tutto si cambiò e non rispose per non turbare i suoi fatti, ma pensò che il marchese sebbene tutto lo festeggiava doveva averlo in. Odio secondo ciò che aveva detto. Allora il marchese avvicinandosi verso le logge facendo molte meraviglie di questa persona, con la spada feriva così forte che ovunque passasse trovava strada aperta, e quando si avvicinò alla parte dove era Curial, disse: “Curial, noi che non siamo stati in Germania non sappiamo fare armi, né sappiamo ferire di lancia né di spada, e così abbiate pazienza se non lo facciamo bene come voi e gli altri che più lo avete usato. In questo stesso momento Boca de Far con il suo cavallo chiamato Saladi, che era il più eccellente, forte e migliore di tutti quelli che ci fossero nel torneo, quando ebbe cercato a lungo il marchese senza trovarlo, venne verso le logge e lo vide che finito di parlare spronava il cavallo con una lancia in mano per colpire un cavaliere. Ma Boca de Far mettendosi in mezzo affrontò il marchese così duramente nel mezzo dello scudo che lo fece cadere dalla sella, lo lanciò tanto lontano dal cavallo quanto la lunghezza della lancia, vedendo ciò Andrea, sua moglie, e Guelfa sua sorella, e Curial e tutta la gente delle logge e molti altri. Si levò un grido e un tumulto nelle logge così grande che fu una grande meraviglia. Il marchese con grande fatica, aiutato dai suoi montò a cavallo e mescolandosi nel torneo prese una grossa lancia, e tanto cercò montando il cavallo che trovò Boca de Far, che si difendeva con grande sforzo dai cavalieri del marchese che volevano catturarlo. Ma il marchese acceso di rabbiosa ira, venne e lo ferì con la lancia nel mezzo dello scudo, tuttavia non lo mosse dalla sella, anzi la lancia si spezzò tutta in pezzi. Boca de Far che riconobbe il marchese, ferendo dagli speroni si avvicinò a lui, e nel mezzo gli diede un colpo così forte di spada sulla testa, che il marchese vacillando e abbracciando il collo del cavallo credette di cadere. Allora altri vennero in aiuto di Boca de Far e facendosi strada con le spade afferrarono il marchese, e certo lo avrebbero portato via se non fosse stato per un cavaliere catalano, il quale era molto forte di persona e cavalcando un cavallo forte e molto valoroso venne verso quella parte e colpì Boca de Far con il petto del cavallo così fortemente, che entrambi caddero a terra. Ma alzandosi inzialmente il catalano, allargò la mano, e disse: “Su, Boca de Far”, e subito Boca de Far aiutato dal suo avversario, si liberò dal cavallo che gli giaceva sopra. Ma quando Boca de Far si vide libero e volle rimontare a cavallo, il catalano disse: “Cavaliere, lasciate il figlio della giumenta, perché certo non sarà più vostro”, e benché lo avesse aiutato, allora lo colpì con la spada così vigorosamente, che Boca de Far si sentì gravemente colpito; tuttavia cominciò a combattere contro di lui con grande forza. E mentre questi due stavano in ciò il marchese non si curò della battaglia, ma prese il cavallo di Boca de Far per le redini e se ne andarono alle logge e lo presentò a Curial, il quale lo prese e ne fece grande festa, riconoscendo che era il cavallo di colui che lo aveva disarcionato. Il torneo era durato a lungo, e la malinconia cresceva da ciascuna parte, quando Curial pregò il marchese che facesse cessare il combattimento e quel giorno non si facesse più, perciò il marchese fece subito suonare le trombe per la ritirata e tutti si separarono. Ma il catalano e Boca de Far continuavano a combattere e nessuno voleva muoversi dal proprio posto. Allora il marchese ordinò che gli stendardi tronassero avanti, e così alcuni cavalieri si misero tra quei due e con grande fatica si separassero.
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Dunque terminato il torneo, il marchese salì nelle logge, e qui le donne e Curial lo disarmarono. Il marchese fece venire Boca de Far, e gli rese grandissimo onore, dicendo che era il miglior cavaliere che fosse stato nel torneo e quello che più aveva fatto del suo corpo. Disse Boca de Far: “Marchese, questo potreste dirlo, se io avessi condotto il vostro cavallo, così come voi avete condotto il mio.” Allora il marchese rise e lo abbracciò e lo festeggiò molto. Intanto fu preparata la grande cena e tutti vennero a sedersi. Ma Curial pieno d’ira guardava da tutte le parti, e chiese di un cavaliere che nel torneo aveva portato uno scudo verde con una barra d’oro che lo attraversava; e gli fu indicato. Subito gli si avvicinò, e gli domandò il suo nome e di quale terra fosse. Ed egli rispose di chiamarsi Dalmau Doluge e di essere di Catalogna. Curial gli fece grande festa, così come quello che aveva visto molte belle cose per lui fatte nel torneo, e in particolare il duello che aveva sostenuto contro Boca de Far, e come mosso da grande cortesia lo aiutò a rialzarsi, e poi lo combattè molto valorosamente; e dentro del suo cuore, lo ritenne il miglior e più valoroso cavaliere che fosse stato nel torneo. Perciò preso in disparte il marchese, lo pregò che gli facesse grande festa, perché ben lo meritava, e col tempo gli avrebbe potuto giovare. Il marchese fece così, per cui avvicinandosi il cavaliere catalano, lo festeggiò molto. Alora si sedettero a cenare; e ordinato il marchese Curial si sedette in mezzo tra Guelfa e Andrea, e vicino a Andrea, il catalano, e Boca de Far vicino a Guelfa, e il marchese davanti su una sedia; tutti gli altri si sedettero ordinatamente. E serviva da maestra di ostello una nobile donzella chiamata Arta, la cui bellezza in quel tempo era tenuta in grande stima, e accompagnata da molti cavalieri e gentili donne si faceva conoscere nella sala. Tuttavia il servizio che lei faceva era soprattutto rivolto a guardare Curial, la cui bellezza risplendeva sopra tutti e tutte quanti e quante erano nella sala; ma Arta, non sapendo nascondere ciò che nel cuore le era caduto, non staccava gli occhi da Curial, per cui Guelfa, quasi con malinconia e gelosia, disse: “Arta, io non pensavo che vi fossero altri feriti se non quelli del torneo; ma ora vedo il contrario e credo che ve ne saranno anche di prigionieri.” Arta, tacque. La cena finì e le tavole furono sparecchiate, quando Arta venne con un bellissimo elmo d’armi, e da parte del marchese lo diede a Boca de Far così come al più valoroso e miglior cavaliere del torneo, della qual cosa il catalano si turbò tutto, e disse: “Maledetti siano gli stranieri non conosciuti.” Curial, udendo ciò, vedendo che il marchese non giudicava secondo ragione a suo parere, e d’altra parte avendo visto che Boca de Far non staccava mai gli occhi da Guelfa e le diceva alcune parole, per le quali tutti capivano che era innamorato, mandò subito a prendere una sua spada, la quale gli aveva donato il duca d’Austria, il cui guarnimento non sarebbe stato stimato leggermene, e dandola al cavaliere catalano, le disse: “Tenete questa spada così come colui che ha colpito meglio e più forte di qualsiasi cavaliere che io abbia visto oggi nel torneo.” Boca de Far mosso da invidia, disse: “Per la mia fede, io ritengo che il cavaliere abbia ben colpito con la sua spada, tuttavia vi sono altri che hanno fatto tanto quanto lui secondo il mio parere.” Il marchese ordinò che nessuno ne parlasse più. Perciò il catalano con grande dispiacere sopportò quell’ordine del marchese, per un buon tempo, durante il quale si parlò di molte altre cose. Ma il catalano, che non aveva dimenticato le parole che Boca de Far aveva detto a Curial, disse: “Cavaliere, né desiderio del vostro elmo, né desiderio di togliervi quel poco onore che oggi credete di aver guadagnato mi fa parlare, ma si il vostro grande orgoglio, il quale io non posso sopportare; e perciò vi dico che il marchese non ha giudicato giustamente nel darvi il premio, perché altri lo hanno meritato meglio di voi. E benché in questo caso io non faccia menzione di me, siccome io sia un cavaliere di povero fatto, però tuttavia sarei pronto se lo deliberaste, a tornare in campo e farvi conoscere, per battaglia del mio corpo contro il vostro, che non meritate il premio che vi è stato dato.” Boca de Far era grande signore ed era venuto molto ben accompagnato al torneo e si era innamorato di Guelfa, sebbene lei non volesse girare gli occhi, e considerò grave che davanti a lei quel povero cavaliere gli dicesse tali parole. E rispose: “Amico, ora non ho desiderio di combattere, soprattutto per una cosa come questa, sapendo bene che il marchese mi ha dato il premio, più per sua grazia che per mio merito, poiché senza dubbio egli lo merita meglio di me; ma poiché non gli pare onesto dichiararsi egli stesso il migliore, ha voluto attribuirlo a me cosa di cui mi vergogno più che esserne onorato”. Replicò il catalano: “ E neppure il marchese è stato il miglior cavaliere oggi, né il premio spetterebbe a lui”. Boca de Far, udendo ciò rimase tra sè un momento, però rispose: “Cavaliere, vi ho già detto che ora non ho volontà di combattere, tuttavia se volete mantenere ciò che avete detto, vi darò dal mio ostello un cavaliere che combatterà su questo caso”. Rispose il catalano: “E io darò a quel cavaliere un altro cavaliere del mio lignaggio, del mio nome e di maggiori armi che è qui, e io combatterò con voi in ogni momento, poiché l’altro che mi offrite non mi ha offeso”. Il marchese capì che il catalano era cavaliere di grande valore e gli dispiacque che si paragonasse a Boca de Far, e disse: “ Cavaliere, non vi sono grato per ciò che dite, perché vi sforzate di abbassare uno dei cavalieri più onorati in questo campo”. Il catalano con grande malinconia rispose: “Marchese, egli non vi ha onorato, ma voi avete onorato lui, che fece spazio alla sua lancia davanti a questa loggia e poi vi umiliò alla sua spada e per caso sareste stato più onorato se io non mi fossi opposto, che io risposi per voi meglio di quanto fate ora per me, e ancora ora lo onorate, e vedo che Dio non smetterebbe di onorare coloro che vi disonorano”. Curial intervenne e disse: “Signore, vi piaccia che basti quanto è stato detto fin qui, poiché questo cavaliere merita altri onori che voi non gli procurate”. Boca de Far, udendo Curial, disse: “Curial, dite voi ciò che questo cavaliere dice, che io vi risponderò”. Curial rispose: “Boca de Far, io non dico nulla del marchese, ma per quanto riguarda voi, dico che a mio giudizio il cavaliere catalano oggi è stato migliore di voi, e ha fatto più di voi, e merita meglio il premio”. Boca de Far rispose che mentiva per la gola, e che lui e un suo compagno avrebbero combattuto contro lui e il catalano su questo caso. Curial, udito ciò, rispose: “Boca de Far, io dico la verità, e voi avete mentito e mentite ora e mentirete ogni volta che tornerete a dire, e sono contento a combattere sopra questo caso con voi corpo a corpo, e se a questo cavaliere catalano piacerà combattere contro il vostro compagno, altrimenti mi offrirò di trovare altra compagnia”. Il catalano che ciò aveva udito, tutto riscaldato e quasi bagnato di sudore, si fece avanti e disse: “Boca de Far, avete parlato troppo, e ora vedremo se sarete uomo da sostenere ciò che avete detto, perché io gli farò compagnia finché avrò anima nel corpo”. E così fu da tutti confermato.
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Il Marchese ebbe da ciò molto grande dispiacere e cominciò a trattare una concordia tra loro, ma il catalano si mostrò tanto fiero e tanto aspro che non si può dire, e disse al marchese: “Marchese, voi pensate di lavorare per metterci d’accordo”. Disse il Marchese, si. “Anzi fate il contrario”, disse il catalano, “perché noi siamo d’accordo, e voi ci volete mettere in discordia. Lasciateci, che io, per Dio non voglio prendere altro partito se non quello della battaglia”. Dalla parte di Boca de Far si fecero avanti due cavalieri, e dissero al catalano dov’era il cavaliere del suo lignaggio di cui aveva parlato, poiché essi volevano avere parte dell’onore di Boca de Far. E subito si mostrarono altri due cavalieri catalani, l’uno chiamato Roger Doluge, l’altro Ponç Dorcau, e dissero che in nome di Dio e di monsignor San Jordi, volevano essere in quella battaglia contro quei due, e così si diedero la fede gli uni agli altri: in modo che furono quattro contro quattro. Boca de Far supplicò il Marchese che tenesse loro il campo, e benché il Marchese si scusasse molto, tuttavia infine glielo concesse, pensando che nel frattempo avrebbe trattato tra loro affinché la contesa si risolvesse senza battaglia, e assegnò con volontà delle parti per la battaglia ,il giorno di San Johan, che era molto vicino. In quei pochi giorni il Marchese si affaticò molto per togliere la questione, ma mai riuscì a trovare soluzione, anzi ciascuno si preparava sempre meglio che poteva per quella giornata. Boca de Far disse al Marchese: “Marchese, vedete come avete preso incarico di tenerci il campo, perché mia intenzione è sempre venirne a fine. E se voi non lasciate che giunga a fine, sappiate che io farò andare i cavalieri in altro luogo, e davanti a tale giudice che la battaglia procederà fino ad oltranza. Il Marchese disse che così avrebbe fatto, poiché vedeva che così avevano deciso. Molte furono le notizie e la festa fu tutta turbata, quando il Marchese, vista ormai la loro concordia e che non poteva far nulla, chiese loro dicendo se avrebbero combattuto a cavallo o a piedi. Boca de Far rispose che a cavallo, poiché cavaliere era e non voleva essere pedone. Agli altri piacque perché conveniva loro che la battaglia si facesse; e accordatisi sulle armi difensive sia offensive, il Marchese prese Curial e conducendolo dalle logge, fino alla sua dimora lo accompagnò. E poi se ne andò al suo palazzo, e la Guelfa tornò al monastero, pensando di avere migliore occasione di parlare con Curial; così tutti andarono a riposare. Il Marchese quella notte fece mettere guardie al monastero, per vedere se Curial sarebbe andato a parlare con la Guelfa, ma quella notte Curial non si mosse dalla sua dimora, anzi rimase sicuro e quando venne il mattino, alzatosi, andò dal Marchese, e insieme andarono a messa nel detto monastero, dove trovarono già Boca de Far che aveva ascoltato messa e stava guardando per vedere la Guelfa. La quale quando seppe che il Marchese era lì e che sarebbe stata richiesta da lui, non volle mai uscire dalla camera, affinché Boca de Far non avesse piacere di vederla.
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Curial, sapendo che Boca de Far era innamorato della Guelfa divenne molto geloso, e acceso di rabbiosa ira l’avrebbe ucciso in qualunque partito, se non pensando che avrebbe preso parte in qualunque modo, se non fosse stato che pensava che entro breve si sarebbe fatta la battaglia e quella avrebbe tolto la questione perché uno di loro vi sarebbe morto, e da quel momento in poi la Guelfa sarebbe rimasta per l’altro se lei lo avesse voluto. Venuta l’ora del pranzo, il marchese invitò Curial lo condusse al suo palazzo e gli fece molto onore, ma non tanto quanto gli facevano i Duchi e l’Imperatore. Da quel momento ordinò che un giorno venisse al suo palazzo Boca de Far, un altro Curial, e così divisero il tempo. Il Marchese, richiesto da Boca de Far, andò al monastero e mezza forzata condusse la Guelfa al suo palazzo dicendo che mentre quegli stranieri erano lì, voleva che lei vi stesse per festeggiarli. Nel frattempo i due anziani si misero a trattare il matrimonio della Guelfa con Boca de Far, cosa di cui il Marchese ebbe grande piacere, ne parlò con lei, ma la Guelfa così come quella che era molto saggia signora e amava Curial senza misura, nonostante avesse piacere di vedere Boca de Far, che era molto bello e buon cavaliere, di grandissimo lignaggio e meravigliosamente ricco e tanto ben parlante che non aveva difetto, così che tutti avevano piacere di stargli vicino, rispose a suo fratello: “Signore, è vero che al presente non ho desiderio di marito, né ho deliberato di prendere questo né un altro, e quando ne avrò intenzione, dovete pensare che mi guarderò bene dal prendere per marito un uomo che sia in pericolo di battaglia mortale, così come Boca de Far è, perché non si sa quale sarà la fine della battaglia, né voglio vedere ancora una volta il dolore che ho già visto nel prendere marito, e poi vederlo uccidere davanti a me senza poterlo soccorrere. Non sia mai, piuttosto si purghino e si ristabiliscano coloro che con lance e con spade si colpiscono. Vi chiedo grazia che vogliate tacere su ciò perché sebbene Boca de Far sia un buon cavaliere, ha già abbastanza da fare al presente”. Il Marchese lodò questa risposta e disse agli anziani ciò che la Guelfa gli aveva risposto, che lasciassero passare la battaglia e poi ne avrebbero parlato. Gli anziani riferirono questa risposta a Boca de Far di che lui fu molto contento e si mise più a puntino per giungere alla battaglia.
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D’altra parte Curial, che tutte le cose sentiva, moriva di gelosia e di dolore, da una parte perché si riteneva certo che la Guelfa amasse Boca de Far, dall’altra perché il Marchese lo teneva in maggior stima di lui, e gli faceva maggior festa. E similmente perché egli non poteva parlare con la Guelfa, per cui dentro di sé si consumava del tutto. La Guelfa, che non aveva meno invidia di Laquesis, mandò a dire a Curial che le desse il letto e i paramenti di Laquesis, così come glieli aveva dati, perché li voleva per sé, e similmente le mandasse le vesti e gli altri gioielli che gli erano stati donati in Germania, i quali erano molti, oltre quelli già nominati; perciò Curial lo fece, e per mezzo di Melchiorre di Pandone le mandò tutto. E non appena li ebbe visti, trattenne tutte le cose; tuttavia volle mettere alla prova Curial, e fargli un dispiacere così grande e peggiore di quello che Curial le aveva fatto per il fatto di Laquesis. Perciò subito, segretamente, si mise a fare una tenda con quei paramenti di cortine, e la mandò a Boca de Far, pregandolo di tenere ciò segreto fino al giorno della battaglia, di collocarla nell’arena dove egli sarebbe stato. Curial moriva perché non poteva parlare con la Guelfa, la quale benché fosse molto sorvegliata, avrebbe ance comunque potuto trovare modo se avesse voluto. E vedendo che non poteva parlarle, le mandava lettere per mezzo di Melchiorre, ma lei mai le voleva leggere davanti a Melchiorre né mostrava alcuna espressione, per cui Melchiorre credette certamente che la vicenda di Curial fosse tutta confusa. Ma non appena Melchior se ne andava, la Guelfa leggeva le lettere una e molte volte, e le baciava e le festeggiava tanto, che più non poteva, e con la badessa, che aveva in compagnia, passava il tempo parlando continuamente di Curial, poiché altro bene né altro sollievo non aveva né poteva avere se non parlare di lui e guardare tutti i gioielli che aveva da lui. E benché la badessa le consigliasse di non comportarsi così duramente verso Curial, tuttavia ella diceva: “Certo farò peggio, poichè il giorno che Boca de Far verrà a corte, io uscirò e gli farò festa; e il giorno che quello sconoscente vi verrà, non uscirò né farò menzione, e gli farò tanto dispiacere per Boca de Far, quanto egli ne ha fatto a me per Laquesis. E così fece da quel momento in poi; per cui Curial divenne tanto triste, che tutti pensavano che avesse paura della battaglia e già lo ritenevano morto. E il contrario accadeva per Boca de Far, poiché andava tanto allegro che tutti ritenevano che sarebbe stato vincitore.
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I catalani vennero da Curial e gli dissero quali ornamenti voleva che si facessero per il giorno della battaglia e quali cotte d’armi. Curial che stava tutto disperato e non pensava a nulla di ciò, disse: “Signori cavalieri, io ho il cuore in un’altra parte, e per niente non potrei ora pensare a ciò, e così vi prego che lo facciate voi poiché io ne sarò contento, e disse a Melchiorre che desse loro tanto argento quanto ne avessero bisogno. Melchiorre rispose che gli andava bene. I catalani dissero: “Curial, qui non serve molto argento, perché la pompa non vale nulla in tali fatti; sforzatevi a maneggiare bene le mani poiché esse vi daranno onore, e tutto il resto è fumo, e così abbiamo stabilito se vi sembra bene e vi piace, di fare ornamenti bianchi con croci di San Jordi sotto l’invocazione del quale è fondato l’ordine della nostra cavalleria, e così vedete se vi piace, ditelo ora. E lui rispose che era contento e voleva andare in quella stessa forma, e così si separarono da lui e fecero fare gli ornamenti e tutto ciò che serviva per quel giorno. Tuttavia erano malcontenti che Curial fosse così abbattuto che già lo ritenevano come morto. Curial mandò a dire alla Guelfa che gli mandasse qualcosa delle sue da portare il giorno della battaglia per amor suo. Lei rispose che aveva abbastanza dei giubboni di Laquesis e che quello gli doveva bastare; che non pensasse che lei non sapesse tutti i fatti come erano accaduti, e così si tenesse per certo che non gli avrebbe mandato nulla; per cui Curial credette di morire e Melchiorre voleva confortarlo, ma non poteva, pensando che la Guelfa fosse davvero adirata contro di lui. Curial che vide ciò disse molte volte: “Mi sarebbe stato meglio restare in Germania.” Rispose Melchiorre: “Così accade a chi che non ha se non un cuore e ne vuole fare molte parti, tuttavia non vi scoraggiate, perché le donne sono di questa condizione che vogliono avere dagli uomini che amano molte prove, e se la Guelfa sapendo ciò che avete fatto vuole vendicarsi di voi non dovete meravigliarvene, ma siate certo che ciò non è nulla, poiché dai più amari calici bevono gli innamorati e molte volte accade che ciò che si crede lontano sia vicino. Curial si confortò un poco sapendo che Melchior diceva il vero, ma replicò: “E non avrò una visione prima di entrare nell’arena? Certo se non la vedo non avrò onore, anzi vi morirò certamente. Melchiorre rispose: “Curial, se la Guelfa non vi amasse, avrebbe già ordinato che non vi si desse nulla di ciò che è suo, anzi mi ha ordinato che ora vi dia ciò che volete molto più copiosamente che mai, e così abbiate buon cuore, perché la vostra Guelfa è in ogni caso vostra, ma io conosco che volendovi mettere alla prova vi tratti con dispetti per quelli che voi le avete fatto, e non me ne meraviglio perché davvero lo avete meritato; e così, Curial vi prego di confermarvi col tempo, perché non si conoscerebbe il bene se non si mescolassero alcuni dispiaceri, tuttavia pensate che non potete avere peggior tempo di quello che oggi avete, e non può essere che non cambi e per caso in meglio, e tali cantino che presto piangeranno perché così vanno le cose del mondo. Curial tacque e non rispose, e mandò a chiamare i suoi catalani, e atteggiandosi col il gesto, mostrò un’allegria finta, sebbene ne avesse poca. I quali venuti Curial li invitò, fece loro grande festa e prese un’arpa e suonò meravigliosamente così come colui che ne era gran maestro, e cantò così dolcemente che non sembrava se non voce angelica e dolcezza di paradiso. I catalani ebbero piacere nel vederlo rallegrare e fu detto loro che si mettessero a tavola poiché il pranzo era pronto, e mangiarono, e Curial mangiò meglio di quanto avesse fatto nei giorni passati e dopo che ebbero mangiato, stettero un poco e fatta la colazione, se ne andarono a riposare. Ma dopo che ebbero riposato un poco, Curial fece dispiegare la sua armatura e le armi; e quando i catalani lo videro armato ne ebbero grande piacere e fecero venire anche le loro armature e armandosi fecero molte prove, e benché essi fossero forti e molto aspri cavalieri con grande meraviglia, anche riconobbero che Curial non era meno forte di loro e tra loro lo tennero in grande stima e ritennero certo che male vi era venuto Boca de Far. Curial chiese loro se avessero bisogno di denaro che glielo dicessero, perché egli ne avrebbe dato loro abbastanza. Dalmau Doluge rispose: “Cavaliere, noi non abbiamo bisogno del vostro argento perché per grazia di Dio abbiamo un re, che ci dà modo tale che senza prendere denaro da altri possiamo cercare il mondo. E credo che in noi non vi sia tanto valore da osare ne sappiamo spendere ciò che egli ci ha dato e dà senza cessare ogni giorno. Ma prego Dio che vi dia grazia che in un caso simile a questo che abbiamo tra le mani, nel quale per accrescere il mio onore voi vi impegnate, io possa soccorrervi e servirvi, perché riconoscerete che a me bastava il cuore una e molte volte per fare per voi ciò che voi ora fate per me, e questo f inché avrò anima nel corpo.
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Era questo Dalmau Doluge uomo molto massiccio e di grandi spalle e molto robusto in tutte le membra, e così era tanto forte, che senza alcun dubbio il cavaliere che combatteva con lui non si doveva ritenere al sicuro. Non era tuttavia in nulla gentile nella persona, ma si aveva il cuore così alto che sarebbe stato abbastanza degno di essere re: tale era l’altro cavaliere Doluge. Ma Ponç Dorcau, era un uomo nobile di lignaggio, snello e lungo di persona, giovane di pochi giorni, i capelli rossi e tanto gentile, che sembrava fatto a pennello; molto temperato e forte e così ardito che non si potrebbe scrivere, allegro cantatore, tutto innamorato, e infine ben voluto da quante persone lo avevano in considerazione. Così che questi catalani fiduciosi nella loro virtù, andando per il mondo facevano mestiere di combattere, e non si potevano fare grandi fatti d’armi senza che essi vi si trovassero e ne riportassero grande onore; e così erano tenuti in grande stima in molte province, nelle quali, cercando onore che senza fatica non si può avere, erano stati.
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Molta angoscia provava la Guelfa, sebbene facesse l’adirato, e aveva molto grande desiderio di vedere Curial, e ora deliberava di mandare a chiamarlo, e subito dopo se ne pentiva per vendicarsi di ciò che egli contro di lei aveva fatto, e non sapeva come comportarsi. Perciò un giorno, prima che la battaglia si facesse, mandò a chiamare Melchior, e gli disse: “Che fa quel cattivo uomo?” “Signora”, rispose Melchiorre, “si prepara per la battaglia.” “E quali ornamenti ha fatto?” disse la Guelfa. Rispose Melchiorre: “Bianchi con croci di San Jordi, tali come gli altri suoi compagni.” “Ora ditegli”, disse la Guelfa, “che non si dispiaccia di ciò che vedrà, perché io ho dato gli ornamenti di Laquesis a Boca de Far, poiché i beni della mia nemica voglio che li abbia il mio nemico; e così dagli questo bracciale di stoffa e lo porti il giorno della battaglia; e tornerai tra poco, perché ho bisogno di te.” Melchiorre se ne andò da Curial e gli diede il bracciale, del quale egli fu tanto contento come se avesse guadagnato un regno e gli parve di aver già vinto. Poi gli disse tutto ciò che la Guelfa gli aveva detto; e benché gli dispiacesse degli ornamenti di Laquesis, tanta era la gioia che gli era caduta nel cuore per ragione di quel bracciale che tutto il resto gli pareva nulla. E così disse a Melchiorre: “Tornate dalla signora, poiché lei te lo ha comandato”; e così fece. La Guelfa, appena Melchiorre le girò la schiena, prese la badessa per la mano, entrò in una piccola stanza e si spogliò tutta nuda, e prese la camicia di lino che indossava e la diede alla badessa, e prendendone un’altra tornò subito a vestirsi, e tra lei e l’abbadessa con la maggior fretta del mondo, fecero sulla camicia, così sul petto come sulle spalle dall’alto in basso, croci di San Jordi e similmente sulle maniche, e quando fu fatta fece chiamare Melchiorre, il quale entrò dentro, e lei gli disse: “Darai a quel pazzo questa camicia che ti dà la badessa, e digli che la porti domani come cota d’armi sopra l’armatura. Melchiorre la prese con grande gioia, e quando volle andarsene, disse la badessa: “Melchiorre, digli che non gliela do io, ma che gliela dà lei; e in buona fede da quando tu sei partito da qui, lei se l’è tolta, perché la indossava oggi; è vero che io l’ho aiutata a fare le croci. A questo punto Melchior girando la schiena se ne andò in fretta da Curial, il quale, dopo aver preso la camicia e aver udito le altre parole, ebbe così grande gioia che non sapeva dove mettersi. E subito si armò e indossò la camicia e aprendola in certe parti, fecero in modo che gli venisse bene, sebbene sul petto e sulle spalle gli coprisse molto poco, di che egli non si curava affatto, e si ritenne certo che con quella camicia avrebbe vinto non solo Boca de Far, ma anche Tristano di Leonis se fosse venuto alla battaglia.
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Vennero i catalani da Curial e lo trovarono così allegro che non poteva esserlo di più, e ne ebbero piacere perché lo trovavano in così buon momento. La notte seguente Curial e i catalani andarono al monastero dove la Guelfa soleva stare, e lì fecero portare le loro armature e tutte le altre cose di cui avevano bisogno per la battaglia. La badessa che lo sentì, prese commiato dalla Guelfa per andarsene a casa sua. “Ahimè!” disse la Guelfa, “con voi mi sono consolata fino a ora! Oh madre mia, e che farò io questa notte! Certo credo che morirò di pensiero. Curial, e non lo vedrò io? Tu starai là dove io vorrei stare” La badessa le disse: “Signora, io non mi allontanerei da voi, se il caso non lo richiedesse in tutto, poiché questi cavalieri saranno in casa mia ed è molto necessario che io vi sia per far loro onore; ma vedete cosa volete che dica a Curial, che io glielo dirò certamente.” “Oh madre mia! disse la Guelfa, sarai più leale a me che Laquesis?” “Gesù!” rispose la badessa; “signora, come potete pensare che per quanto folle io volessi essere, Curial si innalzasse a me? Ma in verità ora mi farete parlare più avanti di quanto avrei fatto. Signora, se voi stessa, non so perché, vi togliete tutti i vostri piaceri, chi ne ha colpa? Io vi dico certamente che nessuna persona al mondo deve aver pietà di voi.”
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“Ah misera me! vinca Curial e viva, e se vuole non sia mio, sia di chi voglia, e sia vincitore! Ah, infelice, quando egli e Boca de Far si scambiavano le parole io piacere ne avevo, e ora vorrei che mi costasse la vita pur di poterle dire! Ah misera, che io l’ho fatto, perché certo Curial non avrebbe intrapreso contro Boca de Far se non per la gelosia che ha avuto ragionevolmente di me e di lui, e se Curial muore, io sono morta! Ah che tutte queste morti che in questa piazza si faranno, ricadino su di me! Ah sventurata femmina, e perché volli vendicarmi di Curial se Laquesis gli aveva fatto onore, poiché facendo onore a lui lo faceva a me, e gli uomini sono tenuti a ricevere gli onori che le donne fanno loro ed è loro costume, e se Curial li accettava faceva bene, tuttavia sempre era mio e nel suo cuore disprezzava tutte le altre? Ahimè, quanto ha fatto per me, perché quel matrimonio disprezza ricordando il mio nome, poiché vedendo la mia lettera rimase muto alla tavola dove gli presentavano Laquesis, vergine tedesca, nata da chiaro sangue e splendente per inestimabile bellezza, e vedendola davanti per un poco di carta mio non stende la mano per prenderla! Ah, e quale dolore sarà quello, quando egli vedrà nel campo i gioielli che Laquesis gli diede, e penserà che io lo abbia fatto per vendicarmi di lui! Certo no, anzi crederà e più ragionevolmente, che io l’ho amato e favorito, e desiderando che avesse onore l’ho aiutato come si è visto. Ma perché mi accuso misera me, che giovano le parole, poiché è vero che egli mi aveva fatto dei torti, ma molto maggiori sono questi che io stessa mi sono procurata? Ah madre mia e come vedrò le spade sopra il capo di Curial, le quali se io avessi avuto miglior consiglio non vi sarebbero giunte! Che sarà di me? E mi mettessi io nel campo, e le aspettassi nel mio petto nudo, e Curial fosse salvato! E che da ora in poi io sia amata da Curial, posto che egli sia vincitore, certo non lo credo né lo consente la ragione, perché donna che procura disfavore e morte a colui che la ama, non vuole essere amata a lungo, poiché ogni giorno cresce amarezza. Ma perdonami Curial questa colpa e se mai più vi ritorni, fa’ di me ciò che ti piacerà”. Diceva sempre queste parole la Guelfa piangendo molto angosciata, e disse anche: “O Melchior, e tu che per me tante volte lo hai ripreso e rimproverato, accarezzalo una sola volta e non lo perdere, potendo tu conservarmelo”. Melchiorre e la badessa la confortavano quanto potevano, e Melchiorre disse: “Signora, confortatevi, perché Curial con la vostra camicia ha dimenticato tutti i dispiaceri che ha sopportato fin qui ed egli è vostro, ma vi prego che quando entrerà nell’arena e sarà davanti a voi vogliate benedirlo, e almeno aprendo un poco la bocca gli diciate che Dio lo voglia aiutare, affinché egli intenda che ancora gli volete bene e fate quanto potete perché egli vi veda sempre. La Guelfa, piangendo, rispose che le piaceva guardarlo e mostrarsi a lui e pregare Dio che lo aiutasse, ma non sapeva se sarebbe stata capace di vivere finché la battaglia durasse. “Signora”, riprese Melchiorre, “confortatevi bene perché domani Curial avrà più onore di quanto ne abbia avuto cavaliere da molto tempo”. Disse la Guelfa: “Dimmi, sono buoni cavalieri quei catalani che sono nella sua compagnia?” Rispose Melchiorre: “Sì, i migliori che io abbia mai visto e senza dubbio lo mostreranno domani, Dio volendo”. “Così piaccia a Dio”, disse la Guelfa, “perché io ho grande paura”. “Tutta la paura che avete”, disse Melchior, “potreste venderla per un denaro, perché vi prometto in fede mia che non avete ragione di aver paura; e così vi prego che ci lasciate andare perché è già sera e i cavalieri saranno al monastero oggi stesso. E la signora badessa rimarrà d’ora in avanti lì”, per cui al momento del commiato, la Guelfa disse: “Madre mia consolatelo da parte mia, e se è adirato ditegli che voglia perdonarmi”. Melchiorre e la badessa andarono al monastero e i cavalieri non erano ancora arrivati. Melchiorre fece grande preparazione di confetti di zucchero e di vini preziosi per la colazione, e intanto i cavalieri arrivarono e tutte le monache li ricevettero in processione e andarono con loro alla chiesa cantando inni devoti, e poi andarono nella stanza dove la Guelfa soleva stare. Curial che vide l’altare di messer San Marco, dove la Guelfa si inginocchiava per pregare, si inginocchiò subito e fatta orazione venne al letto della Guelfa e, guardandolo sospirò. Disse Melchiorre: “Curial, non sospirate, perché in fede mia non ne avete motivo; poiché io non credo che vi sia cavaliere al mondo più amato da una signora di quanto voi siate dalla Guelfa”. Rispose Curial: “E chi deve sospirare se non colui che è amato?” Allora la badessa gli raccontò tutte le lamentazioni della Guelfa, ma Curial udendole rimase come muto e non rispose. Disse Melchiorre: “E non rispondete nulla?” “No”, disse Curial, “perché non ho licenza di parlare se non davanti a voi soltanto”. Allora gli altri cavalieri si presentarono a loro e fatta lieta colazione si misero a dormire.
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Se la Guelfa ebbe buona notte, tale la dia Dio a chi mi vuole male, perché certo ella non ebbe né bene né riposo, anzi andava per la stanza come folle che non sapeva ciò che faceva. Tuttavia quando venne il giorno i cavalieri si alzarono e di buon mattino ascoltarono tre messe e poi si armarono, ma Curial li pregò che non portassero i bacinetti sulla testa, e così fecero. Perciò montando a cavallo, su cavalli molto forti e valorosi, cominciarono ad andare sotto uno stendardo bianco con croce rossa e tali paramenti; ma tutti ridevano della cotta d’armi di Curial, vedendo che era una camicia da donna. La badessa cavalcò e, affrettandosi, andò dalla Guelfa, la quale già cavalcava con Andrea per andare al catafalco, e fattagli reverenza la Guelfa le domandò: “Dov’è la luce dei miei occhi?”. “Nel vostro letto ha dormito stanotte”, disse la badessa, “e dice che mai ebbe tanto bene, ma sappiate che ha parlato molto con Melchiorre, ma a me non ha osato confidare.” “Ahimè”, disse la Guelfa, “non mi ricordo di avergli mandato a dire che parlasse con voi come con Melchior, e lui non oserebbe fare altrimenti! Ah misera, quanto mi teme; e vedete che dolore, uomo che non teme tutti i cavalieri del mondo, teme me che sono una debole femmina che non gli posso fare danno!” Allora Andrea e la Guelfa accompagnate da molta nobile gente, cominciarono ad andare alla piazza, e lungo il cammino incontrarono i quattro cavalieri che avevano dormito al monastero. Andava per primo Ponç Dorcau, poi Roger Doluge, quindi Dalmau Doluge e infine Curial, il quale quando vide la Guelfa, si inchinò profondamente a lei e ad Andrea, e disse: “Signore, benediteci, poiché ormai non possiamo fare altro che il nostro meglio.” Per cui la Guelfa li benedisse e alzando il braccio glielo pose sulle spalle, e disse piangendo: “Io prego Dio che vi aiuti, perché pregando per la vostra vita prego per la mia, della quale senza di voi mi importerebbe ben poco”: dicendo queste parole a voce bassa, così che non le udì se non Curial.
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Passarono avanti i cavalieri e le donne, che tutte volevano bene a Curial; piene di compassione, tutte si lamentavano dolorosamente, e dall’altra parte ridevano della camicia. Curial, sentendo ciò di cui ridevano, disse: “Ora posso essere chiamato il donzello della cotta mal tagliata”. E così andarono fino all’arena, e scesero dal cavallo nella tenda che era bianca di damasco con croci rosse. Non tardò molto che Boca de Far venne con i suoi con tanta superbia che non si può dire, e davanti venivano dodici cavalli coperti molto riccamente con paramenti verdi, broccati d’oro, e con tanto rumore di menestrelli e suonatori di trombe, che ciò era meraviglia. Il quale quando si avvicinò all’arena e volle fare riverenza alle signore dei catafalchi, la Guelfa si coprì il capo con il mantello, e, maledicendolo, non volle guardarlo; di ciò Boca de Far fu molto contento, pensando che lo avesse fatto per nascondere le lacrime, e che per il dolore non potesse guardarlo. E così passarono avanti fino alla sua tenda, la qual era dei paramenti di Laquesis, i quali a Curial aveva donato. Ma quando Curial vide la tenda di Boca de Far, disse tra sé: certo ora bisogna che io sia cavaliere, e io vedrò la Guelfa con chi dei due rimarrà. Subito essi uscirono dalle tende e montati su forti cavalli entrarono nel campo. Il marchese non si curò di alcuna cerimonia, anzi li fece mettere gli uni da una parte, gli altri dall’altra, secondo come li aveva divisi il sole, e diede loro le lance, ordinando da parte del marchese che nessuno si muovesse finché la tromba non suonasse; e così tutti uscirono dal campo, e non rimasero se non gli otto cavalieri soltanto.
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Boca de Far si allontanò un poco dai suoi, e fece segno a Curial che si allontanasse un poco dagli altri; perciò Curial come per appartarsi strinse la lancia e, dando degli speroni, gridando, San Jordi, corse contro Boca de Far. Boca de Far similmente corse contro di lui, e si diedero colpi così grandi con le lance, che gli scudi non furono tanto forti da non essere trapassati dall’altra parte. Ma i cavalieri, che erano forti e molto valorosi, ruppero le lance, ma non si mossero dalle selle, anzi subito accesi da rabbiosa ira, mettendo mano alle spade cominciarono a colpirsi così potentemente, che tutti capirono che non sapevano nulla d’amore. Subito Dalmau Doluge ferendo dagli speroni corse contro il suo avversario, il quale era chiamato Gerardo da Perugia, e lo ferì così potentemente che lo fece cadere da cavallo così che uomo del mondo non avrebbe creduto che fosse stato toccato. Era questo Gerardo da Perugia Un cavaliere molto abile e ardito e audace e grande imprenditore, ma non era affatto forte, sebbene a cavallo credesse di valere quanto qualunque altro cavaliere per quanto fosse avvantaggiato. Non accadde così a Roger Doluge, perché, quando andò contro l’altro italiano chiamato Federico da Venosa, volle colpirlo con la lancia, il detto Federico colpì il cavallo di Roger in mezzo alla fronte in modo tale che cadendo morto il cavallo, cadde anche Roger senza poter dare colpo con la sua lancia; tuttavia liberatosi dal cavallo si alzò molto presto e prendendo la spada in mano, corse contro Gerardo, il quale similmente era a piedi, e si diedero colpi così grandi di spada che ciò fu cosa meravigliosa. Che vi dirò dell’altro catalano chiamato Ponç Dorcau? Questo era uomo di più alto lignaggio e di sangue molto più nobile dei suoi compagni; e gli venne incontro un cavaliere molto valoroso e di grande lignaggio, chiamato Salones da Verona, il quale presumeva tanto di sé, che non riteneva che vi fosse cavaliere al mondo capace di resistere contro di lui. Per cui abbassate le lance si incontrarono in mezzo agli scudi; le lance erano forti e i cavalieri valorosi e i cavalli molto potenti: così i colpi furono tali, che non potendosi rompere le lance, entrambi i cavalieri volarono a terra. Ma nella caduta Salones si fece molto male, perché non riuscì a togliere un piede dalla staffa, andava appeso e il cavallo lo trascinava, e benché il cavallo andava poco e forte soavemente, tuttavia Salones era in grande pericolo. Ponç Dorcau che vide il suo cavaliere in così cattiva situazione, andò alle redini del cavallo e lo fermò, e togliendogli il piede dalla staffa aiutò il cavaliere a rialzarsi, il quale avrebbe potuto uccidere se avesse voluto. Salones, che si vide fuori da quel pericolo e conoscendo che il suo avversario lo aveva aiutato, gli disse: “Cavaliere, se questo fatto per cui combattiamo fosse mio così come è di Boca de Far, certo non combatterei più, anzi mi arrenderei a te certamente, non per paura che ho di te, ma conoscendo il beneficio che ho ricevuto da te. Tuttavia l’interesse per cui combatto è di Boca de Far, il quale combatte come vedi, e io sono con lui, e sembrerebbe viltà fare pace con quelli con cui egli è in guerra e gli vogliono togliere la vita e l’onore. Ponç Dorcau, che aveva sentito parlare il cavaliere, rispose: “Cavaliere, non pensare che io ti abbia aiutato per il tuo bene, ma l’ho fatto per il mio onore, e così non risparmiarti dove potrai servirmi, perché sii certo che come ti ho aiutato ad alzarti da terra, così ti aiuterò a morire se potrò”. E certamente Salones conobbe che questo era cavaliere nobile e di grande sforzo, e così la battaglia fu divisa, metà a cavallo, metà a piedi. Ma Dalmau Doluge vedendo Federico da Venosa a cavallo, che già si preparava a venire contro di lui, prese la spada, il quale già portava molto pesante, così come quello che era quasi gigantesco e molto forte, e colpì il detto Federico così potentemente sulla testa, che Federico non potendo sostenere i colpi che riceveva continuamente, fu costretto ad abbracciare il collo del cavallo, altrimenti sarebbe caduto a terra. E subito Dalmau Dolgue lo affrettò e, abbracciandolo per i fianchi, lo tirò così forte, che strappandolo dalla sella lo mise sul collo del suo cavallo, e così lo portò attraversato fino al catafalco del marchese e lì lo lasciò cadere. Della qual cosa il marchese si fece il segno della croce, e disse che mai aveva udito che un cavaliere del mondo avesse fatto tanto grande avanzo a un altro cavaliere. E sceso dal cavallo, quando l’altro già si fu alzato, lo abbracciò e lo tenne così fermo come se fosse morto, ma alla fine lo mise di nuovo a terra, e togliendogli l’elmo gli disse che non si rialzasse altrimenti lo avrebbe afferrato la testa. Allora andò verso Ponç Dorcau, e lo trovò che combatteva con Salones una battaglia molto aspra, ma Salones peggiorava molto ed era già così stanco che non poteva più continuare, e così Dalmau Doluge li guardò per un pezzo e vide chiaramente che il suo compagno aveva del tutto in tutto la meglio. Allo stesso modo combatteva Roger con l’altro italiano molto sforztamente, ma certo Roger era molto più fresco e gli durava di più il cuore, tanto che tutti conoscevano bene il vantaggio. Che dirò di Curial? Egli e Boca de Far facevano battaglia molto aspra, e sebbene Boca de Far fosse più forte e più aspro cavaliere di tutti i suoi compagni, tuttavia ciò gli giovava poco. Curial era molto più forte e più valoroso e più feroce di lui, e se fossero stati a piedi, la battaglia sarebbe già finita da tempo. Ma Boca de Far aveva il cavallo molto vantaggioso e con il suo aiuto si comportava molto, e d’altra parte lui era forte e molto buono cavaliere, e così manteneva, tuttavia Curial gli dava grandi colpi, e ciò che più spaventava Boca de Far era, che vedeva che Curial migliorava dando colpi più forti e più pesanti, e più virtuosamente feriva che mai avesse fatto, e lui si indeboliva continuamente, sicchè già non si curava di ferire bensì di evitare i colpi come potesse.
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Era già passata gran parte del giorno e il caldo aumentava continuamente, quando Boca de Far ferito sotto l’ascella da un colpo che lo aveva raggiunto, e non potendo più resistere, perché il sangue gli scendeva dentro il corpo, la qual cosa gli faceva molto grande danno, intanto che il cuore gli veniva meno, d’una parte per il fallimento, dall’altra per il colpire, lui già non riusciva più a governare il cavallo. Tutti quelli che guardavano vedendo come Curial colpiva, restavano meravigliati, e dicevano che Curial non era un cavaliere, anzi era tempesta e distruzione di cavalieri. Che dire? Curial capì che Boca de Far non poteva più, e gridò grandi urla: “Boca de Far, chi merita il premio, voi o il catalano?” Boca de Far non rispose, per cui Curial gli diede un colpo così forte e così pesante sull’elmo, che Boca de Far perdendo il senno si piegò sul collo del cavallo, e Curial con altri colpi lo colpì così potentemente, che Boca de Far lasciando il cavallo cadde a terra e non fece segno di rialzarsi, per cui Curial si mise in piedi subito e andò da lui e togliendogli l’elmo vide il volto tutto sanguinoso e guardandogli bene gli occhi che vide che non si muovevano, così come quello che già era morto, della qual cosa Curial ebbe molto grande dispiacere, perché avrebbe voluto vincerlo, ma non ucciderlo.
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Morto dunque Boca de Far, vedendo i compagni suoi avere molto grande dolore e ritenersi per perduti, e sebbene ancora si difendessero debolmente, si arresero subito. Perciò i fedeli entrando nel campo presero Boca de Far e lo posero su un letto di morto, e coperto con un drappo d’oro molto ricco, fecero uscire i cavalieri dal campo in questo ordine: uscirono prima i due cavalieri arresi come i vinti, dopo di questi due veniva Federico da Venosa e dietro portarono Boca de Far molto onorevolmente, non come vinto, ma come sopraffatto dalle armi. Dopo questi quattro il marchese fece uscire gli altri quattro ugualmente, uscendo per la porta dell’arena, e come i tre, montarono a cavallo e il marchese li accompagnò fino alla dimora di Curial, dove cenarono in compagnia di molta gente nobile, mostrando grande gioia per la vittoria. I fedeli disarmarono il cavaliere morto e similmente gli altri, e mandarono le loro armi e i cavalli ai vincitori. Il giorno seguente i catalani andarono dal marchese e preso commiato cominciarono il loro cammino per tornare in Catalogna. Curial li accompagnò per un tratto, e dopo molte offerte per lui a loro e per loro a lui, e donati alcuni gioielli a loro per Curial, lui se ne tornò e loro continuarono il loro cammino.
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Vi era in quel tempo in Aragona un re molto nobile e valoroso in estremo, chiamato Don Pedro, cavaliere molto robusto, forte, e valoroso, il quale finché visse fece del suo corpo in battaglie molte cose degne di memorabile venerazione, così contro i Saraceni quanto contro altra gente. E quando seppe che i suoi tre cavalieri venivano dalla battaglia che avevano fatto e si trovavano vicino a Barcellona, volendo mostrare la sua magnanimità, avendo tre figli, il maggiore dei quali era chiamato Don Alfonso, e questo morì prima del padre, l’altro era chiamato Don Jayme, l’altro Don Frederich, li fece uscire ad accogliere e onorare i cavalieri in compagnia di molta gente nobile. E quando furono saliti al palazzo reale, li accolse con grande allegria, e fece loro tanta festa come se fossero re, perché questo re teneva in così grande stima i buoni cavalieri che ciò era una grande meraviglia e per ciò i cavalieri, specialmente i migliori, si sforzavano ad essere bravi, tanto che nel suo regno pochi cavalieri vi erano che non si impegnassero nei fatti d’armi fino a morire. E così il re mangiò con loro e gli dava gradimento, così che fece servire i tre cavalieri con lui a cena, e fece servire dal maestro d’ostello l’infante Don Alfonso. Gli altri due figli Don Jayme e Don Friedrich stavano ai capi tavola con torce in mano durante tutto il pasto, e quando di stancavano le affidavano per un poco a cavalieri notabili che stavano vicino a loro, tuttavia quando arrivavano le vivande o arrivava il re, loro prendevano le torce. Gli altri cavalieri che videro ciò avevano individua, non dell’onore che questi ottenevano, ma di averne altro tale. Alla fine del pranzo, il re non dimenticando la grazia della sua singolare magnificenza, diede loro preziosi doni e grandi terre in cui vivessero, affinché da qui in avanti dove andassero non fossero chiamati cavalieri poveri. Tutti mormoravano della grande singolarità che il re aveva fatto in onorare questi cavalieri, la qual cosa quando il re la sentì, appellati tutti quelli che potessero venire in un luogo, gli disse: “Io non onoro i miei cavalieri per le loro persone, ma onoro la cavalleria che è in loro, la quale nei corpi di quelli tanto valorosamente è mostrata, e questo stesso onore e molto maggiore farò quando nei corpi di alcuno di voi si vorrà mostrare”. Tutti lodarono il re per la sua magnificenza e ritennero che finché egli fosse vissuto la cavalleria sarebbe stata sostenuta, e che con la sua morte la cavalleria sarebbe venuta meno.






